sabato 20 maggio 2023

Peter Von Kant di François Ozon

E se a dirigere questo film ci fosse stato Abel Ferrara? Anzi, diciamola tutta: questo film è un remake di New Rose Hotel del geniale newyorchese. C’è la macchina da presa di Von Kant/Fassbinder, ad esempio, che cattura l’immagine del giovane Ali – il quale assomiglia tantissimo a Ninetto Davoli da giovane più che all’attore de La Paura Mangia L’Anima – e ci sono le gigantografie di Ali appese dappertutto.

Guardare tutto per non vedere nulla. Come nella pellicola con protagonisti Willem Dafoe e una giovane Asia Argento, così qui il desiderio è sia principio di individuazione che organismo proprio che produce dissipazione nel soggetto che lo cova. Peccato che Ozon viri troppo verso il melodramma e sia fedele in modo didascalico a Le Lacrime Amare fassbinderiane.

E così Peter Von Kant risulta a tratti questo orso grottesco innamorato e con mutande leopardate che si aggira nel suo regno, la casa che si è comprato con il successo internazionale come cineasta, a volte addirittura un orso ballerino, tradito dalle persone che a lui devono il successo e della cui sincerità egli avrebbe bisogno ma di cui non ha mai certezza e contezza.

 


Sono i soldi e il potere a rendere i rapporti umani insicuri. Madre e figlie mantenute, Sidonie e Ali che si nutrono della creatività e della genialità del protagonista per poi pugnalarlo alle spalle, l’alcool e la coca che corrono a fiumi. Ma il melodramma poteva essere qualcosa di più, un congegno preciso e tagliente, mentre per come è impostata quest’opera si trattiene tutto a un livello più deresponsabilizzante per lo spettatore.

Il quale osserva ma non si immedesima mai, non si perde mai con Peter nel desiderio per Ali, anche se le espressioni di estasi, d’amore o di dolore ci sono tutte e sono leggibilissime. Ma sono esterne, non vengono da dentro e quindi non colpiscono visceralmente. Sono quasi didascaliche. Anche quando rinfaccia a madre e figlia di essere delle macchine succhiasoldi – soprattutto la madre – non si entra mai nel vivo a livello emotivo. La temperatura non sale mai.

Ed ecco allora che forse sarebbe servito un lavoro più di scavo, ma forse sono i tempi odierni a voler essere più condiscendenti con un pubblico cui fare qualche innocente buffetto, mai uno schiaffo educativo come quei vecchi partres familias del vecchio cinema New Wave da tutto il mondo sapevano tirarci. Peccato perché invece l’occasione era ghiotta. E allora che quest’opera serva almeno a riaccendere i riflettori su un corpus, quello fassbinderiano, dove invece la precisione del chirurgo e l’empatia vanno a braccetto senza colpo ferire. 


 

domenica 7 maggio 2023

Beau Ha Paura di Ari Aster

La visione dell’ultimo lavoro di Ari Aster, lo confessiamo, ci ha lasciati interdetti. Non accadeva da molto, anzi, è forse la prima volta. Segno che Aster ha colto nel segno, centrato l’obiettivo. Siamo infatti abituati ai film onirici, come l’ultima trilogia di Lynch di cui avete letto diffusamente su queste pagine, per non parlare poi del cinema di Fellini che abbiamo faticato ad amare in gioventù per questioni di maturità nelle relazioni coi nostri sogni.

Ma Aster si spinge oltre. Beau Ha Paura infatti è un film figlio del nostro tempo. Viene dopo pellicole come Moebius di Kim Ki-Duk e Il Sacrificio del Cervo Sacro di Lanthimos che in ogni modo hanno giocato con la sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore per provare a spostare l’asticella più in là e guadagnarci in libertà – che poi era la lezione principale della Novelle Vague. Ma andiamo con ordine.

Beau (Joaquin Phoenix) è un uomo di mezza età impantanato con lo psichiatra e Mona, la madre nevrotica. Entrambi lo trattano come un bambino. Ed egli, infatti, non riesce a crescere, perso in un loop infernale. Non sa prendere decisioni, non sa come si sente, vergine anche nel senso che è come se non avesse esperienza del mondo, come se non lo sapesse decodificare a partire dal proprio vissuto.

Tutto peggiora quando Beau deve prendere un aereo per andare a trovare la madre. Non riuscirà a prendere nessun aereo, in compenso perderà le chiavi di casa, l’appartamento, la salute, forse la sanità mentale. Forse tutta la lunga odissea di Beau è un viaggio mentale nelle paranoie di un uomo disturbato. Forse Beau è al sicuro da qualche parte, tranne che nella sua stessa mente.

 


Citazioni da Lynch (Eraserhead) e da Bjork (Bachelorette) a parte, il terzo film di Aster è un incubo di tre ore non privo di humor (nero) che inchioda lo spettatore e lo psicoanalizza senza però il beneficio di condurlo a una catarsi. L’urgenza che l’individuo prenda le redini della propria vita nella realtà e non davanti allo schermo è ciò che infatti distingue un autore di cinema da un imbonitore, direbbe, fosse vivo oggi, Débord.

Ancora una volta la borghesia di origine ebraica (creativa in questo caso: la madre di Aster è una poetessa ed artista visiva, il padre un batterista) fa i conti, come Ginsberg in Kaddish, o come Woody Allen per gran parte della propria carriera, con le nevrosi e le difficoltà dell’essere famiglia. Poco importa che questo sia uno delle topiche del genere horror, come ci ha testimoniato in anni recenti anche un lavoro pure atipico come Titane.

Non a caso in periodi come quello che stiamo vivendo, di crisi economica, sociale, valoriale e dell’individuo soprattutto, la domanda sulle proprie radici o su cosa è una famiglia – pensiamo a come la richiesta di riconoscimento da parte delle famiglie LGBT mette in crisi i conservatori provocando in loro risposte rabbiose – o su come funziona, su cosa è insomma l’individuo e quale è la sua relazione con la comunità, è una questione centrale.

Film come Beau Ha Paura sono allora cartina di tornasole e tentativo di disseminare indizi per leggere il reale, mentre le politiche dei nostri Stati si fanno più restrittive come in questi giorni in Italia producendo chiusura – soprattutto mentale – e giocando su paure e angosce per creare identità. E se Ari Aster non ha comunque firmato un film politico, è dagli zombie di Romero che il cinema di genere non smette di riflettere, acutamente, sulla società che lo circonda.