lunedì 28 ottobre 2024

La Storia di Souleymane di Boris Lojkine

Tempo fa mi confrontavo con una mia ex collega, una regista di teatro, che si lamentava del fatto che l’immigrazione è un tema che batte cassa a dispetto di altri nel suo ambiente. In alcuni concorsi non era infatti riuscita a classificarsi perché, non ostante la sua maturità di regista (glielo riconosco) altri progetti meno intensi erano riusciti ad ottenere successo grazie al ‘tema’ migranti. 

Questa dicotomia tra forma e contenuto è assente dal lavoro cinematografico che analizziamo qui, ovvero La Storia di Souleymane, opera seconda di Boris Lojkine. Giovane immigrato nigeriano che lavora come rider a Parigi e vive in un dormitorio gestito dalla carità pubblica nei sobborghi (non si sa se a operare in esso sia la Chiesa, il volontariato laico o degli attivisti), Souleymane (Abou Sangare) usa l’account da rider di un collega al prezzo di 120 euro al mese (il nostro protagonista ne guadagna circa 500 utilizzandolo) mentre questi svolge un altro lavoro. 

Lo seguiamo, con passo serrato quasi à la Dardenne, mentre consegna cibo, ha un incidente, litiga con il gestore di una pizzeria per i tempi troppo dilatati che rischiano di fargli perdere l’ultima corriera per il dormitorio, perde il lavoro. Tutto questo mentre deve caldeggiare presso la questura la propria richiesta di protezione umanitaria, sperando di ottenere la quale paga documenti falsi a un connazionale ormai integrato. 

Ma qual è la vera storia di Souleymane? Perché mente? Perché sono troppo strette le maglie della richiesta di protezione? Perché non ne ha comunque diritto? Con queste domande e la sua vita sullo schermo, tra l’abbandono della fidanzata Kadiatou (Gianna Gesualdo) che vorrebbe venire da lui in Francia – un percorso che significa violenza sicura per una giovane donna, cosa che Souleymane le vuole evitare ad ogni costo – e il colloquio finale con la funzionaria della questura, la pellicola non ci fa solo empatizzare col protagonista. 


Fa di più: ci lascia sospesi, come sospesa è la vita di questi uomini e donne – per lo più uomini, hanno più probabilità di sopravvivere al viaggio, informazione che potete passare a quelli che ‘vengono qui solo giovani uomini palestrati’ – sia durante il viaggio per arrivare nei nostri Paesi ad annusare da lontano il nostro benessere sia durante la dura permanenza. 

“Non sei venuto in Europa a divertirti” gli dice il ragazzo che gli ha prestato l’account da rider. E infatti non c’è un solo attimo in cui la tensione si abbassi in questa pellicola. Solo alla fine, mentre restiamo avvolti dall’incognita del futuro, pare che il rumore di fondo si abbassi per qualche istante, prima che lo schermo diventi buio e inizino a scorrere i titoli di coda. 

Qualche canzone che emerge nei bistrot o per strada, una colonna sonora per il resto minimale – non è questo il luogo per le estetizzazioni – un montaggio serrato e un’ottima interpretazione da parte degli attori fanno da collante a una vicenda che dovrebbe essere vista da tutti, per capire cosa significa vivere da ultimo tra gli ultimi in un mondo dove o sei il primo o non vali niente, e allora tanto vale farti vivere in una eterna competizione che annulli il tuo senso della giustizia. 

Abbiamo già sottolineato a sufficienza come forma e sostanza coincidano in questa pellicola insignita a Cannes con il premio della giuria Un Certain Regard all’ultima edizione, pertanto ci limitiamo a dire che dopo le ferie estive e una lenta ripartenza il cinema si sta ora mostrando, come dovrebbe essere, specchio di un mondo feroce e che non fa sconti a nessuno. Fermatevi a riflettere, tra un fendente e l’altro (e non importa che siate quelli che lo danno piuttosto che quelli che lo ricevono).

mercoledì 23 ottobre 2024

Megalopolis di Francis Ford Coppola

E’ stato divertente, per una volta, leggere le recensioni di stroncatura di quest’ultimo lavoro del Maestro Francis Ford Coppola, non un capolavoro ma un film notevole e che merita di essere visto, soprattutto ma non solo per come il film aggredisce il presente, senza fargli sconti e senza finti buonismi. 

