sabato 9 novembre 2024

Berlinguer La Grande Ambizione di Andrea Segre

Giustamente miei colleghi più blasonati hanno fatto emergere in sede di recensione le differenze tra il Berlinguer di Bellocchio, che parrebbe aver subito più che voluto il cosiddetto Compromesso Storico, e quello di Segre che invece sembra essersi adoperato tantissimo per raggiungere quello storico obiettivo, salvo veder poi crollare tutto come un castello di carte per via dell’affaire Moro. 

Chi ha ragione? Probabilmente nessuno dei due. Dico probabilmente nessuno dei due perché se anche comprassi tre saggi storici per avere una visione più completa dell’Italia degli anni Settanta leggerei tre versioni diverse di quella storia. Carmelo Bene si era spinto fino a farci intuire che forse la Storia non esiste, perché è prona alle ricostruzioni, che oltre che di difetti di memoria soffrono anche di difetti ideologici. 

E allora ci si potrebbe anche stare a questo Berlinguer umano, che gioca coi figli e sogna la madre persa poco meno che adolescente per un brutto male, come si sarebbe detto allora, ma una parte di me mi dice che si poteva fare di più. Si poteva ad esempio giocare con le ricostruzioni, anziché mettere in esergo una semplice dicitura indicante la modifica di alcuni dettagli per motivi drammaturgici, ma utilizzando poi nello stesso film elementi documentari. 

Eh sì, le due cose appunto potevano convivere in maniera diversa. Forse ci sarebbe voluto Godard, compagno durante il periodo del Collettivo Dziga Vertov ma soprattutto esperto di materia cinematografica, lui che la Nouvelle Vague l’aveva plasmata quasi fosse stato un Dio del cinema. Oggi pomeriggio ci siamo dovuti accontentar di un’opera che sta in piedi per le interpretazioni di un ottimo Elio Germano (ma non solo). 



Eppure. Eppure tutti quei politici, democristiani o comunisti, che pare ci tengano al bene del Paese solo da prospettive diverse, e che non si capisce quindi perché giochino a portare ognuno l’acqua al proprio mulino, lasciano un po’ il tempo che trovano. Si agita lo spettro del didatticismo in questa pellicola, come se Segre volesse mostrarci una classe dirigente migliore della nostra (e che ci vuole?) ma con un piglio forse non esattamente credibile per chi ha avuto modo di apprezzare in più visioni Todo Modo di Elio Petri, film maledetto e di segno e destino opposto a quest’opera i cui manifesti tappezzano le metropolitane di Milano, in questi giorni 

Oggi, prima di recarmi al cinema, mi sono trovato in una libreria dove una signora comunicava al marito di volersi comprare un libro di Gramsci. Sembra quasi che ci siano in giro degli anticorpi al vuoto imperante in questo nostro Paese bloccato (a livello di ascensore sociale, ad esempio, ma anche a livello mentale). Ma se il Compromesso è saltato, la responsabilità è stata anche di personaggi che hanno tramato al di fuori del nostro Paese, e non so se basta il richiamo al Cile di Allende a esplicitare un non detto importante. 

Che giudizio dare allora a quest’opera cinematografica? Ecco, diciamo che si porta dietro tutta l’ambiguità di una operazione fatta solo per il presente, a fini diciamo educativi, mentre a noi sarebbe piaciuta una riflessione storica, ma anche sulla Storia, più complessa. Se invece avete bisogno di punti di riferimento, questa pellicola, sappiatelo, potrebbe ben fare al caso vostro.


lunedì 28 ottobre 2024

La Storia di Souleymane di Boris Lojkine

Tempo fa mi confrontavo con una mia ex collega, una regista di teatro, che si lamentava del fatto che l’immigrazione è un tema che batte cassa a dispetto di altri nel suo ambiente. In alcuni concorsi non era infatti riuscita a classificarsi perché, non ostante la sua maturità di regista (glielo riconosco) altri progetti meno intensi erano riusciti ad ottenere successo grazie al ‘tema’ migranti. 

Questa dicotomia tra forma e contenuto è assente dal lavoro cinematografico che analizziamo qui, ovvero La Storia di Souleymane, opera seconda di Boris Lojkine. Giovane immigrato nigeriano che lavora come rider a Parigi e vive in un dormitorio gestito dalla carità pubblica nei sobborghi (non si sa se a operare in esso sia la Chiesa, il volontariato laico o degli attivisti), Souleymane (Abou Sangare) usa l’account da rider di un collega al prezzo di 120 euro al mese (il nostro protagonista ne guadagna circa 500 utilizzandolo) mentre questi svolge un altro lavoro. 

Lo seguiamo, con passo serrato quasi à la Dardenne, mentre consegna cibo, ha un incidente, litiga con il gestore di una pizzeria per i tempi troppo dilatati che rischiano di fargli perdere l’ultima corriera per il dormitorio, perde il lavoro. Tutto questo mentre deve caldeggiare presso la questura la propria richiesta di protezione umanitaria, sperando di ottenere la quale paga documenti falsi a un connazionale ormai integrato. 

Ma qual è la vera storia di Souleymane? Perché mente? Perché sono troppo strette le maglie della richiesta di protezione? Perché non ne ha comunque diritto? Con queste domande e la sua vita sullo schermo, tra l’abbandono della fidanzata Kadiatou (Gianna Gesualdo) che vorrebbe venire da lui in Francia – un percorso che significa violenza sicura per una giovane donna, cosa che Souleymane le vuole evitare ad ogni costo – e il colloquio finale con la funzionaria della questura, la pellicola non ci fa solo empatizzare col protagonista. 


Fa di più: ci lascia sospesi, come sospesa è la vita di questi uomini e donne – per lo più uomini, hanno più probabilità di sopravvivere al viaggio, informazione che potete passare a quelli che ‘vengono qui solo giovani uomini palestrati’ – sia durante il viaggio per arrivare nei nostri Paesi ad annusare da lontano il nostro benessere sia durante la dura permanenza. 

“Non sei venuto in Europa a divertirti” gli dice il ragazzo che gli ha prestato l’account da rider. E infatti non c’è un solo attimo in cui la tensione si abbassi in questa pellicola. Solo alla fine, mentre restiamo avvolti dall’incognita del futuro, pare che il rumore di fondo si abbassi per qualche istante, prima che lo schermo diventi buio e inizino a scorrere i titoli di coda. 

Qualche canzone che emerge nei bistrot o per strada, una colonna sonora per il resto minimale – non è questo il luogo per le estetizzazioni – un montaggio serrato e un’ottima interpretazione da parte degli attori fanno da collante a una vicenda che dovrebbe essere vista da tutti, per capire cosa significa vivere da ultimo tra gli ultimi in un mondo dove o sei il primo o non vali niente, e allora tanto vale farti vivere in una eterna competizione che annulli il tuo senso della giustizia. 

Abbiamo già sottolineato a sufficienza come forma e sostanza coincidano in questa pellicola insignita a Cannes con il premio della giuria Un Certain Regard all’ultima edizione, pertanto ci limitiamo a dire che dopo le ferie estive e una lenta ripartenza il cinema si sta ora mostrando, come dovrebbe essere, specchio di un mondo feroce e che non fa sconti a nessuno. Fermatevi a riflettere, tra un fendente e l’altro (e non importa che siate quelli che lo danno piuttosto che quelli che lo ricevono).

mercoledì 23 ottobre 2024

Megalopolis di Francis Ford Coppola

E’ stato divertente, per una volta, leggere le recensioni di stroncatura di quest’ultimo lavoro del Maestro Francis Ford Coppola, non un capolavoro ma un film notevole e che merita di essere visto, soprattutto ma non solo per come il film aggredisce il presente, senza fargli sconti e senza finti buonismi. 

E’ stato divertente, ripeto, leggere recensioni lunghe in cui si capiva che chi scriveva voleva demolire l’opera senza nemmeno ascoltare quello che il film aveva da dirgli. Chissà cosa è andato per traverso a tali recensori, che a quanto mi si dice sono la maggior parte. Ebbene, non troverete una stroncatura in queste righe, ma un tentativo di empatizzare con una persona più anziana di me – anche se mi sto sempre più avvicinando a una certa, avendo 51 anni compiuti lo scorso luglio – che, oltre che operazione interessante, è anche un comodo antistress contro i tempi che viviamo. 

