domenica 29 agosto 2021

Un’Educazione Parigina di Jean-Paul Civeyrac

Un film del 2018 in bianco e nero, manco fosse un’opera di Philippe Garrel. Musica barocca, ma non solo. C’è Bach infatti, ma c’è anche spazio per Mahler e Satie. Una storia di formazione con tragedia annessa, di quelle che fanno crescere. Ok, questo è effettivamente una cosa scontata. Un protagonista, il post adolescente Etienne, abbandona Lucie al paesello per andare a Parigi a studiare Cinema. 

Qui incontra amici, donne, butta via la parte già pronta del suo corto d’esordio e ne scrive un altro, fino all’incidente che gli farà perdere l’attore principale. Deciderà quindi di trovare il suo posto nel mondo presso il network televisivo dove aveva trovato un lavoretto, e di proporre una propria serie TV, abbandonando l’idea dura e pura di cinema che contraddistingueva lui e alcuni dei suoi amici.

Questo film vorrebbe essere un ritratto impietoso dell’oggi. In parte ci riesce. C’è lo studente che trova lavoro dopo un anno perché il suo modello è Sorrentino, e quindi cinema tra commerciale e autoriale, considerato un paraculo dagli altri studenti perché cita Lenzi e altri autori amati da Tarantino a lezione, c’è l’altro studente che invece è duro e puro e considera cinema solo quello d’essai ma non realizza nulla, perché si chiude nella torre d’avorio.

 


C’è la ragazza attivista, che considera i cineasti persone che guardano il mondo dal filtro dei film, e che quindi non partecipano alla vita vera, e ci sono le feste, i litigi con la ragazza lasciata al paese, i genitori che lasciano qualche timido messaggio della serie ‘fatti vivo ogni tanto’. Eppure ho avuto la sensazione di assistere a persone che vivono in una bolla. Non era esattamente la stessa cosa se penso a Godard e Truffaut. Perché questa sgradevole sensazione? 

Perché non viene descritto il funzionamento dell’industria cinema, perché il film non se la prende con sé stesso mostrandoci esclusivamente ciò che avviene nella testa e nella vita dei futuri cineasti? Perché Civeyrac non ha realizzato un film fatto di parti di corpo, come avrebbe fatto Godard, i corpi dei giovani studiosi di cinema, e nelle scene di sesso indugia ad esempio sempre sui volti? Non è ideologico tutto ciò? Dove sono le mani, le gambe, i torsi?

I professori sono persone esperte e sagge con figli sovranisti che non capiscono i loro padri, ma prodighi nel dispensare libri e consigli esistenziali, dell’industria cinematografica invece neppure l’ombra. Sì, c’è la casa produttrice di serie TV dove non vogliono più produrre memoriali della Seconda Guerra Mondiale perché di sceneggiature così ne arrivano troppe, e loro vogliono materiale fresco e innovativo.

 


Ma che fine ha fatto il dialogo tra Jerry Prokosh e Fritz Lang ne Il Disprezzo? Ecco, è come se questo film si dimenticasse che il cinema è innanzitutto una industria, pare che i giovani ragazzi che hanno visioni siano l’unica fortuna o rovina di quest’arte. In questo senso, siamo di fronte a un’opera fittizia. Lo salva quella finestra aperta sul finale, quel richiamo al bisogno di essere sempre sul filo del rasoio che in fondo è un richiamo al non accontentarsi di ciò che si possiede, poco o tanto che sia. 

Ma onestamente ci aspettavamo qualcosa di più. Abbiamo invece assistito a due ore e un quarto di relazioni estetizzate e di ferite sicuramente autentiche – chi ha avuto una post adolescenza non può non identificarsi in quei ragazzi, creativa o meno che sia stata – ma fuori contesto. Perché ci si ferisce e ci si fa del male? Per narcisismo? Per inesperienza? Per brama di emergere? Questi psicologismi fanno un film mediocre e borghese, peccato per le musiche e per gli attori che sono stati in qualche modo sprecati.

Non vi invito a non vedere questa pellicola. Anzi, vi esorto a cercarla e a fruirla. Vedrete come oggi si fa il cinema – ma anche la TV, ricordate il chiacchierato Malcolm & Marie? – e come il cinema sta perdendo linfa vitale. Azzardo sia colpa dell’industria. Se il regista avesse voluto fare un’opera col botto, probabilmente questa non sarebbe stata finanziata. Invece avrete, se la guarderete, tra le mani o meglio davanti agli occhi un’opera che è solo metà della luna, quella illuminata dal sole. 


