sabato 25 luglio 2020

Scanners di David Cronenberg

Cameron Vale (Stephen Lack) è un uomo che vive ai margini della società. La sua scelta è condizionata dalla sua condizione mentale. Infatti Cameron può percepire i pensieri delle persone che gli stanno vicino, e questa condizione lo turba al punto da rendergli impossibile la vita di fianco a un certo numero di altri esseri umani. Ma Cameron, come altri, ha anche il potere di condizionare il pensiero altrui. Per questo motivo viene ingaggiato dal professor Paul Ruth (Patrick McGoohan) a difesa della ConSec, su cui aleggia lo spettro di Darryl Revok (Michael Ironside), uno ‘scanner’ (così si chiamano questi uomini con poteri ‘telepatici’) cattivo che sta progettando di conquistare il mondo.

Ed ecco che Cameron si mette sulle sue tracce. Dapprima contatta uno scanner che in passato ha commesso degli omicidi ma che ora è stato ‘riabilitato dalla propria arte’, e che da scultore si è ritagliato il proprio angolino ai margini della società. Costui viene ucciso, ma non prima di rivelare a Cameron dove trovare un altro gruppo di scanners, tra cui Kim (Jennifer O’Neill) che diventa compagna di avventure di Vale. I due scoprono quali sono i veri piani di Revok: tramite la Biocarbon Amalgamate, un’altra multinazionale, egli sta infatti consegnando a tutti gli studi medici del Canada l’Ephemerol, il farmaco che trasforma gli uomini in scanners, in modo che i dottori li possano somministrare alle donne incinta.


E’ il momento dello scontro finale. Revok e Vale si incontrano finalmente, e Darryl rivela a Cameron la verità: sono fratelli. Il dottor Ruth, che li ha messi l’uno contro l’altro, altri non è che loro padre. Per questo loro due sono gli scanners più vecchi e più potenti. E per questo Darryl cercherà di assorbire la mente di Cameron, in modo da essere una persona sola. E così alla fine di un epico ‘duello psichico’ vedremo un solo individuo, con le fattezze di Revok e la voce di Cameron Vale. Ma non sapremo mai chi dei due ha assorbito l’altro.

C’è molta carne al fuoco in questo settimo film del regista canadese. Innanzitutto potremmo notare che ci troviamo di fronte a una trama che poi verrà saccheggiata a piene mani dai film sui ‘mutanti’ o in generale dai film dedicati ai supereroi: una fazione ‘buona’ che vuole preservare l’umanità da quella ‘cattiva’, superpoteri che creano disagio in chi se ne fa latore, discussioni filosofiche su quella che potrebbe essere una presunta superiorità sulla razza umana, con tutte le connesse questioni di ‘potere’, i personaggi buoni e quelli cattivi che per motivi ‘familiari’ non sono poi in realtà così lontani.

Ciò che distingue “Scanners” dall’essere un normale film sui supereroi dell’epoca attuale, e che lo distingue anche dall’horror classico (penso al “Villaggio dei Dannati”, ci torneremo) è innanzitutto che questi esseri sono sessuati. In un modo non convenzionale, ma recano con sé tracce di quella cosa che al cinema è tanto potente quanto disturbante. Anni fa leggevo in un saggio dedicato proprio a Cronenberg che infatti in questo film la figura principale è quella della penetrazione. Certo, non parliamo di penetrazione fisica in senso classico, bensì di penetrazione mentale: ci sono persone che entrano nella mente di altre persone per controllarle, persone che entrano nella mente di altre persone senza sapere di farlo, ci sono persone che fanno esplodere le teste di altre persone, e ci sono persone che ne assorbono intere personalità.


In questo costante crollo delle barriere dell’individualità, ci troviamo di fronte alla perdita dei confini identitari. Qualcosa del genere avveniva, appunto, anche ne “Il Villaggio dei Dannati” (mi riferisco al remake di Carpenter per chiarezza), dove tutti i bambini, nati dopo un collasso collettivo misterioso, paiono possedere un'unica mente e scopi comuni, e disprezzare l’individualità che rende ‘deboli’ gli altri ‘normali’ esseri umani. Ovviamente anche loro hanno la possibilità di controllare le menti, fino a provocare la morte, eppure Christopher Reeve riesce a resistere loro creando un ‘muro’ di protezione. Cosa che non avviene nel film di Cronenberg.