Ora. Chi di voi non ha mai fermato il tempo non potrà capire il personaggio portato sullo schermo da Adam Driver e i giochi – col tempo, che avevate capito - con la sua consorte, la bellissima e brava Nathalie Emmanuel, già vista ne “Il Trono di Spade” e nella saga di “Fast and Furious”. Perché, che voi lo sappiate o no, si può anche viaggiare indietro nel tempo, anche se si può farlo solo per amore (anche solo di noi stessi) perché altrimenti le energie che occorre smuovere ci affaticherebbero troppo. 


E allora, ecco che Coppola parte già in quarta andando contro la logica stringente a cui siamo stati educati sin da piccoli, nel vedere il tempo come una carrozza del treno che vada solo in una direzione, inesorabilmente. E andando contro questa logica si può comprendere il perché di tanta avversione. Oggi viviamo in tempi dove chi, coraggiosamente, va contro il senso comune suscita rabbia e paura. 

Ma poi c’è la favola, e per di più una favola che Coppola compone sotto i nostri occhi per amore della moglie, che lo ha lasciato da poco tempo a causa di un male non meglio specificato. Ed è una favola socialista. Può non piacere o meno, ma l’architetto ultrapostmoderno che brama per costruire una città per tutti, indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza, e che desidera un mondo dove si trovi accoglienza per tutti e soluzioni per tutti i problemi, è la figura cardine di quest’opera. 

Un architetto che vive in una città che mescola New York e l’antica Roma, all’apice e quindi vicino all’inizio della fine, come la nostra società tardocapitalista. Un architetto che ha perso la moglie per la cui dipartita nutre profondi sensi di colpa, ai quali i suoi avversari tentano ad ogni modo di agganciarsi per mettergli i bastoni tra le ruote, e che uscirà dal buio grazie a un nuovo amore, per la figlia del suo più acerrimo rivale. 


Non ha senso a questo punto parlare di fotografia, montaggio, colonna sonora, tutti ottimi come si conviene a un film della nostra epoca, forse un poco fredda ma che non lesina in perfezione formale. E pertanto come non capire i poveri critici, adusi a (e abusati da) cinismo e ironia, i veri mali della nostra epoca? Coppola, che viene da un altro mondo, essendo un artista, non lascia molto spazio ai suoi giudici, non si mostra compiacente perché altre sono le corde che vuole far risuonare in ognuno di noi. 

Eppure non possiamo non mettere quest’opera nel novero dei lavori che, quest’anno o in questi anni, ci hanno fatto assaggiare il mondo in cui viviamo – le semplificazioni di un populismo che il popolo lo usa, il capitalismo globale, gli ultimi che vengono deprivati di tutto ciò che permetterebbe loro di vivere – lo stesso protagonista inizialmente li ignora ed espropria, e per questo se li trova contro, aizzati da uno Shia Labeouf che, dopo i film coi robottoni, si è ricostruito una carriera interpretando ruoli per lo meno ambigui – e poi l’amore, per l’umanità come per una donna, come unica risposta. 

Troppo semplice? In realtà le cose più semplici sono le più complesse. Amore è una parola, ma poi per imparare ad amarsi occorre decostruire l’odio per noi stessi che la società ci instilla, e allora come non comprendere il percorso di Caesar Catilina? Ecco, proprio il fatto che in pochi abbiano compreso che il protagonista di questa pellicola rappresenta ognuno di noi è operazione di una imperdonabile miopia. Opera non adatta a chi nel cinema cerca non tanto l’evasione quanto conferma al fatto che impegnarsi per migliorare questo mondo non serva a nulla. Io vi ho avvisati, ora la palla passa a voi …

domenica 22 settembre 2024

Finalement di Claude Lelouch

Parigi, la contemporaneità. Lino Massaro è un ottimo avvocato che, per un tragico scherzo del destino, contrae una malattia neurologica, volgarmente definita “la follia dei sentimenti”, per colpa della quale non può più mentire. Invaso da questa nuova realtà, decide di partire e di vagare per la Francia a piedi, con una borsa semivuota e un libretto degli assegni, mentre Léa, la moglie, e il fido amico Michel cercano in tutti i modi di capire se egli sia ancora vivo e, soprattutto, come riportarlo a casa. 

Nel frattempo Massaro vaga, fa l’autostop, dorme in un fienile per ripararsi da un temporale, si compra una tromba in un mercatino delle pulci e una camicia per partecipare al festival di Avignone. Ci sarà spazio anche per un nuovo amore? E’ una commedia agrodolce dai toni discretamente visionari quella allestita da Lelouch e dalla moglie (qui co-sceneggiatrice) Valérie Perrin, impreziosita dalle canzoni di Didier Barbelivien e dalla musica originale del trombettista di origine libanese Ibrahim Maalouf. 

Eppure quest’opera, che vorrebbe essere un peana intonato a favore del vivere una vita seguendo la legge del cuore e non quella della razionalità piccolo borghese, è un po’ troppo democristiana per fare centro. Bene lo straniamento iniziale dovuto ad alcuni giochi di ruolo che non vi anticipo, ma allora perché non giocarci fino alla fine? Come diceva il buon Rimbaud, infatti, “Io accetto il caos, non sono sicuro che il caos accetti me”. 



E allora se cuore dev’essere, e quindi rottura della quarta parete della finzione borghese, perché non rompere fino in fondo e non lasciarci nelle incertezze, come dev’essere, ricompensandoci solo con quella sensazione di essere comunque nel posto giusto al momento giusto che il caos o il cuore ci regalano, dato che il percorso è più importante della meta del viaggio, perché il cuore ci centra? 

Senza contare alcuni dettagli che non stanno in piedi – perché tre ragazzi sessantottini salvati da dei poliziotti che li stavano inseguendo dovrebbero voler violentare la propria salvatrice? Certo c’è l’esigenza di Lelouch e compagna di far vedere che la politica non è una soluzione nella vita ma c’è anche una cosa che si chiama coerenza con la realtà, e ce ne deve essere un minimo anche in un film o la sospensione dell’incredulità precipita. 

Resta quindi la sensazione di un messaggio ‘monco’, come se quest’ultimo fosse più un proclama ideologico che non qualcosa di vissuto dai suoi creatori. Cosa possibilissima, dato che essere artista non è di per sé una posizione privilegiata nell’essere più attenti alle questioni dell’eudàimonia o fioritura che dir si voglia. Certo potrebbe essere d’aiuto, ma non è necessariamente un automatismo. 

Abbiamo dunque assistito, ieri in sala, a un prodigio a metà, forse debitore – e quindi schiacciato sui modelli? – di quel “Parole, Parole, Parole” con cui Alain Resnais decenni fa affrontava un altro tema moderno, quello della depressione, con più spirito, maggior lena e maggior tatto. Ecco, avere quel Kad Merad che in una immaginaria prigione urla mentre la mdp si allontana velocemente da lui per creare un effetto drammatico a buon mercato, ancora mi urta …



sabato 14 settembre 2024

Campo di Battaglia di Gianni Amelio

Siamo nel 2024, ci sono più di 138 conflitti nel mondo e i virus che prima restavano confinati al mondo animale hanno iniziato, con clamore come nel caso del Covid ma non solo, a impattare anche il mondo degli umani. Aveva dunque senso riprendere in spirito lavori forse un po’ in penombra oggi come “Uomini Contro” di Francesco Rosi e “Orizzonti di Gloria” di Stanley Kubrick, dedicati a quel massacro che fu la trincea al fronte durante il conflitto della Prima Guerra Mondiale. 

Ci pensa meritoriamente Gianni Amelio a questa operazione, che non ha nulla di nostalgico – non c’è l’ombra di una citazione e Amelio non ne ha certo bisogno – ma che brucia come l’attualità. Il film infatti, che narra le vicissitudini di un medico militare (Alessandro Borghi) che dal fronte si scontra direttamente con la brutalità della guerra sotto forma di soldati massacrati nel corpo e nello spirito, si apre con una sequenza in cui alcuni soldati rovistano tra i corpi dei morti in battaglia alla ricerca di qualche cosa da capitalizzare: monete, tabacco, un pezzo di pane. Fino a che non emerge una mano, la mano di un soldato ancora vivo. 