 

domenica 22 agosto 2021

La Ragazza col Braccialetto di Stéphane Demoustier

Confesso che non conoscevo il regista e produttore Demoustier prima di vedere questa pellicola, e che però ho deciso di andare al cinema il giorno stesso in cui ho scoperto che il film veniva proiettato nella città vicino a dove vivo. Ho seguito con interesse pochi casi di cronaca nera, anche se so che sono molto amati dalle massaie e casalinghe annoiate dalle mie parti.

Poi però ci sono delle eccezioni, poche situazioni che mi colpiscono, come le vicende relative a Chiara Gualzetti, sia per via della giovane età – colpisce sempre quando un ragazzino ci lascia le penne – soprattutto per delle ipotesi che si sono fatte, con cui non vi tedio – potete comunque trovare in rete video realizzati da persone che studiano o praticano la criminologia – anche perché si tratta di un caso completamente diverso da quello relativo al film di cui stiamo parlando. 

Ma di cosa parla la pellicola? Quali eventi ci narra? E’ presto detto: si tratta infatti della storia di Lisa, arrestata e accusata di omicidio a 16 anni nei confronti dell’amica del cuore, che dopo un certo periodo trascorso in prigione viene trasferita dai genitori ai domiciliari in attesa del processo, processo che si snoda sotto gli occhi dello spettatore, tra video caricati su internet e tentativi mal riusciti di fare processi alla morale di un’adolescente il cui comportamento, compreso quello sessuale, non può essere speculare o uguale a quello degli adulti.

 


Colpisce di Lisa l’aspetto compresso, i silenzi, la difficoltà tipica di un adolescente a comprendere tutti gli aspetti della propria emotività, il bisogno comunque di esprimere amore e sentimenti, le chiusure, ma anche l’improvviso rilascio di emotività nei confronti della madre dell’amica uccisa. Avverto dunque gli amanti delle serie TV crime: qui non venite condotti per mano sulle tracce della scoperta del colpevole. A un certo punto si arriverà a una verità processuale, ma solo a quella, e quella sarà quanto vi spetterà di sapere. Perché il punto del film non è la scoperta della verità.

Il punto del film è che ogni individuo è un soggetto fondamentalmente insondabile. E questa insondabilità, questa barriera, è un punto saldo, un rispetto dovuto che il film restituisce allo spettatore che presumibilmente tramite l’apparecchio televisivo ha già ingurgitato processi, prove, perizie, pareri, teorie. Se la televisione spazzatura pretende di scavare, questo film invece restituisce un ritratto a tutto tondo, ma che si ferma a ciò che di un’interiorità si può eventualmente cogliere soggettivamente senza andare oltre. 

Decenni fa Jacques Rivette dalle colonne dei Cahiers du Cinéma tuonava contro Gillo Pontecorvo e il suo tentativo di riprendere l’istante della morte nel suo discusso film Kapò, mentre qualche tempo più tardi lo psicotico gemello cattivo Beverly Mantle di Inseparabili, capolavoro cronenberghiano, sentenzierà che ci vorrebbero concorsi di bellezza per le interiora: i migliori polmoni, la milza più bella, e così via. Il cinema cerca di insegnarci da sempre che ognuno di noi ha una pellicola protettiva, la pelle, e che ciò che si muove dentro di essa appartiene solo al legittimo proprietario.

 


Ogni tentativo di avvicinarsi a una qualche ‘verità’ è quindi nient’altro che uno stupro. Per contro, dagli anni Cinquanta del secolo scorso già la letteratura beat si prometteva di fornire al lettore uno scambio quasi telepatico di pensieri tra scrittore e fruitore. Ma lì era lo scrittore a offrirsi, pasolinianamente, per un esperimento in cui nel silenzio dell’immaginazione letteraria si chiedeva a chi si avvicinava ai libri di utilizzare la propria capacità empatica per capire l’altro e sé stesso.

Nella televisione spazzatura, o nel nostro bisogno di sapere cosa ha mosso l’altro, colpevole o innocente che sia, c’è invece il bisogno di separarsi dall’altro e di comprendere qualcosa di lui come si fosse dei piccoli dèi. E’ questo il meccanismo che Rivette trovava pornografico in Kapò, e che rasenta la follia nel gemello simbiotico cronenberghiano. Siamo tutti molto simili a questi due estremi.

Ma questa piccola pellicola è qui per ricordarci invece che quel limite esiste, e che si può affrontare la vita dell’altro con un atto di estrema pulizia e etica: quella del non pretendere (o fingere) di avere i raggi X al posto degli occhi. Che succede infatti al ‘mitico’ Uomo ai Raggi X di Roger Corman? Lo aspetta la cecità, se vi ricordate il finale. Per preservarci da questo eccesso preteso di visione e insegnarci invece uno sguardo ‘giusto’, questa pellicola di Demoustier è dunque l’ideale. Buona visione. 