Faccio notare che il film è del 1981, di un anno precedente a quel “Blade Runner” le cui vicende, parlo dei suoi rimaneggiamenti, sono note a tutti e si devono proprio alla questione dell’identità dell’eroe. Eravamo in epoca di ‘riflusso’, negli anni Ottanta, e proprio il cinema di fantascienza, quello più sensibile a certe tematiche, si poneva il problema di chi fossimo diventati. “Scanners” lo fa mostrandoci tra l’altro una tematica affine a quella dell’incesto (i due fratelli che diventano uno), tema tipico di società ripiegate su sé stesse dove domina non più la paura dell’altro ma la paura dell’identico, del sé (ne abbiamo parlato anche per quanto riguarda il post-noir di Lynch e il suo utilizzo dell’unheimlich freudiano).

Aggiungo che un altro termine di paragone per questo “Scanners” è senz’altro il bellissimo (anche qui, ne riparleremo) “Tetsuo” di Shinya Tsukamoto, girato quasi interamente in stop-motion undici anni dopo, che riprende le tematiche del film di Cronenberg non più sul versante schizo-depressivo ma su quello maniaco-paranoide. Anche in “Tetsuo” infatti protagonista e deuteragonista si affrontano, alla fine del film, assorbendosi l’uno nell’altro fino a preconizzare un futuro in cui il mondo ‘brucerà d’amore’, l’amore portato dalla loro guerra fatta di metallo.


E sicuramente il film di Cronenberg è interessante, ne accennavamo anche in quest’ultimo paragrafo, proprio dal punto di vista psichico: chi soffre di schizofrenia si riconoscerà nel Cameron Vale che, legato a un letto di contenzione, si contorce nel percepire i pensieri delle persone sedute pur silenziose davanti a lui, come probabilmente si riconoscerà in alcune statue dello scanner ‘artista’, con quelle teste da cui si diramano altre teste. E chissà se qualche schizofrenico non si riconoscerà anche nelle parole di Revok, quando questi afferma di non avere nella testa voci, ma pezzi di braccia, gambe, corpi altrui.

L’avventura degli ‘scanners’ è poi proceduta senza Cronenberg, con altri due film diretti da Christian Buguay e due spin-off, “Scanner Cop I” e “Scanner Cop II” che testimoniano quanto i ‘poteri psichici’ degli scanners inventati dal geniale canadese abbiano colpito la fantasia del pubblico. Non avendo visto queste successive pellicole, non possiamo rendervene conto. Possiamo però invitarvi alla visione di questo film, il primo della serie, impreziosito dalle musiche del fido Howard Shore, dall’oscura fotografia di Mark Irwin e dalle scenografie di un’altra collaboratrice ‘storica’ del regista, Carol Spier. Di Cronenberg torneremo a parlare presto, visto che fino a “Crash” del 1998, ora di nuovo nelle sale in 4K, ha diretto quasi solo capolavori imperdibili.



Articolo di Gian Paolo Galasi 

sabato 18 luglio 2020

L’Ultima Tentazione di Cristo di Martin Scorsese

Il New Cinema statunitense, quello appunto degli Scorsese e dei Ferrara, è stato un cinema foriero di innovazioni linguistiche e visive notevolissime, ma è stato anche, grazie spesso all’origine italiana/europea dei suoi protagonisti, un cinema che ha riflettuto sulla religiosità e sull’immagine di Cristo, fondamentale per la nostra cultura da almeno duemila anni. E se abbiamo già incrociato il Cristo di Abel Ferrara nel suo “Il Cattivo Tenente”, è ora il tempo di volgere la nostra attenzione a un altro Gesù cinematografico, quello dalla risonanza mediatica ben più ‘scandalosa’ de “L’Ultima Tentazione di Cristo” di Martin Scorsese.

Progetto sofferto e contrastato, vede delle riprese iniziare nel 1983 addirittura, ma fu bloccato a quattro giorni dall’inizio delle riprese. Inizialmente il ruolo di Gesù Cristo era stato pensato per Robert De Niro, il quale però rifiutò: non sentiva il personaggio ‘roba sua’. Dopo aver pensato ad Aidan Quinn, che a sua volta rifiuta la parte perché impegnato in altri progetti, la scelta del regista ricade su Willem Dafoe – fresco della propria apparizione in “Vivere e Morire a Los Angeles” di William Friedkin - che si rivela perfetto per la parte. Tra gli altri attori, le menzioni vanno a Harvey Keitel per Giuda, a Barbara Hershey per la Maddalena, e a David Bowie per Pilato.

