giovedì 29 dicembre 2022

Fairytale di Aleksandr Sokurov

Chi vi scrive ha rischiato di laurearsi in Storia, una vita fa, ed ha una passione smodata per la cosiddetta “Tetralogia del Potere” del regista russo Aleksandr Sokurov. Per amore di Sokurov mi sono sciorinato mezza biografia del Nostro edita anni fa dalla Jaca Book, la casa editrice vicina a Comunione e Liberazione, lasciando poi perdere nel momento in cui ho letto che Faust sarebbe uno sciagurato e che ci sarebbe molta ironia in quell’opera del regista russo.

Ho trovato più ironia in questa ultima pellicola, a essere onesto, in questo Fairytale, mentre col Faust mi ero totalmente identificato: una personalità ossessionata dal senso della vita, dalla morte e dal raggiungere un briciolo di certezza sulla esistenza dell’anima, sempre bisognosa di soldi per campare (la ‘realtà’ che si prende la sua rivincita sulla ‘metafisica’?) e amante della bellezza femminile, e di quella della giovane Margharethe in particolare.

I quattro dittatori, più Napoleone e Cristo, di quest’ultima opera di Sokurov sì invece che sono pieni di ironia. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto lo schermo buio si illumina, all’inizio, per mostrarci una breve epigrafe tratta dal Vangelo di Matteo in cui si mette in guardia l’uomo dalla passione e si inneggia all’angoscia salvifica. E qui, possiamo dire che il Leos Carax di Boy Meets Girl non potrebbe essere più d’accordo.

Poi c’è quell’incipit: ci sono Hitler, Mussolini, Stalin e Churchill al capezzale di Cristo non ancora completamente risorto nell’antiporta dell’Inferno. Potrebbe essere una barzelletta, e invece è una favola sul Potere del Novecento, o forse sul potere di oggi dato che l’arte ha questa piccola caratteristica di parlare sempre al tempo presente. Ma non è finita qui. I quattro personaggi storici non sono interpretati da attori, bensì da fotogrammi e rulli presi da documentari e cinegiornali d’epoca.

 


Niente deepfakes, come ci avvisa una scritta prima dell’inizio del film: Hitler e compagni sono loro stessi al cento per cento. Le loro immagini sono state estrapolate da quei filmati storici e immersi in una visione settecentesca alla Gustav Doré. E cosa fanno questi dittatori o statisti? Ebbene, aspettano di essere condotti o al Paradiso o all’Inferno. E nel frattempo parlano con sé stessi o si stuzzicano tra di loro. Cosa assai interessante, pare che tutti si rifacciano alla dottrina Socialista tranne Churchill, che distingue il campo tra Comunismo e Nazismo come facciamo ancora noi a scuola oggi.

Chi ha recensito prima di me l’opera in oggetto tuttavia ci tiene a sottolineare che Sokurov non vuole uniformare tutte le utopie Novecentesche buttandole qualunquisticamente in un unico calderone. Diciamo allora che se Mussolini, come ricorda nel film, è stato “l’allievo preferito di Lenin”, Hitler a sua volta ha sempre parlato di Socialismo nel Mein Kampf. Certo, in una delle scene più potenti del film, quella in cui le anime dei morti inneggiano ai quattro uomini politici riuniti, con un uso del sound design molto particolare, i quattro sentono allo stesso modo quelle particolari vibrazioni e l’eccitazione che comporta con sé, mentre lo spettatore ne potrebbe tranquillamente essere spaventato.

E allora non mi addentrerò in una analisi su quanto i quattro protagonisti, un Churchill che cerca di mettersi in contatto con la regina anche di fronte a Dio che lo chiama a sé (il quale Dio ama quei cappellini per sua stessa ammissione), un Hitler che guarda con malinconia alla mancata relazione con la figlia di Wagner, un Mussolini presente in varie tenute – persino in canottiera – e uno Stalin che rifugge dal puzzo dei Tedeschi si servano dell’emozione del contatto con la folla per cancellare il peso della Storia.

 


No, perché non ho intenzione di moraleggiare. E anche perché, non so se è una colpa di Sokurov o forse mia in quanto spettatore ed uomo, ebbene io di questi uomini di Potere per l’ennesima volta non ho capito nulla. Sono troppo distanti da me, antropologicamente parlando. Eppure trovarmeli sullo schermo, vivi con tutti i loro tic e posture, è stato quasi shockante. Forse la magia dell’arte cinematografica è proprio questa, aprire uno spazio dove denunciare l’attualità di pensieri e pratiche che ritenevamo morte e sepolte.

Eppure io avrei preferito, anziché sentire recitare a Churchill il famoso discorso tenuto con la sua dichiarazione di entrata in guerra, qualcosa di diverso. Come a tutti gli altri. Come era infantile Hitler di fronte a Eva Braun in Moloch, ad esempio. Ma credo che quella fase per Sokurov si sia giustamente chiusa, e che egli stia guardando avanti con questa sua nuova opera che potrebbe aprire nuove frontiere nel mondo del cinema e far riemergere il passato e con esso i suoi traumi non ancora sepolti, mostrandoci cause laddove noi vediamo solo effetti, con la possibilità per occhi attenti di trovare terapie, cure, per i mali del mondo.