 

venerdì 13 agosto 2021

Old di M. Night Shyamalan

Diciamoci la verità, questo film è stato e sarà molto poco capito. C’è chi ha intitolato le recensioni che trovate in rete con titoli poco lusinghieri quali “Un buco nell’acqua”, per di più l’ennesimo, o “M. Night Shyamalan c’è o ci fa?”. E se proprio dobbiamo dirla tutta, quando la critica mainstream scredita un autore di cinema, molto probabilmente ci troviamo di fronte a un film molto interessante. 

Innanzitutto Old è un body horror. Ma non alla Cronenberg, e nemmeno di tipo splatter. In realtà ci sono un paio di sequenze che fanno pensare proprio al David di Inseparabili o La Mosca, ma Old è un body horror molto minimal. Ma andiamo con ordine. Una allegra famigliola, madre padre e due figli si recano in un resort da sogno in vacanza. Qui vengono consigliati di visitare una spiaggia circondata da antichi e rari minerali.

Nel frattempo scopriamo un po’ di altarini: la coppia è in crisi, soprattutto perché lei ha un tumore e ha tradito il marito per un meccanismo psicologico legato alla paura, e quando i due litigano i figli stanno nell’altra stanza ad attendere che finiscano, dopo di che riprendono a giocare. Sulla misteriosa spiaggia i quattro incontreranno altri due nuclei famigliari, composti uno da un medico con bella mogliettina giovane ma bisognosa di calcio per non rachiticizzarsi e madre con problemi di cuore, l’altro da una coppia di colore, un infermiere e una psicologa che soffre di crisi epilettiche.  


C’è spazio anche per un’ulteriore coppia, questa volta di giapponesi, e per un rapper inizialmente sospettato di un omicidio. Ovviamente queste persone non finiscono su quella riva per caso. Ma per non fare spoiler non vi racconteremo cosa si svilupperà. Vi anticipiamo solo che mezz’ora sull’isola equivale a un anno del nostro ‘tempo normale’, il che implica non solo accelerazioni della crescita ma anche difficoltà di elaborazione di dolori e eventuali traumi. Il tutto viene spiegato ovviamente nel film, anche se riteniamo il dispositivo interessante di per sé più che per il come funziona.

Vi segnaliamo inoltre che lo stesso regista ha due camei nel film, il primo come guidatore del pulmino, moderno Caronte, verso la spiaggia, e verso la fine della pellicola come osservatore, contemporaneo James Stewart prezzolato, ebbene sì, dalle case farmaceutiche. Ancora, non è il finale del film che può lasciarvi più o meno soddisfatti – verrà apprezzato da chi ama gli happy ending e lascerà l’amaro in bocca a chi è più pessimista, o forse sarà la classica via di mezzo – ma lo svolgimento a essere interessante. 

Ferite che si rimarginano, tumori che si ingrandiscono, figli che nascono e muoiono di incuria perché si sviluppano troppo in fretta, il tutto sotto uno sguardo vigile e attento. E poi quella donna che si nasconde per non essere guardata deforme, e quella ruggine che si diffonde nel sangue come un veleno. La follia che esplode dopo essere stata trattenuta per una vita per non compromettere una carriera. Qualche momento di tenerezza, come quando i due genitori si ritrovano di notte sotto la luna a dirsi “So che abbiamo litigato, ma è stato tanto tempo fa e non ricordo più il motivo”. 


 

Shyamalan è un maestro nel far crescere lentamente la tensione, nel dirigerla dove vuole, nel portarti in un suo proprio mondo o universo coerente, e inoltre è abilissimo con la macchina da presa. In un’altra epoca, certe sue immagini dove inquadra il particolare di una testa in primo piano e un frammento di un’altra sfocata sullo sfondo, con i due personaggi che cercano un dialogo impossibile, sarebbe stato definito anche, ma non solo, un avanguardista. 

Sembrerà scontato dirlo, ma un regista che ha avuto il successo di certe sue opere, da Il Sesto Senso a Unbreakable, per non parlare dell’ultimo discusso The Split, avrebbe potuto arrancare scegliendo megastar per progetti asfittici alla ricerca di un posto al sole, e invece il Nostro decide di lavorare di fino, di dare forma a progetti per nulla scontati ma pur sempre legati all’attualità (le case farmaceutiche, il tema della malattia, la sorveglianza).