E’ stato divertente, ripeto, leggere recensioni lunghe in cui si capiva che chi scriveva voleva demolire l’opera senza nemmeno ascoltare quello che il film aveva da dirgli. Chissà cosa è andato per traverso a tali recensori, che a quanto mi si dice sono la maggior parte. Ebbene, non troverete una stroncatura in queste righe, ma un tentativo di empatizzare con una persona più anziana di me – anche se mi sto sempre più avvicinando a una certa, avendo 51 anni compiuti lo scorso luglio – che, oltre che operazione interessante, è anche un comodo antistress contro i tempi che viviamo. 

Ora. Chi di voi non ha mai fermato il tempo non potrà capire il personaggio portato sullo schermo da Adam Driver e i giochi – col tempo, che avevate capito - con la sua consorte, la bellissima e brava Nathalie Emmanuel, già vista ne “Il Trono di Spade” e nella saga di “Fast and Furious”. Perché, che voi lo sappiate o no, si può anche viaggiare indietro nel tempo, anche se si può farlo solo per amore (anche solo di noi stessi) perché altrimenti le energie che occorre smuovere ci affaticherebbero troppo. 


E allora, ecco che Coppola parte già in quarta andando contro la logica stringente a cui siamo stati educati sin da piccoli, nel vedere il tempo come una carrozza del treno che vada solo in una direzione, inesorabilmente. E andando contro questa logica si può comprendere il perché di tanta avversione. Oggi viviamo in tempi dove chi, coraggiosamente, va contro il senso comune suscita rabbia e paura. 

Ma poi c’è la favola, e per di più una favola che Coppola compone sotto i nostri occhi per amore della moglie, che lo ha lasciato da poco tempo a causa di un male non meglio specificato. Ed è una favola socialista. Può non piacere o meno, ma l’architetto ultrapostmoderno che brama per costruire una città per tutti, indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza, e che desidera un mondo dove si trovi accoglienza per tutti e soluzioni per tutti i problemi, è la figura cardine di quest’opera. 

Un architetto che vive in una città che mescola New York e l’antica Roma, all’apice e quindi vicino all’inizio della fine, come la nostra società tardocapitalista. Un architetto che ha perso la moglie per la cui dipartita nutre profondi sensi di colpa, ai quali i suoi avversari tentano ad ogni modo di agganciarsi per mettergli i bastoni tra le ruote, e che uscirà dal buio grazie a un nuovo amore, per la figlia del suo più acerrimo rivale. 


Non ha senso a questo punto parlare di fotografia, montaggio, colonna sonora, tutti ottimi come si conviene a un film della nostra epoca, forse un poco fredda ma che non lesina in perfezione formale. E pertanto come non capire i poveri critici, adusi a (e abusati da) cinismo e ironia, i veri mali della nostra epoca? Coppola, che viene da un altro mondo, essendo un artista, non lascia molto spazio ai suoi giudici, non si mostra compiacente perché altre sono le corde che vuole far risuonare in ognuno di noi. 

Eppure non possiamo non mettere quest’opera nel novero dei lavori che, quest’anno o in questi anni, ci hanno fatto assaggiare il mondo in cui viviamo – le semplificazioni di un populismo che il popolo lo usa, il capitalismo globale, gli ultimi che vengono deprivati di tutto ciò che permetterebbe loro di vivere – lo stesso protagonista inizialmente li ignora ed espropria, e per questo se li trova contro, aizzati da uno Shia Labeouf che, dopo i film coi robottoni, si è ricostruito una carriera interpretando ruoli per lo meno ambigui – e poi l’amore, per l’umanità come per una donna, come unica risposta. 

Troppo semplice? In realtà le cose più semplici sono le più complesse. Amore è una parola, ma poi per imparare ad amarsi occorre decostruire l’odio per noi stessi che la società ci instilla, e allora come non comprendere il percorso di Caesar Catilina? Ecco, proprio il fatto che in pochi abbiano compreso che il protagonista di questa pellicola rappresenta ognuno di noi è operazione di una imperdonabile miopia. Opera non adatta a chi nel cinema cerca non tanto l’evasione quanto conferma al fatto che impegnarsi per migliorare questo mondo non serva a nulla. Io vi ho avvisati, ora la palla passa a voi …