La scena si sposta quindi sui soldati feriti che, su dei camion, rientrano in Italia per raggiungere l’ospedale dove troveranno i nostri protagonisti ad accoglierli. Soldati feriti incapaci di comprendersi per via delle differenze linguistiche, ma a cui non manca l’umanità, come quella di chi getta una coperta addosso a un commilitone tremante per il freddo. Ed ecco che veniamo introdotti all’ospedale militare, dove il medico che dirige l’ospedale (Gabriel Montesi) istruisce i suoi colleghi su come riconoscere chi, con atti di autolesionismo ad esempio, cerca di allontanarsi dalla guerra cercando di venire giudicato invalido. 


E’ una mentalità invasiva quella del dovere militare, che colpisce anche la giovane Anna (Federica Rosellini), che, da studentessa di medicina che era, si è dovuta accontentare di diventare infermiera per il maschilismo imperante nella società dell’epoca. Eppure, quando essa scopre che Giulio fa ammalare i soldati perché vengano allontanati dal fronte, è turbata dall’atteggiamento inconsapevolmente anarchico dell’amico. Ma sarà Stefano a prendere decisioni per tutti, e questo mentre la terribile epidemia di Spagnola inizia a diffondersi dapprima tra i soldati e poi tra la popolazione civile, nel totale silenzio di una stampa pilotata dalla politica. 

Con una seconda parte un po’ debole rispetto alla prima, per mancanza di ritmo ma anche di idee narrative che la potessero rendere interessante e maggiormente fruibile dal pubblico, la pellicola, tratta dal romanzo “La Sfida” di Carlo Patriarca gode di un lavoro di produzione (fotografia, colonna sonora e scenografia) notevole. Tutti gli attori forniscono prove eccellenti, ma come già asserito dopo la metà del film si inizia a sentire la mancanza di una idea forte. Resta comunque la sensazione che abbiamo bisogno di lavori del genere in Italia oggi, per via dei molteplici riferimenti all’attualità e ai rapporti di forza che si stanno giocando, ora come allora, nel mondo. 

Rispetto alle pellicole che abbiamo citato a esergo di questa recensione forse quello che è venuto a mancare è frutto di una minore empatia nei confronti di personaggi ‘minori’ (intendo per il corso della storia, non per la pellicola in sé) o ‘di contorno’ che però sono stati la carne viva di quell’evento epocale che fu la Grande Guerra, qualità che non si può fingere ma che si può senz’altro aumentare – essere artisti aiuta, in questo senso. E’ palpabile a volte infatti come certi personaggi siano stati costruiti a fini di drammaturgia piuttosto che con un onesto interesse verso quel genere di umanità. 

Rispetto al precedente “Il Signore delle Formiche”, tuttavia, notiamo l’assenza di quel pathos quasi pavloviano che ci aveva reso il finale dell’opera meno apprezzabile rispetto al resto. Tutto sommato, per concludere, un lavoro notevole con alcune pecche che però mostrano un autore alla ricerca di un suo modo per scavare nella Storia e nelle storie.


sabato 31 agosto 2024

L'innocenza di Hirokazu Kore'eda

Avevo delle buone aspettative per questo mio primo (colpevolmente primo) incontro col cinema di Kore’eda. E mi sono trovato, alla fine, come quando ascoltai per la prima volta il disco “Ys” di Johanna Newsom. Produzione di Steve Albini, arpa e voce più orchestrazioni, qualcosa di diverso, di unico, di personale. E invece. E invece mi sono ritrovato davanti al lettore CD con la faccia da stupido, pensando “Che cosa non ho capito? Perché non mi sta piacendo?”. 

Non c’era nulla da capire, quei suoni non facevano per me. Quella voce, quell’arpa – a differenza di quella di Alice Coltrane che apprezzo – quelle orchestrazioni non sono riuscite a conquistarsi un posto nel mio cuore. Pertanto oggi, a fine proiezione, ero pronto a dare un simile giudizio a “L’Innocenza” (traduzione italiana del più coerente “Monster”). E invece devo aggiungere qualcosa di più. 

Ora, io capisco tutto. Capisco la trama alla Kurosawa (il riferimento è a "Rashomon", anno di grazia 1950), capisco il tema del bullismo omofobico, capisco che le musiche le ha composte Ryuichi Sakamoto prima di lasciarci per sempre. Ma per me è un no secco. Almeno alla terza parte del film, quella narrata con i riflettori sul giovane undicenne Minato e sul suo coetaneo e compagno di classe Hiro. 

Infatti il film inizia splendidamente. C’è un incendio, protagonista e madre (unico genitore) si trovano a guardare dalla finestra l’intervento dei pompieri, dopo di che, la mattina successiva, il giovanissimo ragazzo si trova ad andare a scuola. E poi le prime stranezze: un’altra mattina Minato non vuole più recarsi a lezione, e poi altro che non anticipiamo per non fare spoiler, come dicono i giovani d’oggi. 

Saori decide quindi di indagare, e presto scoprirà che nella vicenda potrebbe essere coinvolto Hori, il maestro di Minato. Parte quindi il balletto ipocrita di preside e insegnanti che chiedono scusa per dei non meglio precisati ‘contatti’ tra studente e insegnante ma senza sciogliere il nodo, e Saori non ci sta. Fin qui, nulla di poco interessante, anzi, se come me avete visto un film dello scorso anno come “La Sala Professori” potreste trovare utile anche un paragone tra le due pellicole, ma c’è giustamente un respiro diverso e bisogna starci. 


La vicenda narrata seguendo non più la madre ma Hori, il maestro, è, forse, la più interessante. Hori non è una persona che segue per filo e per segno i protocolli, in tutti gli ambiti della propria vita vuole inconsapevolmente fare a modo suo, e pertanto sia come insegnante sia nella vita privata cerca in qualche modo di risolvere le situazioni che gli si prospettano cercando la via più diretta. 

Ed eccoci alla terza visuale, quella sui due ragazzini, che a questo punto diventano i due veri protagonisti del film, fino al finale. Non siamo di fronte a una replica di Rashomon, e questa è cosa buona e giusta, poiché non avrebbe senso oggi parlare di postmodernità: oggi siamo nell’epoca della disinformazione e dei deep fake, che producono un altro tipo di disorientamento e riorientamento rispetto alla perdita dei punti di riferimento ideologici. 

In questo terzo spicchio di film, il più poetico, assistiamo allo scioglimento dei vari nodi narrativi (tutti quelli che ho omesso oltre a quelli che ho nominato) e si va verso un finale catartico. Cosa che, a mio avviso, non funziona. Almeno per me, e non posso fare a meno di prenderne atto. Ok il padre di Hiro che non riesce ad accettare il figlio, ok la preside che si mostra improvvisamente umana di fronte a un bambino, ma. La musica di Sakamoto è insopportabilmente simile a quella di un Einaudi qualsiasi, solo più delicata e meno emotivamente invasiva, ma è didascalica. 

Ricordo ancora quando Susanna Nicchiarelli, regista di “Miss Marx” e “Nico 1988” disse in una intervista che non sopportava quei film dove si usa il sonoro per trasformare il pubblico in una specie di ‘cane di Pavlov’. Ci siamo capiti. Nulla da dire sul piano realizzativo: la fotografia ottima, il montaggio ok, ma personalmente avrei evitato la melassa e avrei inserito quei due ragazzini maggiormente in un contesto ‘adulto’ per saggiarne l’effettiva vitalità. 

Dato che più persone di fronte a una (semi) stroncatura mi hanno detto ‘perché non rifai il tuo film’, (peggio mi va quando scrivo recensioni di musica, dato che lì essere critici o stroncare sigifica diventare lebbrosi) rispondo una volta per tutte. Da critico, se qualcosa per me non funziona devo dirlo. E quest’opera è non mal riuscita ma monca. L’effetto finale è quello di un lavoro dove il regista si è lasciato prendere la mano, per affetto, dai personaggi che narra. 

