domenica 19 maggio 2024

Ritratto di un Amore di Martin Provost

 La visione di questa pellicola mi ha ricordato quella de La Bella Estate di Laura Lucchetti dello scorso anno. Lì c’era un chinare il capo della diversità nei confronti della massa (fascista) non tanto convinto, nel senso che in quest’oggi in cui viviamo tensioni simili si potrebbe pensare che ‘è la vita che è fatta di sacrifici’, qui invece, in questa pellicola, c’è una strana commistione di elementi contemporanei e altri, diciamo, non completamente masticati e digeriti, pensati quindi. 

Pierre Bonnard (Vincent Macaigne) è un pittore post-impressionista, autore anche di scenografie teatrali, illustrazioni e litografie (che non vengono mai mostrate nel corso della messa in scena cinematografica purtroppo) e condivide lo studio (nel film invece vive in solitaria) con altri due pittori del gruppo degli ‘indépendents’, artisti che non si piegano alle avanguardie e arriva a colpire e ispirare persino Henri de Toulouse-Lautrec. 

Nella sua attività di pittore arriva a conoscere come modella e a innamorarsi di Marthe (Cécile de France), con cui instaura una relazione che, seppure mai arrivata agli sponsali, proseguirà per tutta la vita di lei. Pierre ha una mecenate, Misia (Anouk Grinberg) che forse è stata anche sua amante, modella e provetta pianista che, morto il ricco marito, abbandonerà la sua arte per rinchiudersi in relazioni con uomini facoltosi che però le tarperanno le ali creative.

 


Ecco, c’è un momento di forte tensione nel film, appunto, quando Marthe e Misia litigano nella casa sul fiume fuori Parigi dove la donna più giovane vive col pittore, in cui la ragazza rinfaccia alla ricca donna di aver rinunciato alla propria arte per farsi mantenere, che è tutto contemporaneo. Mentre il legame a tre con una giovane studentessa che poi, rifiutata da Pierre, si toglierà la vita, è affrontato con timidezza e poca convinzione. 

E così ci si trova di fronte ad un’opera cinematografica che, giustamente, dovrebbe vivere di tensioni contemporanee – tutte le opere d’arte parlano dell’oggi, anche quelle antiche – ma lo fa in maniera non sempre convinta. Spiace anche che lo stile pittorico di Bonnard e le sue altre attività ‘collaterali’ vengano poco esplicitate, perché c’è stato sicuramente un intreccio tra arte e vita che ha solo del didascalico in questa proposta. 

Non fraintendetemi, per due ore rimarrete comunque incollati allo schermo perché i personaggi hanno comunque una loro magneticità e un loro fascino, proprio perché ci raccontano di una vita alternativa alla nostra, non fatta di cartellini da timbrare e stipendi fissi – ci sono ancora, a proposito? – e giornate che passano tutte uguali, con tutti i rischi del caso, compreso quello di avvicinarsi alla morte. 


Sarà per questo che la gente comune rifiuta l’arte e cerca modelli di vita meno ambiziosi anche se più noiosi? Questo il film non lo dice, e non pone nemmeno questa domanda, anche se sarebbe stato interessante lo facesse: si limita a farci annusare l’aria della libertà senza però mostrarci come ci si prendono responsabilità e oneri, che non mancano, ma è tutto come pervaso dall’atmosfera di un sogno, quello appunto della messa in scena, il che conferisce alla pellicola qualcosa di ambiguo e incompiuto. 

Ecco, diciamo che il film soffre di una intenzionalità non limpida, gli manca un quid di capacità di rivendicare un modo di vivere e un mondo che non è il nostro e non ce lo sbatte in faccia con coraggio; alla fine pertanto non si capisce perché qualcuno dovrebbe vivere come pittore. Non si parla dell’ispirazione, di come essa ti cambia, di quali prospettive apra e quali chiuda … insomma, non si capisce perché qualcuno dovrebbe affrontare quella strada nella propria vita. 

Eppure una certa, diciamo, fragranza, si percepisce, e allora vale la pena perdere due ore della propria vita sapendo però che si uscirà con più domande che risposte, senza che questo fosse lo scopo della pellicola, che è quello di raccontare una storia d’amore, forse il mito dell’amore, tra due soggetti liberi dalle convenzioni sociali ma la cui libertà non sappiamo se sia stata esplorata fino in fondo.



domenica 5 maggio 2024

Una Spiegazione per Tutto di Gàbor Reisz

Budpest, ai nostri giorni. Abel è un ragazzo di diciotto anni che deve sostenere l’esame di maturità. E’ innamorato di Janka, la sua migliore amica, la quale invece da quando è entrata a scuola prova sentimenti per Jakab, il professore di storia. Abel fa scena muta proprio all’interrogazione in quella materia, e quindi non viene promosso. Incalzato dal padre, finisce con l’inventarsi una scusa: il professore lo ha discriminato per via di una coccarda tricolore che portava sulla giacca. 