Tratto dal controverso romanzo dello scrittore greco Nikos Katzanzakis “L’Ultima Tentazione”, il film di Scorsese ci mostra un Gesù che inizialmente soffre terribilmente la chiamata divina al compimento del proprio destino, al punto da mettersi a costruire croci per i Romani sperando che il Dio degli Ebrei lo rinneghi. Ma ciò non avviene, e Dafoe/Cristo, tallonato da un Giuda che si rivela essere il suo più fedele amico nonché discepolo, si incammina verso la sua strada: il deserto e le tentazioni, l’incontro col Battista, la predicazione, la crocifissione. Tutto ciò non prima dall’essersi accomiatato dall’amata Maddalena, che scopriamo essere sua promessa, se lui solo avesse voluto, sin da quando erano fanciulli.

E forse qui abbiamo il vero punto debole di tutto il film, giacché è vero che è noto a tutti che per la religione cristiana cattolica amore per Dio e amore carnale non vanno d’accordo, ma su questo punto la sceneggiatura è particolarmente lacunosa. Sappiamo solo, da una scritta in campo nero all’inizio del film, che questo conflitto tra carne e spirito ha particolarmente colpito e angosciato il regista sin da quando questi era ragazzo, ma non ne sappiamo null’altro. Non sappiamo ad esempio il perché di questo contrasto. Le ragioni. Sappiamo solo che Dafoe/Cristo in un passaggio dice di arrossire quando vede una donna, di non prenderla perché si sente superiore, e quindi di conseguenza vigliacco – saranno questi i conflitti e le emozioni personali del regista? Non ci è dato saperlo – ma non sappiamo se ci sia stato un ordine esplicito da parte della divinità in tal senso, se lo abbiano predicato dei profeti, o cos’altro.



La mia supposizione al riguardo è che questo punto sia così ‘oscuro’ e magari anche ‘doloroso’ per lo stesso regista, al punto da essere stato poco focalizzato in fase di sceneggiatura, la quale è dovuta per altro a uno sceneggiatore che non è certo un novellino: trattasi infatti di Paul Schrader, sceneggiatore per Scorsese già in “Taxi Driver” – il cui script è stato concepito contemporaneamente a quello di un altro capolavoro, “Obsession” di Brian De Palma – e “Toro Scatenato”, e che si è avvicinato, da studioso, al cinema tramite figure non certo aliene ai temi religiosi quali quelle di Carl Theodor Dreyer e Robert Bresson.

Una svista dunque che è come un buco nero, eppure il film rimane comunque denso di significati dato che una figura come quella di Gesù Cristo può comunque dare mille rimandi, mille echi culturali e personali allo spettatore – sempre che questi abbia avuto una educazione cristiana. Ma proseguiamo con la trama del film: Cristo è ora in croce, e gli appare un fanciullo, che si dichiara un angelo, mandato da Dio per salvarlo. In fondo il sacrificio del proprio figlio non era altro per la divinità che un tentativo di metterlo alla prova, come era avvenuto con Abramo e Isacco. Gesù può quindi scendere dalla croce e vivere una vita finalmente piena.

Dopo la morte della Maddalena sarà Marta di Betania, sorella di Lazzaro, a dare a Cristo dei figli e delle figlie. Il tempo passa dunque, e questo Cristo riportato a un piano umano verrà pian piano a conoscenza di ciò che hanno fatto i suoi discepoli: hanno fondato una religione sulla sua morte (mai avvenuta) e sulla (di conseguenza mai anch’essa avvenuta) resurrezione. Un certo Paolo di Tarso addirittura, un romano, vaga per la Galilea predicando di essere stato accecato a cavallo dalla luce di Dio. Ed ecco che Gesù affronta Paolo, il quale gli dice che il suo Gesù, quello in cui crede, è ben più potente dell’uomo che si trova davanti, e che gli uomini hanno bisogno di qualcosa in cui credere anche se questo qualcosa non è reale.