Varrebbe la pena ritornare forse al modello, là dove una nuova vita era sintomo di speranza, qui abbiamo uno sfondamento nel bianco, quasi che la pellicola fosse stata un lungo sogno, una vicenda esemplare – soprattutto la terza parte. Se Kore’eda vuole dirci che per essere noi stessi occorre uscire di campo, ovvero andarsene via dal posto assegnatoci come fecero Mosé e il popolo ebraico, allora ci potrei stare. Ma quell’atmosfera sognante …



sabato 24 agosto 2024

Il mistero scorre sul fiume di Wei Shujun

Non è impossibile, nel 2024, andare al cinema e imbattersi in un noir che si apre con una citazione tratta da Albert Camus. E’ quanto è successo allo scrivente con l’ultima opera di Wei Shujun, regista cinese al suo terzo lavoro il quale, ispirandosi al racconto Errore in Riva al Fiume di Yu Hua, disegna un paesaggio a tratti onirico, ma sempre ben ancorato alla pioggia, al fango e agli edifici fatiscenti della cittadina di Banpo nella metà degli anni Novanta. 

E’ in queste coordinate spazio-temporali che un capitano della polizia, sempre con il fiato sul collo dei superiori che dalle operazioni pretendono un aumento di prestigio per il Corpo, indaga su una serie di omicidi. Dal bimbo quasi testimone oculare ai sospettati, ognuno rivelerà una forte dose di ossessione e di una malsana relazione coi crimini compiuti, a sottolineare come l’abisso è sempre pronto a guardare dentro ognuno di noi. 

Fino all’epilogo il nostro protagonista avrà dei dubbi sul colpevole, dubbi che non gli saranno fatali ma che in qualche modo lo mettono in luce come personaggio a tutto tondo, che rifiuta gli stereotipi sociali anche quando tutte le prove portano ad una unica – o quasi – conclusione. C’è un po’ di respiro in questa opera solo per le vicende umane del capitano, il quale ha una moglie che attende un figlio, che forse potrebbe avere una malformazione genetica. 

E’ da qui che parte la fase onirica della pellicola, quasi lynchiana o, forse meglio, koniana o felliniana. L’opera, infatti, non si configura come completamente onirica, ma i passaggi che sono tali non vengono inizialmente mostrati come tali, confondendosi con la realtà, mentre all’interno dei confini del sogno visione soggettiva e ‘oggettiva’ si confondono, al punto da sembrare quasi un controcanto, un commento al film, e non un sogno in sé – almeno all’inizio. 


E’ per questo motivo che il finale sembra una irrisione della ‘oggettività’ con cui la burocrazia cerca di descrivere il reale, ed è per questo che potremmo definire questa pellicola ‘sanamente perversa’, di quella perversità che già Zizek in qualche modo aveva non stigmatizzato ma indicato come consustanziale a questa forma d’arte. Il cinema non ci informa solo dell’esistenza del desiderio, ma ci insegna anche come desiderare. 

In questa lotta tra norme, quella della ‘realtà oggettiva’ e quella ‘onirica’, la seconda mostra tutta una complessità che è poi impossibile tagliare, ridurre, diminuire, riassumere, in una parola sola accettare. Eppure quella realtà esiste, e agisce a vari livelli dentro ognuno di noi. Che il protagonista della nostra pellicola sia più infetto degli altri da questo secondo piano è forse il motivo per cui alla fine si troverà, in una delle ultime inquadrature, con moglie e un figlio che non sapremo mai se appartiene o meno al regime della ‘normalità’. 

Ma è così importante? Non è quella filiazione forse la vera degna conclusione, col suo carico di incertezza, di incapacità di definire, di senso di impotenza, di difficoltà, il vero percorso esperienziale e esistenziale di ognuno di noi, quello che tutti vorremmo accantonare per qualcosa di più sicuro ma anche di inutile, mortifero? E non è questa la vera forma di morte contro cui Ma Zhe si trova a combattere nel suo lavoro? 

‘Non riconciliati’, intonavano nel titolo di un loro film i così diversi eppure così simili Jean-Marie Straub e Danièle Huillet. Ma non per motivi ideologici, bensì perché non ci si può riconciliare col mistero della pulsione e col mistero della vita. Si può solo attraversarlo o esserne attraversati. Qualcuno scrisse che il secondo movimento è la fine della analisi, ovvero la fine della domanda della nostra soggettività …



domenica 11 agosto 2024

Trap di M. Night Shyamalan

Non ci sono mostri, dice Lady Raven (Saleka Night Shyamalan) al Macellaio (Josh Hartnett). Siamo tutti a pezzi, dice il Macellaio a Lady Raven nella seconda parte dell’ultima pellicola diretta da M. Night Shyamalan. In questi controcampi emotivi starebbe tutto il senso dell’ultimo lavoro del regista di Split e Old, non fosse che, al di là di un montaggio, di una fotografia e di una sceneggiatura perfetti per un prodotto hollywoodiano, la pellicola si regge tutta sulla bravura dell’attore protagonista lasciando così fuori un po’ di cose. 

Ad esempio quella banalità del male che si respira nell’aria di quella famiglia da mulino bianco, non fosse per il bullismo che subisce la giovane Jody (Ariel Donoghue) a scuola, ma che non si tocca mai fino in fondo, come non si tocca fino in fondo l’essere a pezzi del protagonista, o del mondo che li circonda. Certo, c’è il concerto, l’atmosfera magica per quelle canzoni tutte uguali – ma non pensiamo sia questo il messaggio del regista, dato che le canzoni le ha composte la figlia per cui il film è anche trampolino di lancio, almeno crediamo. 

Un evento dal vivo che diventa premio per il buon comportamento scolastico della giovane ragazzina e un riscatto dalle vicissitudini pessime con le compagne di scuola, come fosse sigillo al successo e tentativo di sublimare le difficoltà della vita. Ma il film vive di queste contraddizioni: vorrebbe affondare la lama, ma non può per via delle convenzioni insuperabili del cinema americano o per via degli affetti familiari del regista. 

E allora è proprio qui che il film fallisce, in quanto per mancanza di coerenza non arriva a criticare sé stesso. La pellicola avrebbe dovuto criticare il mondo dell’arte in generale, e nella giovane artista si sarebbe potuto trovare un alter ego al serial killer – annunciato come tale nei primi dieci minuti del film, quindi non è spoiler. Un tentativo serio di essere un lavoro hitchcockiano come vorrebbe essere questa pellicola i conti con sé stessa li avrebbe fatti. E invece. 


Invece rimane tutto in superficie. Non fraintendetemi, per costruire un film di due ore circa su elementi di tensione dopo aver rivelato chi è il colpevole non è facile. Come non è facile lavorare su una sceneggiatura che renda conto di dettagli come il rapporto del protagonista con una famiglia, soprattutto la moglie, che prima ne sospetta e alla fine ne scopre l’identità. Ma al netto di questi elementi, e al netto di eventuali buchi di sceneggiatura segnalatimi da altri critici che io però almeno stavolta non ho trovato, ho trovato questo lavoro troppo autoindulgente, celebrativo e commerciale. 

Non sarebbe di per sé un delitto voler realizzare un film di successo al botteghino, per un autore che già ha realizzato un blockbuster come Il Sesto Senso, e del resto è dai tempi di Truffaut che ci si insegna giustamente che tra cinema d’arte e cinema commerciale le distinzioni possono essere sottili. Ma questa volta la riflessione su se stessi che caratterizza il cinema migliore almeno degli ultimi vent’anni io non l’ho trovato – sebbene qualche altro critico ci si sia sforzato. 

Certo, rimane qualche elemento interessante come la doppia vita che il protagonista vive, e il cui incrocio gli risulta ingestibile, creandogli una rabbia che lo divora dall’interno, ma viviamo tutto questo tramite le sue parole e non lo assorbiamo per via di una sapiente costruzione narrativa. Sarebbe forse valsa la pena di creare maggiori contrasti tra la patina e la realtà, o insistere ad esempio tra la similitudine tra la profiler che cerca di catturare Cooper e la madre di quest’ultimo, che il protagonista ogni tanto vede comparire come fosse una allucinazione, o comunque una presenza ingombrante. 

