“A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso
e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito”
Jack Kerouac, “Sulla Strada”
Anno di grazia 1971. Gli anni Sessanta e con essi le
speranze di cambiamento sociale e politico sono alle spalle. Un giornalista,
Raoul Duke (Johnny Depp), e il suo avvocato il Dr. Gonzo (Benicio del Toro)
vengono incaricati prima di scrivere un reportage su una corsa di moto nel
deserto che si trova vicino a Las Vegas, e poi di relazionare su un convegno
contro le droghe organizzato nella stessa città dalla polizia locale. La
settimana di lavoro diverrà, grazie all’apporto di un numero non quantificabile
di droghe, un’esperienza psichedelica fuori tempo massimo, grottesca e
violenta.
La storia, tratta dal romanzo “Fear And Lothing in Las
Vegas” di Hunter S. Thompson, non è una novità per gli schermi statunitensi.
Già nel 1980 il regista Art Linson aveva allestito la pellicola “Where The
Buffalo Roam” (mai distribuito in Italia) con protagonisti Bill Murray e Peter
Boyle. Per quanto riguarda il film poi diretto da Terry Gilliam, esso
inizialmente sarebbe dovuto venire girato sotto l’egida di Alex Cox, il quale
però litigò con la produzione e abbandonò il progetto. Fu allora il regista
ex-Monthy Python a riscrivere il copione e a portarlo definitivamente sullo
schermo.
Io credo nella sincronicità. Il film infatti uscì nel 1998.
Era la fine degli anni Novanta, anni in cui la ripresa del mondo ‘alternativo’
era stata una marea montante pronta a schiantarsi contro il proprio venire
risucchiata dal successo commerciale. E questo film che ci mostrava ex figli
del Flower Power diventati dei freaks osceni, abbandonati dal sogno americano
di giustizia, pace e libertà, era lì per far vedere a noi cosa sarebbe accaduto
di lì a poco, con la globalizzazione e la repressione violenta del dissenso
(vedi la recensione di “Diaz
– Don’t Clean Up This Blood” di Daniele Vicari).
Ci sarebbe stato infatti ancora un decennio buono di
creatività per quanto riguardava la musica e il cinema (il post-rock, la musica
‘glitch’, Kim Ki-Duk e il cinema coreano tra neorealismo e surrealtà, ad
esempio, oppure la coda lunga di certo cinema indipendente alla Harmony Korine)
fino a quando il mercato non avrebbe imposto la realizzazione di prodotti
perfetti ma freddi, puro entertainment o cinema ideologicamente autoriale (arte
mentale alla Nicholas Winding Refn o alla Denis Villeneuve, ma ne potrei citare
tanti) ma in un clima, come farà dire Alejandro Gonzàlez Inarritu a un suo
personaggio in “Birdman”, di ‘genocidio culturale’.
Eppure “Paura e Delirio a Las Vegas”, pur essendo un film
‘tombale’ su un momento culturale ben preciso non solo degli Stati Uniti,
rimane comunque un film estremamente vitale. Le distorsioni provocate dalle
droghe, le mutazioni visive, le trovate prese a piene mani dai disegni del
compare di Hunter S. Thompson, il magnifico illustratore Ralph Steadman (vedi
la scena del ‘rettilario’), la misoginia ‘creativa’ del Dr. Gonzo (critica a
quella più plateale e meno giustificabile di un Jack Kerouac? Ai posteri
l’ardua sentenza), l’uso mai casuale della musica (da Bob Dylan ai Rolling
Stones, da Janis Joplin ai Jefferson Airplane), la golosità con cui i
protagonisti ingollano ogni ben di Dio in termini di sostanze, tutto fa pensare
a una classica, adorabile coppia comica hollywoodiana, a due Stan Laurel e Holiver
Hardy sott’acido.
E le distorsioni di macchina, i giochi prospettici, i tagli
delle inquadrature (in questa pellicola di Gilliam passa in secondo piano
quanto tutti questi ‘trucchi del mestiere’ siano devotamente figli delle
innovazioni a suo tempo geniali di un Orson Welles), lasciano trapelare un
amore sconfinato per la settima arte e una fiducia nelle capacità di una
pellicola cinematografica di narrare la fine di un mondo che era sì quello
passato degli anni Sessanta ma anche quello presente degli anni Novanta.
“Strani ricordi in quella nervosa notte a Las Vegas. Sono
passati cinque anni? Sei? Sembra una vita. Quel genere di apice che non tornerà
mai più. San Francisco e la metà degli anni Sessanta erano un posto speciale e
un momento speciale di cui fare parte. Ma nessuna spiegazione, nessuna miscela
di parole, musica e ricordi poteva toccare la consapevolezza di essere stato
là, vivo, in quell’angolo di tempo e di mondo, qualunque cosa significasse.
C’era follia in ogni direzione, ad ogni ora, potevi sprizzare scintille
ovunque, c’era una fantastica, universale sensazione che qualsiasi cosa
facessimo fosse giusta, che stessimo vincendo” (il personaggio di Raoul
Duke è spesso anche voce off narrante).
Eppure, qualcosa si ruppe. Fu senz’altro l’introduzione dell’eroina
da parte della CIA in un mondo dove le persone prendevano le droghe sul
serio grazie a guru come Timothy Leary (citato in questa pellicola), dove la
sperimentazione dell’allargamento della coscienza e di qualunque altra cosa
(dal sesso al viaggio) in maniera ‘libera’ era più importante della
teorizzazione e della trasmissione verticale della conoscenza. Sperimentare,
vivere in prima persona, ognuno con la sua coscienza di essere, a modo proprio,
l’ombelico caldo della rivoluzione.
Qui in Europa quegli anni sono stati seppelliti anche dai
cosiddetti ‘Anni di Piombo’, dalle stragi, dalle bombe, dalla tesi sugli
‘opposti estremismi’, dal riportare tutto ‘a casa’ (così come negli anni
Novanta molte figure di riferimento della cultura e della politica dichiararono
apertamente la propria pronta adesione al conservatorismo più bieco, almeno qui
in Italia). Al di là dell’Oceano (ma anche al di qua), una generazione intera è
stata falcidiata da una droga con poco potere introspettivo e tanta capacità di
creare dipendenza. Un gruppo punk italiano scrisse in un volantino distribuito
a un concerto “Non c’è soluzione al problema delle droghe nel mondo moderno
come non c’era soluzione al problema della schiavitù nel mondo classico”. Non
sapevano forse neanche loro quanto ci avevano azzeccato. Non sapevano neppure
lontanamente quanto il Potere sa essere perverso.
Articolo di: Gian Paolo Galasi




