Ecco allora che Sokurov potrebbe per via di questa sua ultima pellicola in ordine di tempo passare per l’ultimo dei surrealisti, per il vero prosecutore dell’opera di Bunuel, in particolare di lavori come L’Angelo Sterminatore. In fondo anche qui abbiamo dei personaggi che non possono allontanarsi dal limbo, che sono in attesa di una decisione divina.  E allora prepariamoci a godere e stupirci dei prossimi passi di questo artista, uno dei pochi, come il suo predecessore Tarkovskij, che piaceva sia a una platea progressista colta sia ai conservatori, forse perché l’anima del Novecento è ancora qui con noi e certe radici antiche ai nostri mali contemporanei agiscono ancora, neanche tanto nell’ombra, e di ciò siamo tutti consapevoli. 

 


venerdì 23 dicembre 2022

Eo di Jerzy Skolimowski

Il cinema di Skolimowski, a quel che ho potuto appurare, è sempre stato un cinema, anzi una teoria, dell’ossessione. Dal giovane ragazzo innamorato di una donna più grande in Deep End, fino all’ossessione di un anziano per una giovane infermiera in Four Nights With Anna, passando attraverso il desiderio, poi sospeso, di guidare a tutti i costi in una gara professionista di Jean Pierre Léaud in Le Départ.

Ossessioni riprese sempre splendidamente, come quell’unico, fluttuante piano sequenza in Deep End con i Can, gruppo rock tedesco che si ispirava vagamente al Miles Davis elettrico, a fare da commento sonoro. Ecco, scordatevi tutto questo. Eo infatti è uno stratagemma con cui il regista esce dagli schemi a lui cari e rinnova dall’interno il suo cinema. La storia di un asinello e delle sue picaresche avventure infatti, con l’animale che fa da specchio all’umanità dei personaggi che incontra, è tutta un’altra storia rispetto al passato. 

Ma andiamo con ordine. Più volte Skolimowski ha detto di essersi commosso al cinema vedendo Au Hasard Baltazar di Robert Bresson, che era appunto a sua volta la storia di un asino e delle sue avventure. Sogno o incubo dostoevskijano prolungato per la durata di una intera pellicola, quel film, che aveva mosso alle lacrime il nostro, era stato ripreso in passato, che io sappia, solo da Kusturica, almeno in parte, per il suo La Vita è Meravigliosa. 


 

Ma se nella pellicola di Kusturica, molto criticata all’epoca più per il fatto che il regista stava smettendo di nascondere le proprie simpatie per il marxismo che non per debolezze strutturali dell’opera (a un occidentale non si perdona mai la mancanza di cinismo), l’asino era un personaggio tra i tanti, in quest’opera di Skolimowski l’asino è il protagonista principale. Dispositivo interessante in quanto di fronte a un animale, cioè di fronte a qualcuno che non può difendersi o parlare, l’uomo si mostra per quello che è. L’animale ci fa da specchio.

Ma forse potrebbe starci anche una riflessione alla Deleuze sul ‘divenire minoritario’ (le sue famose riflessioni sulla letteratura minore a partire da Kafka) e sebbene qui non ci siano metamorfosi apparenti, è il regista che, come racconta egli stesso, viene trasformato dal dirigere l’attore-asino sul set, che a quanto pare reagisce solo alla gentilezza, alle carezze e ai sussurri, e che non può essere strapazzato come agli attori può capitare ad opera dei registi che chiedono loro di effettuare determinate performance, e che allo scopo hanno bisogno di essere stimolati.

E dunque, di che parla Eo? E’, in breve, la storia di un simpatico asinello da circo che viene liberato dalle costrizioni dell’arte circense e che di conseguenza perde i contatti con la sua ‘padrona’, con la sua ammaestratrice. Liberatosi una notte dal giogo, attraversa dapprima una foresta piena di cacciatori di volpi, poi si avventura in un villaggio, diviene l’eroe di una partita di calcio, rischia quasi di finire in un macello e poi … poi appare Isabelle Huppert, ma non vogliamo togliervi il piacere di vedere coi vostri occhi come le sue vicende si intersecheranno con quelle dell’animale. 


 

Eo è un’opera che oltre ad antecedenti cinematografici ne ha anche letterari (ricordiamo E L’Asina vide l’Angelo di un certo Nick Cave, musicista post punk con grandi abilità anche letterarie dove il protagonista non è proprio un animale ma un essere umano che, essendo muto, condivide con gli animali l’impossibilità a esprimersi), ma soprattutto è un’opera che racconta con uno stile unico le avventure dell’animale. Girato, montaggio, colonna sonora e fotografia sono splendide, al punto che vorresti rivedere il film solo per apprezzarne la bellezza estetica.

Ché poi l’estetica, lo insegnavano i Cahiers, è anche etica, e allora come lo spettatore può relazionarsi a un asino, se non tenendo presente che quell’animale non può mentire, non avendo la voce, e quindi è nudo due volte come nessun essere umano accetterebbe di essere e pertanto ci fa da specchio? Non è ‘solo un asino’ Eo, ma è un essere che può essere amato, sfruttato, utilizzato, picchiato a morte o inserito in un contesto a lui più adatto. E se questa ultima opzione, oltre alle cure delle ferite, è praticata cogli animali, almeno a volte, perché non praticarla anche cogli esseri umani?

Eo ci fa da specchio. Non tutti gli esseri umani sono gentili e empatici, ma se la storia di un asino può concludersi, forse, con un lieto fine, perché ciò non può avvenire per gli uomini? Pare che il problema sia proprio la lingua. Strumento fantastico nell’evoluzione, ci consente però di far esperire la verità solo con la retorica, con giri di parole, con lo stile, mentre per gli animali certe cose sono evidenti e lampanti, nell’immediatezza e nel qui e ora. Certo, noi abbiamo prodotto capolavori immortali della letteratura per arrivare a quel livello di comunicazione, ma.