Ma tutto ciò non basta a riscattare un film che si vuole soprattutto entertainment e dove la critica agli elementi che lo costituiscono resta superficiale e non affonda, come avrebbe potuto fare anche restando in superficie poi, vedasi tutto il filone di letteratura e cinema postmoderni, e che non si pone, almeno in questo caso specifico, come specchio per lo spettatore, il quale esce dalla visione forse sollevato perché, anche se i mostri non esistono, i serial killer comunque sono lontani dal nostro funzionamento individuale. Vivremo, chissà ancora per quanto, nel migliore dei mondi possibili?



sabato 3 agosto 2024

Gli Indesiderabili di Ladj Ly

Questo film potrebbe essere il prequel de L’Odio di Kassowitz. In questa pellicola di Ladj Ly vengono messi a nudo tutti i meccanismi che portano alle “incomprensibili” o “irrazionali” esplosioni di rabbia repressa nelle banlieues o comunque tra gli ultimi. Abbiamo protagonisti che vivono da decenni stipati come topi in fatiscenti palazzi che attirano l’interesse della politica solo quando si tratta di opportunità di gentrificarli, ad esempio. 

Vediamo come funziona la macchina politica, dalle elezioni truccate del nuovo sindaco ai giochi politici – come lo si manovra questo nuovo sindaco, come lo si lascia poi fare il gioco duro per intestarsi il lumicino del progresso, se ne vede a 360 gradi la stupidità e l’incapacità di non prendere le cose sul personale come un qualunque coatto, senza la lungimiranza e la progettualità che dovrebbero contraddistinguere il politico puro. 

Si vede come funzionano i poliziotti e le forze dell’ordine, puro e semplice volano degli ordini sempre più irrazionali che vengono dall’alto, si vede come la macchina ufficiale dell’accoglienza sappia avvicinarsi, come nel caso di un gruppo di profughi siriani, solo a coloro che ci somigliano: se hai avuto la fortuna di nascere cristiano allora sei salvo, altrimenti sei destinato al fuori scena. 

Si vede come si vive in periferia. Dal funerale con cui si apre il film, con quella bara che viene portata giù dalle scale ingombre di ogni tipo di cianfrusaglia in una scena tra l’ansiogeno e l’ironico, al finale con l’incapacità della protagonista di farsi carico della frustrazione di chi si è trovato per rabbia a scavalcare la barricata dalla parte della ragione a quella del torto. Ne usciamo tutti sconfitti alla fine della visione, con le luci che si accendono prima dei titoli di coda come per sorprenderci e non lasciarci il tempo per metabolizzare – c’è chi non se lo può permettere, del resto, quel tempo. 

Lontano dallo stile sperimentale degli anni Novanta, quando Spike Lee o il già citato Kassowitz avevano ancora fiducia nella possibilità dell’arte di cambiare la realtà per il solo fatto di descriverla, non troverete carrellate surreali, plongée emozionanti o stranianti a seconda del loro uso, babeli di codici – dal documentario alla fiction, dal cinéma-vérité alle citazioni dei classici del new cinema. 

No, ormai i giochi sono troppo maledettamente seri per divertirsi con il cinema. Si è fatto tutto troppo drammatico e asfissiante, e così c’è al massimo spazio per qualche citazione fatta murales o qualche accelerazione di ritmo per rendere tutto più drammatico. Resta un film imperdibile per chi è alla ricerca di quella complessità e capacità di gestire la visione che hanno fatto innamorare molti di noi della settima arte.



giovedì 25 luglio 2024

Padre Pio di Abel Ferrara

Non era facile affrontare un personaggio ingombrante e controverso come Padre Pio da Pietrelcina, personaggio cui l’agiografia ecclesiastica ha affidato tramite la devozione popolare il proprio bisogno di consenso e potere in una Italia che, dopo i massacri e le ferite alla popolazione inferte durante la Prima guerra mondiale, sentiva soffiare il cambiamento del socialismo e sperava in una ventata di aria nuova. 

Non c’è bisogno, del resto, di scomodare pellicole come Uomini Contro di Francesco Rosi: le mutilazioni che certi soldati hanno patito in quella che era una guerra di posizione e logoramento, con conseguente perdita di occhi e arti, sono ben presenti in quest’opera del regista de Il Cattivo Tenente e Fratelli. E del resto, cosa assai interessante, sono proprio i soldati sfigurati quelli che si mostreranno più fedeli ai latifondisti e crudeli coi propri simili. 


In mezzo a queste vicende storiche, e al tentativo dei contadini e delle plebi di alzare la testa per mezzo del simbolo della falce e del martello, si colloca la vicenda della crisi spirituale di Padre Pio (Shia Labeouf): uomo preda di allucinazioni mistiche, durante le quali sente rinfacciarsi la propria passione narcisista per le donne o la codardia che lo ha portato a chiedere alle gerarchie di permettergli di non partire per la guerra. 

E se dalle ultime sequenze è chiaro come Pio fosse vittima e carnefice di sé stesso, cosa che possiamo dire senza tema di spoiler, la sua crisi di uomo di fede in una Chiesa che è collusa con il mondo ancora in gran parte feudale nella repressione delle masse popolari (si veda la strage di Monterotondo, qui rappresentata con il classico iperrealismo di Ferrara) non poteva che essere la crisi di un uomo che sembra ignorare come funziona il mondo là fuori, oltre a quello che lo protegge. 


Non vuole o non può? In realtà Pio è durissimo con un uomo – interpretato da Asia Argento, ma si tratta dell’ennesima visione – che gli confessa di provare attrazione erotica per la figlia che sta crescendo, il che lo colloca sicuramente tra chi non è condiscendente col disordine spirituale. Ma sarebbe stato altrettanto duro con chi provoca disordine politico riducendo alla fame il popolo cui egli distribuisce i sacramenti? 

In più di una intervista, Ferrara ha dichiarato di provare ammirazione per l’uomo di Chiesa che in Sud Italia fece addirittura costruire un ospedale per i poveri, tuttavia la memoria corre a King of New York: lì era un uomo di mafia che voleva compiere la stessa opera nella città statunitense, per motivazioni complesse e non tutte nobili, ma proprio per questo non possiamo non ricordare come Abel Ferrara non sia nuovo a figure che hanno uno spessore e che quindi vivono di contraddizioni. 


Vale dunque la pena farsi trasportare da domande destinate a non avere una risposta certa perché come tali sono fatte per sferzare lo spettatore. Ferrara dal canto suo, come sempre, si conferma uomo dei drammi morali e dei paradossi etici, con l’unica variante che ora il suo cinema si sta realmente facendo europeo, come dimostra il (momentaneo?) allontanamento da un cinema identificatorio seppure mai narcisista. 

Com’è diverso Padre Pio dai precedenti Siberia e Tommaso: qui Ferrara non è alla ricerca di sé stesso, e per una volta si concede il lusso di utilizzare il bisturi non verso di sé ma per scandagliare la Storia. Cinema mutante, in mutazione, dove il desiderio si fa più complesso e si organizza per mostrarci la materia viva di cui siamo fatti noi, sfuggendo ai ricatti dell’autodafé e acquisendo in lucidità.

sabato 13 luglio 2024

Non Riattaccare di Manfredi Lucibello

“Peccato!", mi sono detto mentre scorrevano i titoli di coda del film con la canzone di Motta in sottofondo. Le lacrime me le ero già asciugate prima che, nel finalone, tutto virasse verso il massimo consentito dalle sceneggiature in fatto di climax, rendendo l’opera alla fine poco credibile per un accumulo di ostacoli da superare che lo hanno reso eccessivo. 

Peccato perché Non Riattaccare è un’ottima opera seconda con molte frecce al suo arco. In primis il tentativo di recuperare un classico come La Voce Umana (da Cocteau a Rossellini fino ad Almodovar!) in maniera non pedissequa né banale. Poi due attori che qui danno un’ottima prova attoriale (soprattutto Barbara Ronchi, ma anche per Claudio Santamaria non dev’essere stato facile dis-incarnare le angosce e i tormenti di un uomo che vedremo nella sua fisicità solo nel finale, al netto di qualche fotografia sul cellulare di lei). 