Saranno poi i discepoli, sul letto di morte, tra cui Pietro e lo stesso Giuda, a informare Cristo che in realtà l’angelo che lo ha protetto per tutti questi anni altri non è che Satana. E allora Gesù striscerà fuori dalla propria casa chiedendo a Dio di rimetterlo sulla croce e di farlo morire e resuscitare come era nei piani originari. Cosa che avviene, e l’ultima cosa che vede lo spettatore è lo schermo quasi nero con riflessi prismatici, quasi un omaggio di Scorsese al cinema d’avanguardia di un Andy Warhol o di uno Stan Brakhage. Eppure, non ostante il film sia sentito e personale, tanti sono i punti che suscitano dubbi in questa comunque ottima pellicola.


Non mi soffermo sulla cosa più evidente e che più ha fatto scandalo – c’era stato all’epoca anche un boicottaggio del film da parte dei cattolici – ovvero la relazione di Cristo con la Maddalena prima e con Marta poi. Non mi ci soffermo perché l’ho già fatto a modo mio, ovvero sottolineando le aporie in fase di sceneggiatura del film. Ma ci sarebbero molte altre cose da sottolineare, cose che non sono solo o non sono tanto ‘sbagliate’ da un punto di vista di corrispondenza con la teologia – lo sappiamo tutti che l’arte prende spunto da altre discipline ma poi rielabora gli spunti in maniera autonoma – quanto da un punto di vista logico.

Quando Dafoe/Gesù ad esempio dice ‘abbiamo Dio dentro di noi, e il demonio fuori di noi, quindi ora possiamo andare a Gerusalemme e sconfiggere il male’, in fondo non fa altro che perpetuare un vecchio errore del puritanesimo, ovvero la credenza che il bene sia consustanziale all’uomo in quanto tale – perché creato da Dio a propria immagine, ad esempio – mentre il male sia qualcosa di esterno in esso. Si tratta di un punto sul quale cercare ad esempio delle differenze con un'altra pellicola del regista più simile a Scorsese per ossessioni personali e biografia, ovvero il già citato Abel Ferrara il quale nel suo “Mary” – film metacinematografico ispirato ai Vangeli apocrifi – fa riflettere sull’idea espressa nel Vangelo di Maria Maddalena del Nous, della ‘mente’ come origine della visione divina.

Il fatto che nella mente dell’uomo si possa originare la visione di Dio infatti non è una negazione della possibilità dell’uomo di fare il male – che nei vangeli gnostici e apocrifi in generale esiste perché a creare il mondo non è stato il vero e unico Dio della tradizione giudaico-cristiana classica, ma un demiurgo, che di tutti gli dèi è il meno intelligente e il più debole: l’uomo sarebbe dunque creato a immagine di questo demiurgo, ma tenderebbe al vero Dio, quello che il Cristo è venuto a indicargli e di cui gli lascia traccia tramite appunto la mente. E così nei vangeli apocrifi – paradossalmente i più lontani ma anche i più vicini alla tradizione cattolica, almeno rispetto all’idea espressa da Scorsese tramite la sua ripresa di Katzanzakis – l’uomo deve potersi purificare, e per farlo deve seguire la strada di Cristo, ovvero scoprire la propria natura divina, che non è però un dato aprioristico. Chissà cosa direbbe Jung a riguardo.

Altro punto debole del film, girato in bellissime e suggestive locations marocchine, è la colonna sonora di Peter Gabriel, che ha realizzato e non solo per questo film, ormai è assodato e credo di non fare nemmeno più polemica nel dirlo, musiche che prendono sì colori e echi da mondi lontani, ma sempre in una prospettiva eurocentrica. E a dirla tutta, la musica del film è la parte che è invecchiata peggio, mentre la trama e le riflessioni che suscita, pur con le lacune che ho sottolineato, può colpire e far riflettere a tutt’oggi. Citiamo comunque, perché è un parterre impressionante, la presenza di musicisti quali Youssou N’Dour, Nusrat Fateh Ali Khan (letteralmente la voce più bella che io abbia mai sentito), Shankar (non Ravi Shankar il sitarista, bensì Shankar il violinista dei dischi ECM) e Billy Cobham, storico collaboratore di Miles Davis.




Articolo di Gian Paolo Galasi