domenica 2 febbraio 2025

Il Mio Giardino Persiano di Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha

A volte è difficile conciliare l’estetica con l’etica. Moghaddam e Sanaeeha ci provano con quest’opera, a parere di chi scrive troppo leziosa nell’associare certi piani sequenza alle riprese in interno, ad esempio. Scene che dovrebbero comunicare imprevisto e angoscia invece finiscono con l’alleggerire sensazioni e emozioni, trasportando lo spettatore nemmeno in un altrove estetico, ma proprio facendolo viaggiare per le stanze mentre in esse si compie una tragedia. 

Mahin (Lily Farhdapour) è una ormai non più giovane vedova che passa le notti a combattere l’insonnia dividendosi tra la visione di film d’amore e la coperta che sta apprestando per la nipote, e i propri giorni tra solitudini e rari momenti di scambio con coetanee per cui prepara gustosi manicaretti. Spinta a guardare oltre il terreno su cui cammina da una delle proprie amiche, cercherà compagnia per alleviare la propria tristezza. 

Non mancano ovviamente i momenti di denuncia del regime iraniano e di una polizia morale pervasiva e onnipresente, che contamina lo sguardo dei vicini di casa e arriva ad arrestare giovani donne solo per una ciocca di capelli fuori posto. Eppure la fiducia nelle capacità, nella forza e nella risolutezza dei singoli ricorda certo cinema occidentale che da sempre prova a mescolare il come è col come dovrebbe essere, a volte con risultati interessanti, altre volte trasudando moralismo o supponendo un pubblico non troppo avvezzo a durezze e spigoli. 



Ciò non toglie che questo Giardino Persiano, che si vuole riflessione sulla vecchiaia e la morte oltre che sulla situazione politica e civile in Iran, perda più volte il proprio focus, un vero peccato perché la bravura degli attori coinvolti (citiamo almeno anche il protagonista maschile Esmail Mehrabi) e le nobili intenzioni ci avrebbero fatto desiderare di assistere a una operazione più riuscita. 

Intendiamoci, non che il lavoro registico sia poco denso o la fotografia di Mohammad Haddadi poco significativa nel suo sottolineare con decisione caratteri e passaggi con fare da ottimo artigiano che non vuole strafare, tutt’altro, eppure è proprio il mix di individuale e collettivo, di pancia e testa, che in questo caso funziona fino a un certo punto. Mi domando ad esempio come sarebbe stata quest’opera con qualche sbavatura da macchina a mano o qualche staticità, di quelle che ti impediscono di vagare e ti inchiodano alla materialità dell’immagine, in più. 

Ci resta quindi la curiosità di recuperare altri lavori della coppia registica, come ad esempio un La Ballata della Mucca Bianca in cui da quanto ho capito un caso di mala gestione della giustizia, in un Paese che contempla la pena di morte, si coniuga con segreti e tensioni nel tentativo della vedova dell’uomo ingiustamente condannato di rifarsi una vita. Lodevole, quindi, il tentativo da parte di chi mette in scena questi lavori di portare in luce come il contesto politico muta la vita dei singoli individui, rimane da valutare il come, ferme restando una vena poetica e politica di qualità.



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