Infine tutto il percorso che i due protagonisti compiono per arrivare a capire, poco prima del climax di cui sopra, che sarebbe bastato comunicare per far crollare il castello di dolore e relative torri in cui i due si erano autorinchiusi. Ma andiamo con ordine. Irene e Pietro hanno chiuso una relazione sette mesi fa. Siamo nel 2020, quindi in piena pandemia, col divieto di uscire di casa. Irene dorme da un amico, con quell’amico, fino a quando una telefonata non la sveglia. Sono le quattro del mattino. 

E’ Pietro, ex compagno di Irene, che lascia capire alla donna di essere intenzionato, dopo otto giorni di ritiro dal mondo senza più dire una parola ad anima viva, a compiere un gesto estremo. Irene prende quindi l’automobile dell’amico e si dirige verso la casa di lui, lontana solo un’ora di macchina. Durante il viaggio terrà Pietro al telefono sperando che non compia gesti inconsulti, e nel frattempo dovrà gestire tutte le difficoltà del viaggio. 


Pellicola sospesa tra noir e thriller, con quelle inquadrature che si soffermano per lo più sul volto di Ronchi tranno quando vogliono dare un po’ di contesto al viaggio, sarebbe stato l’esempio perfetto di quello che Volonté intendeva quando ingaggiò la battaglia “del corpo-voce”. Al di là infatti di qualche movimento di macchina ingenuamente estetizzante – la plongée sul volto della donna che dorme a inizio film – la nostra protagonista ha praticamente quasi solo il volto e la voce per esprimere, trattenere, dissimulare emozioni, esplodere o cercare di calmare la persona che ha all’altro capo dell’apparecchio. 

E’ un corpo a corpo emotivo quello tra i due personaggi. Pietro cerca a tutti i costi di arrivare a un ‘dunque’, mentre per quasi tutto il viaggio Irene afferma che è più importante ‘andare avanti’. Ci sono momenti in cui la donna scoppia per non dover affrontare di nuovo il dolore, dolore da cui Pietro invece è sopraffatto al punto da essere scisso tra il desiderio di farla finita e quello di ricucire il ricucibile, a ogni costo. 

Ed è proprio perché i due protagonisti alla fine riescono a far crollare il muro del dolore dimostrando che comunicare è più importante del timore della sofferenza, che ci dispiace per quel pastrocchio di finale dove entrambi devono lottare contro i limiti della fisica, quasi. Da un lato se ne capisce il senso: si vuole evitare di costruire un’opera fintamente edificante, dall’altro però si mette a durissima prova la sospensione dell’incredulità. 

Non ci sentiamo però di sconsigliare la visione di questo film: si tratta infatti di un’opera sincera e di ottima fattura, e non ha senso privarsi di un proprio percorso a fianco dei due protagonisti e delle ‘comparse’ che Irene incontrerà nel suo viaggio notturno. E’ raro trovare pellicole che non si limitino a ‘mostrare’ ma che consentono a chi guarda di identificarsi, e quest’opera ci riesce magnificamente. Vale allora la pena soprassedere sulle ultime inquadrature e su certe sbavature per arrivare, tramite questa pellicola, ancora una volta, a una qualche forma di essenza  



domenica 30 giugno 2024

Animali Randagi di Maria Tilli

Era dai tempi di Paris, Texas che non vedevo un road movie così doloroso e sentito. Chiariamoci subito, non sto paragonando l’arte di Maria Tilli a quella di Wim Wenders, dato che ognuno dei due registi utilizza stilemi in parte simili per ottenere effetti diversi. Diverse sono anche le epoche in cui le due pellicole sono state realizzate, e quindi la sensibilità e persino la materia filmica non può essere la stessa. 

Eppure. Eppure ci starebbe anche il paragone con Dead Man di Jarmusch, perché anche questo Animali Randagi è un viaggio verso la morte con accompagnatori. Vi prego, non lamentatevi per lo spoiler, siate meno meschini di così. In fondo, che per Emir (Ivan Franek) questo sia l’ultimo viaggio è pacifico e dichiarato nella prima parte del film. Come potrebbe essere altrimenti per un malato di tumore allo stadio terminale? 

Toni (Giacomo Ferrara) e Luca (Andrea Lattanzi), due prodi (si fa per dire) conduttori di ambulanza che nel tempo libero si fanno di tutto e di più (dalla cocaina agli acidi alle paste) saranno informalmente incaricati, per una modica cifra da dividersi, di portare l’uomo in Serbia assieme alla figlia Maria (Agnese Claisse), che col padre ha un rapporto ricucibile ma non necessariamente facile. 

I tempi morti sono la chiave per apprezzare e capire il film. Non tanto per prendere la decisione se fare o no il rischioso viaggio (in fondo i soldi fanno sempre comodo) quanto per percepire come quella decisione possa cambiare i protagonisti, così come i dialoghi nel bungalow mentre si attende la riparazione dell’ambulanza a seguito di un non grave incidente. 


“Siete animali domestici, non avete mai avuto a che fare con la libertà, per questo non sapete che cosa fare della vostra vita in questo momento” ammonisce Emir i due accompagnatori fatti di acido ma forse proprio per questo più ‘aperti’ alle parole del loro compagno di viaggio. E poi la meta, la donna che spiega la procedura da seguire (in silenzio e in segreto), l’ultima serata d’addio in una festa di paese, accompagnata da un falò in cui si bruciano senza rimorsi i resti di una vita. 

Cosa resta? Ebbene, resta il viaggio di ritorno (in treno dato che l’ambulanza è fottuta, troppo usurata già in partenza), il silenzio, perché i nostri protagonisti non sono due eroi che improvvisamente prenderanno in mano le proprie vite dopo aver fatto i conti con la morte, ma la possibilità di fare i conti c’è (e forse anche il desiderio). 

Film antiretorico, dove anche la musica, curata da Alessandro Grasso e Daniele Rienzo, con quei pensosi e introversi intrecci di chitarre acustiche arpeggiate o suonate col bottleneck – capite adesso? – si adegua a una introversione necessaria, probabilmente piacerebbe, per opposizione o assonanza, ai registi tedesco e statunitense citati in apertura di recensione. 

Immagini spesso statiche, movimenti di macchina essenziali, bandito ogni virtuosismo registico e attoriale, tutto il film è un lavoro sapiente che si svolge per sottrazione sotto i nostri occhi. C’è anche spazio per i sentimenti, ma senza pigiare troppo l’acceleratore: fanno parte della vita, non la redimono. Almeno, questo è ciò che appare sotto i nostri occhi …  



domenica 23 giugno 2024

L'Amante dell'Astronauta di Marco Berger

Aveva ragione Oscar Wilde: mettete a qualcuno una maschera, e quel qualcuno vi dirà la verità (era così la citazione, più o meno?). Solo che in questo caso la maschera è quella dell'eterosessuale che vuole sedurre un coetaneo gay. E' estate, un gruppo di amici con cugini e compagne si ritrova in una casa vicino a un bosco per trascorrere un periodo tranquillo, ed ecco che Pedro e Max, che si conoscono da quando sono bambini, iniziano ad appiccicarsi l’uno all’altro come francobollo e busta postale. 

Pedro è omosessuale, anche se ha avuto qualche avventura con delle donne (ma come sottolinea, questo non fa di lui un uomo meno gay: si è infatti concesso perché in termini identitari non aveva nulla da perdere). Max è etero anche se tutte le sue ragazze, in particolare Sabrina, la sua ultima girlfriend, sostengono che lui sia molto meno ‘straight’ di quanto sostenga. 

I due iniziano così un balletto, inizialmente per puro divertimento (a un certo punto diranno ‘per gioco’ a tutti di essersi messi assieme) che poi sfocerà in qualcosa di diverso dal gioco. Alla sua decima pellicola, ma prima ad arrivare sugli schermi italiani, Marco Berger ci sciorina davanti agli occhi una storia d’amore omosessuale non banale – ci sono appunto in gioco le maschere, i ruoli sociali, e quelle domande sull’identità, su cosa significhi essere etero o essere omosessuali. 

C’è anche un po’ di BDSM, nel senso che a un certo punto i due ragazzi stabiliscono, irretiti dal loro stesso gioco, di scegliere una safe word per poter ‘uscire’ dalla trappola che loro stessi si stanno tendendo e poter parlare sinceramente. E’ interessante questa pellicola, soprattutto perché le reazioni dei compagni o meglio degli spettatori al ‘gioco’ lasciano ben sperare, per un futuro meno omofobo, meno esclusivo. 


