Un piano sequenza che parte dal cielo e arriva all’interno
di una ridente cittadina tedesca: così inizia il “Faust” di Sokurov. Un cielo
dove, ad un certo punto, si vede uno specchio appeso a un filo. Eccovi al
cinema, sembra dire il regista. Il cinema infatti, lo ribadisco per chi non se
ne fosse ancora accorto, è uno ‘specchio autoptico’, come disse una volta
Enrico Ghezzi. Uno specchio dove potete vedervi come morti, e dove qualcuno
disseziona il vostro cadavere per farvi vedere come siete ‘dentro’.
Se l’esempio più puro del cinema è quindi il temibile (io
sono riuscito a vederlo solo una volta, finora) “The Act of Seeing with One
Own’s Eye” di Stan Brakhage, pellicola dove assistiamo proprio a delle
autopsie, anche questo “Faust” si avvicina a quell’idea. Qui infatti vediamo,
appena ‘planati’ sulla città, proprio un cadavere. Un cadavere armeggiando col
quale il nostro Faust, protagonista tratto dall’opera di Goethe, si domanda
dove si trovi l’anima, in quale parte del corpo. Ecco, nel primo quarto d’ora
del film avete tutti i problemi dell’uomo del Novecento, e non è un caso allora
che questo “Faust” chiuda la ‘tetralogia del potere’ di Sokurov dopo averci
fornito i ritratti di Hitler, Lenin e Hirohito.
Il destino dell’uomo, la fame, il denaro, e quindi il
potere, sono le cose con cui Faust si incontra nei primi quindici minuti di
film, che quindi ci portano a un setting ben definito, psicoanaliticamente
parlando. Poi avverrà l’incontro – ma avverrà? – con la giovane e bella Margarethe.
Ma nel frattempo, ciò che viene mostrato allo spettatore è l’uomo del
Novecento. Un uomo che cerca di emergere dal fango della storia con un bisogno
di purezza tanto impellente quanto impaziente di realizzarsi. E che quindi si
porta dietro tutta una serie di scorie senza accorgersene.
Margarethe, dicevamo. Faust, oppresso dai debiti e dalle
domande senza risposta, si procura della cicuta per tentare di suicidarsi, ma
questa cicuta la berrà al posto suo il diavolo – che Sokurov rappresenta come
deforme, con il codino e senza sesso, in maniera bizzarra e originale – il
quale si introduce nella casa dello scienziato per aggiudicarsene l’anima
offrendogli in cambio degli pseudofavori. Ed ecco che quindi tra vittima e
carnefice si stabilisce una strana alleanza. Un’alleanza che giunge al suo
culmine quando Faust vede per la prima volta la giovane e bella Margarethe.
Per tutto il film mi sono chiesto: ma Faust ama Margarethe o
la desidera soltanto? Non avrò mai temo, una risposta, nel senso che la domanda
è forse troppo semplicistica. In realtà Faust certo, si strugge per la giovane,
e dopo averne incidentalmente ucciso il fratello si procura dei soldi per
evitarle la disfatta finanziaria. E’ abbastanza sincero da confessarle il
delitto, il che mi farebbe propendere per l’amore, ma nello stesso tempo evita
il confronto diretto e totale con lei quando può, perché evita il confronto
totale e diretto con sé stesso.
Infatti dopo aver origliato in un confessionale che
Margarethe odia la madre e ritiene quest’odio un ‘peccato’, le confessa di aver
odiato egli stesso la propria madre per gli stessi motivi, aggiungendo che
“l’amore non deve essere un obbligo”. Sicuramente tra la mera accettazione dei
propri sentimenti di Faust e il senso infantile del peccato di Margarethe c’è
un abisso, e tutta la distanza da colmare (da un lato come dall’altro) è
secondo me il vero lavoro dell’amore (tant’è che in una delle scene del film
Faust dice “quel che mi muove è il senso di colpa”, mostrando così di non
essere poi molto diverso dalla ragazza dei suoi sogni). Ma andiamo con ordine.
Torniamo al film. Dunque Faust ottiene quello che desidera, ovvero una notte
d’amore con la sua amata.
Per raggiungere questo obiettivo, Faust deve far
addormentare la madre di lei, cui il diavolo somministrerà allo scopo un
potente veleno. Margarethe si troverà quindi ad essere accusata della morte
della madre, accusa da cui non saprà come difendersi. Faust ovviamente è già in
alta montagna (luogo in cui Sokurov colloca l’inferno) col diavolo quando viene
a conoscenza di ciò, e data la sua impotenza si sfoga decidendo di uccidere il
diavolo stesso per poi andarsene impunito “oltre, oltre, oltre”.
Questo “Faust” è forse una delle pietre tombali sul cinema
del Novecento, nel senso che pur essendo un prodotto del nuovo secolo completa
una serie di riflessioni che appartenevano al secolo passato. Non è un prodotto
ridondante, anzi è necessario, in quanto ricapitola il rapporto che l’uomo del
passato ha avuto con il potere, la ricerca del senso della vita e la morte.
Purtroppo invece di cogliere tutta una serie di spunti, il cinema contemporaneo
è andato in tutt’altra direzione, come ha auspicato del resto anche certa
critica meno attenta.
E’ sicuramente colpa anche di questo tipo di critica,
supportata da un pubblico probabilmente più in sintonia coi supereroi alla
Nolan, che non con le figure chiave della ‘mitologia del Novecento’ da cui
comunque deriva (noia per le proprie radici? desiderio di distanza? ai posteri
l’ardua sentenza), se il cinema in fondo come arte è morto. Non per noi, che
infatti continueremo a scavare in quanto il Novecento e il primissimo scorcio
del nuovo millennio ci ha dato cercando di relazionarci con l’uomo dietro la
macchina da presa (con noi stessi) tramite ciò che egli ha messo sullo schermo.
Articolo di: Gian Paolo Galasi


