Questo film potrebbe essere il prequel de L’Odio di Kassowitz. In questa pellicola di Ladj Ly vengono messi a nudo tutti i meccanismi che portano alle “incomprensibili” o “irrazionali” esplosioni di rabbia repressa nelle banlieues o comunque tra gli ultimi. Abbiamo protagonisti che vivono da decenni stipati come topi in fatiscenti palazzi che attirano l’interesse della politica solo quando si tratta di opportunità di gentrificarli, ad esempio.
Vediamo come funziona la macchina politica, dalle elezioni truccate del nuovo sindaco ai giochi politici – come lo si manovra questo nuovo sindaco, come lo si lascia poi fare il gioco duro per intestarsi il lumicino del progresso, se ne vede a 360 gradi la stupidità e l’incapacità di non prendere le cose sul personale come un qualunque coatto, senza la lungimiranza e la progettualità che dovrebbero contraddistinguere il politico puro.
Si vede come funzionano i poliziotti e le forze dell’ordine, puro e semplice volano degli ordini sempre più irrazionali che vengono dall’alto, si vede come la macchina ufficiale dell’accoglienza sappia avvicinarsi, come nel caso di un gruppo di profughi siriani, solo a coloro che ci somigliano: se hai avuto la fortuna di nascere cristiano allora sei salvo, altrimenti sei destinato al fuori scena.
Si vede come si vive in periferia. Dal funerale con cui si apre il film, con quella bara che viene portata giù dalle scale ingombre di ogni tipo di cianfrusaglia in una scena tra l’ansiogeno e l’ironico, al finale con l’incapacità della protagonista di farsi carico della frustrazione di chi si è trovato per rabbia a scavalcare la barricata dalla parte della ragione a quella del torto. Ne usciamo tutti sconfitti alla fine della visione, con le luci che si accendono prima dei titoli di coda come per sorprenderci e non lasciarci il tempo per metabolizzare – c’è chi non se lo può permettere, del resto, quel tempo.
Lontano dallo stile sperimentale degli anni Novanta, quando Spike Lee o il già citato Kassowitz avevano ancora fiducia nella possibilità dell’arte di cambiare la realtà per il solo fatto di descriverla, non troverete carrellate surreali, plongée emozionanti o stranianti a seconda del loro uso, babeli di codici – dal documentario alla fiction, dal cinéma-vérité alle citazioni dei classici del new cinema.
No, ormai i giochi sono troppo maledettamente seri per divertirsi con il cinema. Si è fatto tutto troppo drammatico e asfissiante, e così c’è al massimo spazio per qualche citazione fatta murales o qualche accelerazione di ritmo per rendere tutto più drammatico. Resta un film imperdibile per chi è alla ricerca di quella complessità e capacità di gestire la visione che hanno fatto innamorare molti di noi della settima arte.


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