Ce ne sarebbe abbastanza per un capolavoro, e invece. Purtroppo Abel è monodimensionale, potrebbe forse avere dei disturbi dell’apprendimento e quindi si potrebbe fare un discorso sul come le istituzioni non siano pronte ad affrontare un caso come il suo, tanto meno in un Paese arretrato dal punto di vista scolastico, ma in realtà è solo storia a non entrargli in quella che lui stesso definisce ‘la sua stupida testa di legno’, e quindi è semplicemente un ragazzo con delle difficoltà di cui però non si vogliono trovare le cause. 

Anche il fatto che ami la ragazza che a sua volta ama il professore di storia è un dettaglio che non viene sfruttato: il blocco di Alex in storia potrebbe essere determinato da una avversione al professore, o alla propria situazione sentimentale in generale. Anche di ciò si parla poco. Alex viene dipinto semplicemente come un inetto (fa una dichiarazione d’amore a Janka mentre questa è ubriaca e incosciente). 

Anche la scena finale, che non vi spoileriamo ma che dipingerebbe Alex come un futuro parassita, non va per niente bene. Capisco che si volesse dare una certa immagine della destra ungherese, e fortunatamente non si dipinge il professore ‘liberale’ come un santo, dato che anch’egli ha problemi nel gestire il lavoro e la famiglia, ma le buoni intenzioni non bastano. 

Manca empatia nei confronti del protagonista, manca la volontà di svelare il perché di quelle chiusure alla realtà (la scuola, i sentimenti che non ingranano) e si lascia tutto così, alla fine lo spettatore potrà sentenziare contro questo ragazzo e pensare di essersi messo in tasca un pezzetto di verità, ma non è così. Anche la giornalista che monta il caso sulla stampa è monodimensionale, nel senso che è una semplice ragazza con idee nazionaliste per via del padre che vedeva tartassato quand’era piccola. 


E qui ci troviamo di fronte a una sintomatologia: guarda caso dove si poteva spingere, ad esempio nel mostrare una persona avida di notizie per fare carriera, qui si è tirato il freno a mano, forse perché regista e sceneggiatori (Reisz stesso assieme a Eva Schulze) sapevano che non potevano mostrare solo personaggi negativi. Ma così l’unico a reggere il film sulle sue spalle è il ragazzo protagonista. 

E’ un peccato. Il film poteva essere molto interessante, se solo si fosse anche qui presa alla lettera la lezione fassbinderiana de Il Viaggio in Cielo di Mamma Kusters o si avesse avuto il coraggio di portare la storia alle sue estreme conseguenze – voglio dire, in quel tipo di famiglia se non sei capace di mantenere l’ordine simbolico ti mettono sotto tutela, anche solo sul piano esistenziale, Alex invece pare sempre più a suo agio nel finale. 

Ecco che quindi l’opera risulta un film a tesi, e pertanto una occasione mancata. Sembrerebbe infatti che le destre ce ne stiano facendo così tante, e così sporche, che chi si occupa di arte non avesse la voglia di arrivare a una fonte, a capire cosa li muove veramente, facendo di questi personaggi delle macchiette, cui non dare eccessivamente addosso per paura di essere tacciati di insensibilità e odio. 

Si salva un poco la struttura del film, a episodi, narrati dal punto di vista soggettivo di ogni personaggio in gioco e poi ricomposti nella parte finale, ma anche qui, un Kurosawa qualsiasi avrebbe avuto più coraggio e avrebbe giocato, siamo di fatti dopo la postmodernità, con lo spettatore come il gatto col topo, per instillargli il dubbio su dove stesse la ‘ragione’ e dove il ‘torto’. 

Reisz – di cui vi lascio questa intervista perché la drammaticità della situazione non è chiara dal film, e potrete quindi toccare questa cosa con mano – è una persona con un passato che pesa sicuramente sul suo sviluppo, che gli è da stimolo, ma in questo film vediamo una mano sicuramente indecisa. Sarebbe il caso di recuperare le sue precedenti pellicole per verificarne in prima persona l’evoluzione …