Adattamento per il cinema di una graphic novel edita anche nel nostro paese, il film è stato girato nella Repubblica Dominicana dove il set è stato distrutto e ricostruito a causa degli uragani. La sceneggiatura invece è stata scritta sotto la pandemia, nel 2020, e realizzata dal regista coi suoi collaboratori in intense sedute via Skype. La distribuzione è stata posticipata a causa del Covid, e così recarsi in sala a vedere quest’opera sarà un modo per non distrarsi inutilmente ma per porsi nuove domande. 


 

sabato 7 agosto 2021

X e Y Nella Mente di Anna di Anna Odell

Dio sa se stavo aspettando, e da quanto, un film del genere. C’è tutto quello che ci deve essere in un film metacinematografico, e quindi in un film sull’arte. C’è l’indagine sull’identità, c’è la sensazione che oggi l’arte sia sterile e quindi la domanda su come renderla nuovamente feconda, c’è la pulsione di morte – e come non potrebbe esserci in questo mondo, oggi nel 2021? – e c’è la follia – un accenno, ma vedremo più avanti nella recensione. E poi c’è quella canzone di PJ Harvey che non sentivo da parecchio tempo. 

Ma andiamo con ordine. Anna Odell è una promettente artista al suo secondo film dopo The Reunion. Per il suo nuovo film Anna decide di ingaggiare innanzitutto l’attore, nonché maschio alfa, Mikael Persbrandt, spronandolo ad andare entrambi oltre i limiti della relazione tra arte e vita fino al concepire un figlio sullo schermo (ma a questo obiettivo Anna arriverà per gradi, guidando il suo attore feticcio – ma siamo ancora al feticcio? Qui si scopa sul serio! O forse no?! – attraverso la scoperta di sé non solo letterale.

Ed ecco che altre tre coppie di attori (Vera Vitali, Trine Dyrholm, Jens Albinus, Shanti Roney, Thure Lindhardt e Sofie Grabol) si affiancano ai due protagonisti, intepretandone alcuni aspetti (quello mentale, quello istintivo, e così via) in modo da permettere ai due artisti di vedersi dall’esterno e perdere un po’ di controllo. L’idea infatti è di partire da delle improvvisazioni, fino a che da esse non si giungerà a un copione. Gli otto attori si radunano dunque in una specie di palestra con delle stanze ricostruite che ricorda molto il set di On High On Blue Tomorrow in INLAND EMPIRE di Lynch.

 

E inesorabilmente, tutto quello che può andare male va male. Una coppia di attori rifiuta di proseguire perché durante una scena di seduzione uno degli attori improvvisamente inizia a dare di stomaco e viene accusato dal suo alter ego di non essere professionale, Mikael non potrebbe fare sesso perché i suoi agenti hanno paura che riprenderebbe a ubriacarsi e a drogarsi, ma si fa tutte le donne presenti sulla scena, inesorabilmente, frustrando Anna che in una notte decide nella sua stanza di masturbarsi ma siccome non dorme sola rischia di beccarsi una denuncia per molestie. 

Ed eccoci alla seconda parte del lavoro cinematografico, alcuni mesi dopo. I sei attori rimasti si ritrovano in un pub per festeggiare la giornata successiva, quando Anna dovrebbe leggere loro il copione del film, ma non ci sarà nessun domani – non aggiungo altro per non togliervi il desiderio di vedere questo film da soli. Vi anticipo solo che c’è una scena molto emozionante in cui Anna, rinchiusa in una delle casette sul set, sembra soffrire di allucinazioni uditive. Sospiro (ma non di sollievo).

Questo è quello che dovrebbe fare oggi l’arte: rischiare. Rischiare fino in fondo. Anna è folle, certo, nella finzione – è chiaro a tutti che si tratta di una finzione? – ma è anche estremamente coraggiosa. Mikael è un narcisista, e lei non è la donna tipica del narcisista, come dice uno dei due psicologi che accompagnano gli otto sul set: non è infatti né una donna che si accontenta di ricevere tanto sesso, né una ‘donna ragno’ che usa gli uomini per poi abbandonarli. Tutt’altro. Anna è una donna che vuole rimanere incinta del suo stesso lavoro. 

 


E’ quello che Antonin Artaud definiva  ‘teatro della crudeltà’, ovvero quel teatro da cui non si può più tornare indietro. Per andare dove, non si sa, perché le convenzioni sociali e le inibizioni sono più forti della follia di Anna e arrivano forse a condizionarne i gesti finali – è la mia personale interpretazione – eppure …  eppure il film si chiude su quella canzone di Laurie Anderson, “Born Never Asked” dove la performer americana recita “Sei nato senza averlo chiesto … sii felice … sii libero”, che è esattamente il punto cui vuole arrivare il film in oggetto. Cos’è la libertà? Cos’è la felicità? Con questa domanda il film ci lascia al buio della sala, e così vi lascio, oggi, anch’io.