Si potrebbe forse rinfacciare all’autore di giocare troppo con l’opera sentimentale e col feuilleton, dato che questo film è tutto sommato un lavoro che ci mostra il lento calarsi dei protagonisti nel loro ruolo di amanti senza nulla concedere a, né interrogare il, voyerismo dello spettatore. Sarebbe insomma stata una pellicola più interessante se avesse giocato con l’eventuale omofobia di uno spettatore più che altro per l’abitudine di vedere al cinema storie d’amore tra un uomo e una donna, o al massimo tra due donne. 

Il finale pertanto può lasciare un po’ delusi i palati più fini, quelli che si sarebbero appunto aspettati un gioco più di fino con lo spettatore, anche perché nella mia sala, quella dove io ho assistito alla proiezione, diverse persone se la sono telata scandalizzate dall’esplicito flirt tra i due uomini – e la cosa ha dato fastidio più a delle donne, da quel che ho potuto notare. 

Non sto sostenendo una tesi secondo la quale il film avrebbe dovuto essere meno crudo e più fiorellini e farfalle, dico al contrario che il gioco con lo spettatore avrebbe potuto essere ancora più ingaggiante e sfidante. Per il resto, come diceva Robin Williams in La Leggenda del Re Pescatore di Terry Gilliam, “non c’è spazzatura nei sentimenti”, pertanto consiglio di godere di questa pellicola senza particolari schemi e senza pretese, solo tenendo presente le limitazioni da me suggerite in questa sede.



domenica 16 giugno 2024

L'Impero di Bruno Dumont

Eppure, dopo essere arrivati al 'dunque' e infine ai titoli di coda, ho provato della rabbia per Dumont, regista che negli anni Novanta è stato tacciato di tutto e di più per via di quel suo film che ancora non sono riuscito a recuperare, L'Humanité, di cui lessi peste e corna su forum e recensioni, per una sua presunta inaccettabile crudezza, e quindi, dopo aver visto almeno P’tit Quinquin, una volta in sala con una nuova opera che per di più prometteva di essere una semi-parodia di Guerre Stellari, ho deciso di dargli una possibilità. 

Ora, l'idea è ottima: ri-giri Star Wars ambientandolo nella periferia francese, tra mucche e granchi, ma il punto fondamentale per rendere un’opera filmica (diciamo un’opera d’arte in generale) notevole è che il creatore ci deve credere. Non basta infatti creare una operazione anticommerciale e per di più parodistica di un genere amato dal pubblico per comprendere perché la gente si affeziona a quel genere di operazioni, ad esempio. 

Tanto più che l’idea di contrapporre bene e male poteva essere intrigante, ci si fosse sforzati per articolarla un po’ di più. Anche l’amore (o il sesso, fate voi) che sfocia tra i due principali antagonisti (nemici come alieni, ma attratti irresistibilmente in quanto abitanti di corpi umani) sarebbe stato interessante come spunto da approfondire, così come quelle astronavi che all’interno sono chiese è una nota visivamente efficace. 

Eppure no: Dumont ha deciso di confezionare un lavoro lento, privo di ritmo e nerbo e con un finale tirato via giusto per chiudere l’opera lasciando la Terra intatta, ma che non ha nessuna valenza né sul piano dell’azione né sul piano simbolico (bene e male che lottando si annullano?). E così l’autore di Coincoin et les Z’inhumains sforna un prodotto freddo e poco sentito. Ed è un peccato. 


Un peccato perché confrontarsi col cinema commerciale è sempre una sfida. Un peccato perché si poteva iniettare in quel cinema commerciale sangue vivo, dalla sessualità che in quel tipo di opere è assente (perché sono prodotti ‘per famiglie’?) a una riflessione su bene e male non banale. Si poteva infine lavorare sui codici per sovvertirli, per produrre altro. Invece ho visto un’operazione fruendo la quale il poco pubblico presente in sala si addormentava. 

Ma cinema d’autore e fantascienza sono davvero antinomici o difficili da conciliare? Al netto delle dichiarazioni recenti di Lynch sul suo Dune, esistono almeno un paio di risultati perfettamente riusciti, ovvero il 2001 di Kubrick e la sua risposta sovietica Solaris di Tarkovskij, per non parlare poi di Blade Runner, che non ostante le varie versioni attraverso cui è passato prima di arrivare al director’s cut risulta un lavoro notevole sotto tutti i punti di vista o, tornando più indietro, il famoso L’Invasione degli Ultracorpi di cui sono stati fatti anche diversi remake. 

Certo, poter enumerare quattro risultati notevoli in oltre un secolo (ma sicuramente ho tralasciato qualcosa) in cui comunque la fantascienza ha prodotto opere notevoli soprattutto su carta, è scoraggiante, ma varrebbe la pena riflettere sul perché. Suggerisco modestamente che non è facile riflettere sul ruolo che la tecnica e la tecnologia hanno nelle nostre vite e come ci modificano, per cui alle opere già citate vale la pena aggiungere certi lavori del primo Cronenberg, che se pur siano body horror più che sci-fi, comunque con la tecnologia applicata all’essere umano hanno molto a che fare. 

E allora vale la pena ripercorrere queste filmografie allo scopo di porci quanto meno dei problemi, sollevare domande, alimentare dibattiti culturali, pur a partire da un’operazione spompa come L’Impero. Forse chiediamo troppo a un lavoro che parte da intenti polemici, ma si sa che è solo puntando in alto che riusciremo a ottenere, in futuro, qualcosa di più. Per il mentre, una visione disinteressata di quest’opera, a puro scopo conoscitivo, non vedo perché negarla comunque …



domenica 9 giugno 2024

Kinds of Kindness di Yorgos Lanthimos

Un uomo succube del proprio datore di lavoro il quale, in cambio di benefits aziendali come la racchetta rotta da McEnroe durante il più famoso torneo della sua vita, deve sottostare a tutta una serie di ordini tra cui quello di provocare un incidente d’auto mortale. Un uomo che ritrova la moglie dispersa in un tragico incidente di lavoro che inizia a sospettare la donna ritrovata non sia veramente sua moglie, e che nello stesso tempo si scopre attratto dalla carne umana. 

Infine, una donna parte di una delle mille sette pseudoreligiose statunitensi che forse ha trovato la donna che può riportare in vita i morti. Queste le trame dei tre mediometraggi che compongono l’ultima fatica di Yorgos Lanthimos e del suo fedele, ritrovato sceneggiatore Efthymis Filippou. Assieme ovviamente agli attori cardine del progetto Poor Things!, ovvero Emma Stone, Sarah Margaret Qualley (già con Tarantino ed Ethan Coen) e Willem Dafoe. 

Sarebbe bello pensare che dopo la sbornia di successo del precedente Povere Creature! il Nostro sia tornato al cinema ‘strano’ e cupo delle origini, e così è almeno sulla carta. Almeno sulla carta. Non fraintendeteci, il film è interessante e ricco di spunti, di humor nero e di tutte le cose che i due, regista e sceneggiatore, hanno centellinato nel corso di un ventennio. 

Si respira la stessa libertà dalla verosimiglianza de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ad esempio. Come le relazioni distorte di Dogtooth. Ma non possiamo notare che ci sia qualcosa di ‘piacionesco’ in quest’ultimo Lanthimos, che pur rimanendo un regista ‘non per tutti’ – non possono quindi esserci esodi da parte dei vecchi fans gelosi di aver perso un segreto ben custodito – ha diluito il suo geist per motivi più che comprensibili. 


E’ un momento particolare per l’arte questo 2024. Già musicalmente, quest’anno – si veda il mio altro blog Complete Communion – noto che gli artisti abbiano smesso di graffiare se non a livello superficiale – una Kim Gordon avrà sempre i valvolari aperti al massimo, così come una Beth Gibbons spingerà sempre sull’acceleratore del dramma, ma – ma manca la volontà di far sì che l’arte smetta l’autoreferenzialità non nei temi – quello di Lanthimos è un ritratto impietoso degli Stati Uniti di oggi – bensì nella forma. Mancano quelle svisate, quei disequilibri che per anche poco meno di un secondo fanno irrompere la vita vera nelle opere d’arte. 

