Avevo delle buone aspettative per questo mio primo (colpevolmente primo) incontro col cinema di Kore’eda. E mi sono trovato, alla fine, come quando ascoltai per la prima volta il disco “Ys” di Johanna Newsom. Produzione di Steve Albini, arpa e voce più orchestrazioni, qualcosa di diverso, di unico, di personale. E invece. E invece mi sono ritrovato davanti al lettore CD con la faccia da stupido, pensando “Che cosa non ho capito? Perché non mi sta piacendo?”.
Non c’era nulla da capire, quei suoni non facevano per me. Quella voce, quell’arpa – a differenza di quella di Alice Coltrane che apprezzo – quelle orchestrazioni non sono riuscite a conquistarsi un posto nel mio cuore. Pertanto oggi, a fine proiezione, ero pronto a dare un simile giudizio a “L’Innocenza” (traduzione italiana del più coerente “Monster”). E invece devo aggiungere qualcosa di più.
Ora, io capisco tutto. Capisco la trama alla Kurosawa (il riferimento è a "Rashomon", anno di grazia 1950), capisco il tema del bullismo omofobico, capisco che le musiche le ha composte Ryuichi Sakamoto prima di lasciarci per sempre. Ma per me è un no secco. Almeno alla terza parte del film, quella narrata con i riflettori sul giovane undicenne Minato e sul suo coetaneo e compagno di classe Hiro.
Infatti il film inizia splendidamente. C’è un incendio, protagonista e madre (unico genitore) si trovano a guardare dalla finestra l’intervento dei pompieri, dopo di che, la mattina successiva, il giovanissimo ragazzo si trova ad andare a scuola. E poi le prime stranezze: un’altra mattina Minato non vuole più recarsi a lezione, e poi altro che non anticipiamo per non fare spoiler, come dicono i giovani d’oggi.
Saori decide quindi di indagare, e presto scoprirà che nella vicenda potrebbe essere coinvolto Hori, il maestro di Minato. Parte quindi il balletto ipocrita di preside e insegnanti che chiedono scusa per dei non meglio precisati ‘contatti’ tra studente e insegnante ma senza sciogliere il nodo, e Saori non ci sta. Fin qui, nulla di poco interessante, anzi, se come me avete visto un film dello scorso anno come “La Sala Professori” potreste trovare utile anche un paragone tra le due pellicole, ma c’è giustamente un respiro diverso e bisogna starci.
La vicenda narrata seguendo non più la madre ma Hori, il maestro, è, forse, la più interessante. Hori non è una persona che segue per filo e per segno i protocolli, in tutti gli ambiti della propria vita vuole inconsapevolmente fare a modo suo, e pertanto sia come insegnante sia nella vita privata cerca in qualche modo di risolvere le situazioni che gli si prospettano cercando la via più diretta.
Ed eccoci alla terza visuale, quella sui due ragazzini, che a questo punto diventano i due veri protagonisti del film, fino al finale. Non siamo di fronte a una replica di Rashomon, e questa è cosa buona e giusta, poiché non avrebbe senso oggi parlare di postmodernità: oggi siamo nell’epoca della disinformazione e dei deep fake, che producono un altro tipo di disorientamento e riorientamento rispetto alla perdita dei punti di riferimento ideologici.
In questo terzo spicchio di film, il più poetico, assistiamo allo scioglimento dei vari nodi narrativi (tutti quelli che ho omesso oltre a quelli che ho nominato) e si va verso un finale catartico. Cosa che, a mio avviso, non funziona. Almeno per me, e non posso fare a meno di prenderne atto. Ok il padre di Hiro che non riesce ad accettare il figlio, ok la preside che si mostra improvvisamente umana di fronte a un bambino, ma. La musica di Sakamoto è insopportabilmente simile a quella di un Einaudi qualsiasi, solo più delicata e meno emotivamente invasiva, ma è didascalica.
Ricordo ancora quando Susanna Nicchiarelli, regista di “Miss Marx” e “Nico 1988” disse in una intervista che non sopportava quei film dove si usa il sonoro per trasformare il pubblico in una specie di ‘cane di Pavlov’. Ci siamo capiti. Nulla da dire sul piano realizzativo: la fotografia ottima, il montaggio ok, ma personalmente avrei evitato la melassa e avrei inserito quei due ragazzini maggiormente in un contesto ‘adulto’ per saggiarne l’effettiva vitalità.
Dato che più persone di fronte a una (semi) stroncatura mi hanno detto ‘perché non rifai il tuo film’, (peggio mi va quando scrivo recensioni di musica, dato che lì essere critici o stroncare sigifica diventare lebbrosi) rispondo una volta per tutte. Da critico, se qualcosa per me non funziona devo dirlo. E quest’opera è non mal riuscita ma monca. L’effetto finale è quello di un lavoro dove il regista si è lasciato prendere la mano, per affetto, dai personaggi che narra.
Varrebbe la pena ritornare forse al modello, là dove una nuova vita era sintomo di speranza, qui abbiamo uno sfondamento nel bianco, quasi che la pellicola fosse stata un lungo sogno, una vicenda esemplare – soprattutto la terza parte. Se Kore’eda vuole dirci che per essere noi stessi occorre uscire di campo, ovvero andarsene via dal posto assegnatoci come fecero Mosé e il popolo ebraico, allora ci potrei stare. Ma quell’atmosfera sognante …







