Un film del 2018 in bianco e nero, manco fosse un’opera di Philippe Garrel. Musica barocca, ma non solo. C’è Bach infatti, ma c’è anche spazio per Mahler e Satie. Una storia di formazione con tragedia annessa, di quelle che fanno crescere. Ok, questo è effettivamente una cosa scontata. Un protagonista, il post adolescente Etienne, abbandona Lucie al paesello per andare a Parigi a studiare Cinema.
Qui incontra amici, donne, butta via la parte già pronta del suo corto d’esordio e ne scrive un altro, fino all’incidente che gli farà perdere l’attore principale. Deciderà quindi di trovare il suo posto nel mondo presso il network televisivo dove aveva trovato un lavoretto, e di proporre una propria serie TV, abbandonando l’idea dura e pura di cinema che contraddistingueva lui e alcuni dei suoi amici.
Questo film vorrebbe essere un ritratto impietoso dell’oggi. In parte ci riesce. C’è lo studente che trova lavoro dopo un anno perché il suo modello è Sorrentino, e quindi cinema tra commerciale e autoriale, considerato un paraculo dagli altri studenti perché cita Lenzi e altri autori amati da Tarantino a lezione, c’è l’altro studente che invece è duro e puro e considera cinema solo quello d’essai ma non realizza nulla, perché si chiude nella torre d’avorio.
C’è la ragazza attivista, che considera i cineasti persone che guardano il mondo dal filtro dei film, e che quindi non partecipano alla vita vera, e ci sono le feste, i litigi con la ragazza lasciata al paese, i genitori che lasciano qualche timido messaggio della serie ‘fatti vivo ogni tanto’. Eppure ho avuto la sensazione di assistere a persone che vivono in una bolla. Non era esattamente la stessa cosa se penso a Godard e Truffaut. Perché questa sgradevole sensazione?
Perché non viene descritto il funzionamento dell’industria cinema, perché il film non se la prende con sé stesso mostrandoci esclusivamente ciò che avviene nella testa e nella vita dei futuri cineasti? Perché Civeyrac non ha realizzato un film fatto di parti di corpo, come avrebbe fatto Godard, i corpi dei giovani studiosi di cinema, e nelle scene di sesso indugia ad esempio sempre sui volti? Non è ideologico tutto ciò? Dove sono le mani, le gambe, i torsi?
I professori sono persone esperte e sagge con figli sovranisti che non capiscono i loro padri, ma prodighi nel dispensare libri e consigli esistenziali, dell’industria cinematografica invece neppure l’ombra. Sì, c’è la casa produttrice di serie TV dove non vogliono più produrre memoriali della Seconda Guerra Mondiale perché di sceneggiature così ne arrivano troppe, e loro vogliono materiale fresco e innovativo.
Ma che fine ha fatto il dialogo tra Jerry Prokosh e Fritz Lang ne Il Disprezzo? Ecco, è come se questo film si dimenticasse che il cinema è innanzitutto una industria, pare che i giovani ragazzi che hanno visioni siano l’unica fortuna o rovina di quest’arte. In questo senso, siamo di fronte a un’opera fittizia. Lo salva quella finestra aperta sul finale, quel richiamo al bisogno di essere sempre sul filo del rasoio che in fondo è un richiamo al non accontentarsi di ciò che si possiede, poco o tanto che sia.
Ma onestamente ci aspettavamo qualcosa di più. Abbiamo invece assistito a due ore e un quarto di relazioni estetizzate e di ferite sicuramente autentiche – chi ha avuto una post adolescenza non può non identificarsi in quei ragazzi, creativa o meno che sia stata – ma fuori contesto. Perché ci si ferisce e ci si fa del male? Per narcisismo? Per inesperienza? Per brama di emergere? Questi psicologismi fanno un film mediocre e borghese, peccato per le musiche e per gli attori che sono stati in qualche modo sprecati.
Non vi invito a non vedere questa pellicola. Anzi, vi esorto a cercarla e a fruirla. Vedrete come oggi si fa il cinema – ma anche la TV, ricordate il chiacchierato Malcolm & Marie? – e come il cinema sta perdendo linfa vitale. Azzardo sia colpa dell’industria. Se il regista avesse voluto fare un’opera col botto, probabilmente questa non sarebbe stata finanziata. Invece avrete, se la guarderete, tra le mani o meglio davanti agli occhi un’opera che è solo metà della luna, quella illuminata dal sole.