Non credo che un artista, oggi, abbia voglia di mettersi a nudo – perché poi? – anche solo per pochi istanti, magari emozionando un pubblico che poi, finita la visione, torna a obbedire al proprio capoufficio o al proprio marito (o moglie), pur con tutti i dissidi del caso, come è tipico di società bloccate come lo sono quelle occidentali – bloccate a livello di ascensore sociale, a livello di permeabilità di valori, di contaminazioni, etc. – e stiamo parlando della parte ancora privilegiata del mondo. 

Tutto ciò non mi ha impedito di godermi la visione dell’opera, solo che mentre guardavo quelle immagini oltre che coglierne l’aspetto metaforico e attendere un poco perché quell’aspetto si facesse carne viva – cosa che è avvenuta, non subito ma è avvenuta – mi domandavo che citazioni non avessi colto da altre opere d’arte, cinematografiche o meno. Domande da critico insomma, critico che certe carrellate hanno fatto sobbalzare ad esempio. 

Ma quello che conta è che tutto sommato siamo tutti in bolle più o meno scomode e l’arte non colpisce più come un treno deragliandoci come è avvenuto dagli anni Cinquanta in poi fino a pochi decenni or sono – diciamo 2010? – quando, anziché progettare una società inclusiva dove godere tutti delle stesse insoddisfazioni bene o male c’era la richiesta di una società semplicemente non esclusiva dove sperimentarsi, da soli o a piccoli o grandi gruppi. 


Mi perdonerete pertanto se vi ho rubato tempo rispetto al compito di questo scritto che doveva essere recensire, ma ritengo che almeno un paio di tracce relative a un problema che riguarda noi come pubblico e la nostra influenza non irrilevante sul lavoro degli artisti che amiamo andavano condivise e lasciate a macerare nell’animo di chi mi legge. 

Detto questo, ho provato piacere nel vedere un attore come Willem Dafoe ancora sulla cresta dell’onda sebbene un po’ schiacciato da una regia – ma non si può essere sempre anarchici e/o luciferini – attenta a far risaltare quello che una volta si sarebbe definito ‘il significato’, sebbene virato in salsa bolaniana, come nel vedere una Emma Stone versatile come al solito e una regia e fotografia che richiederebbero una analisi attenta o forse no, visto che sono tre anni che non vedo un film brutto da questi punti di vista e sto aspettando la svisata che vada oltre il bello o il ben fatto. 

Svisata che non arriva. In un’epoca dove è difficile trovare chi azzarda qualcosa di poco professionale per raccogliere facili consensi – siamo tutti ormai troppo consapevoli per farci prendere in giro con uscite di bocca buona – quello che manca è appunto l’ignoranza – quella di cui parlava Sun Ra, il bandleader e pianista – da cui possa uscire qualcosa di individuale e unico. Quel mix di apprendimento e dimenticanza che invocava Carmelo Bene, nemico dichiarato del cinema, che pure ha frequentato a lungo. 

E allora chiudo questa divagazione ricordandovi che quando troveremo un’operazione filmica originale, strana, per usare una parola abusata, che crea disagio, giusto per utilizzare un altro termine preso dal linguaggio quotidiano, saremo di fronte a qualcosa di non previsto, e quindi a una operazione geniale per come ha raggiunto il business e da tenerci stretta. Per ora ben vengano opere come questo ultimo, un po’ annacquato, Lanthimos, almeno fino a che gli artisti non sentano, nei nostri desideri di spettatori, aria nuova.



domenica 19 maggio 2024

Ritratto di un Amore di Martin Provost

 La visione di questa pellicola mi ha ricordato quella de La Bella Estate di Laura Lucchetti dello scorso anno. Lì c’era un chinare il capo della diversità nei confronti della massa (fascista) non tanto convinto, nel senso che in quest’oggi in cui viviamo tensioni simili si potrebbe pensare che ‘è la vita che è fatta di sacrifici’, qui invece, in questa pellicola, c’è una strana commistione di elementi contemporanei e altri, diciamo, non completamente masticati e digeriti, pensati quindi. 

Pierre Bonnard (Vincent Macaigne) è un pittore post-impressionista, autore anche di scenografie teatrali, illustrazioni e litografie (che non vengono mai mostrate nel corso della messa in scena cinematografica purtroppo) e condivide lo studio (nel film invece vive in solitaria) con altri due pittori del gruppo degli ‘indépendents’, artisti che non si piegano alle avanguardie e arriva a colpire e ispirare persino Henri de Toulouse-Lautrec. 

Nella sua attività di pittore arriva a conoscere come modella e a innamorarsi di Marthe (Cécile de France), con cui instaura una relazione che, seppure mai arrivata agli sponsali, proseguirà per tutta la vita di lei. Pierre ha una mecenate, Misia (Anouk Grinberg) che forse è stata anche sua amante, modella e provetta pianista che, morto il ricco marito, abbandonerà la sua arte per rinchiudersi in relazioni con uomini facoltosi che però le tarperanno le ali creative.

 


Ecco, c’è un momento di forte tensione nel film, appunto, quando Marthe e Misia litigano nella casa sul fiume fuori Parigi dove la donna più giovane vive col pittore, in cui la ragazza rinfaccia alla ricca donna di aver rinunciato alla propria arte per farsi mantenere, che è tutto contemporaneo. Mentre il legame a tre con una giovane studentessa che poi, rifiutata da Pierre, si toglierà la vita, è affrontato con timidezza e poca convinzione. 

E così ci si trova di fronte ad un’opera cinematografica che, giustamente, dovrebbe vivere di tensioni contemporanee – tutte le opere d’arte parlano dell’oggi, anche quelle antiche – ma lo fa in maniera non sempre convinta. Spiace anche che lo stile pittorico di Bonnard e le sue altre attività ‘collaterali’ vengano poco esplicitate, perché c’è stato sicuramente un intreccio tra arte e vita che ha solo del didascalico in questa proposta. 

Non fraintendetemi, per due ore rimarrete comunque incollati allo schermo perché i personaggi hanno comunque una loro magneticità e un loro fascino, proprio perché ci raccontano di una vita alternativa alla nostra, non fatta di cartellini da timbrare e stipendi fissi – ci sono ancora, a proposito? – e giornate che passano tutte uguali, con tutti i rischi del caso, compreso quello di avvicinarsi alla morte. 


Sarà per questo che la gente comune rifiuta l’arte e cerca modelli di vita meno ambiziosi anche se più noiosi? Questo il film non lo dice, e non pone nemmeno questa domanda, anche se sarebbe stato interessante lo facesse: si limita a farci annusare l’aria della libertà senza però mostrarci come ci si prendono responsabilità e oneri, che non mancano, ma è tutto come pervaso dall’atmosfera di un sogno, quello appunto della messa in scena, il che conferisce alla pellicola qualcosa di ambiguo e incompiuto. 

Ecco, diciamo che il film soffre di una intenzionalità non limpida, gli manca un quid di capacità di rivendicare un modo di vivere e un mondo che non è il nostro e non ce lo sbatte in faccia con coraggio; alla fine pertanto non si capisce perché qualcuno dovrebbe vivere come pittore. Non si parla dell’ispirazione, di come essa ti cambia, di quali prospettive apra e quali chiuda … insomma, non si capisce perché qualcuno dovrebbe affrontare quella strada nella propria vita. 

Eppure una certa, diciamo, fragranza, si percepisce, e allora vale la pena perdere due ore della propria vita sapendo però che si uscirà con più domande che risposte, senza che questo fosse lo scopo della pellicola, che è quello di raccontare una storia d’amore, forse il mito dell’amore, tra due soggetti liberi dalle convenzioni sociali ma la cui libertà non sappiamo se sia stata esplorata fino in fondo.



domenica 5 maggio 2024

Una Spiegazione per Tutto di Gàbor Reisz

Budpest, ai nostri giorni. Abel è un ragazzo di diciotto anni che deve sostenere l’esame di maturità. E’ innamorato di Janka, la sua migliore amica, la quale invece da quando è entrata a scuola prova sentimenti per Jakab, il professore di storia. Abel fa scena muta proprio all’interrogazione in quella materia, e quindi non viene promosso. Incalzato dal padre, finisce con l’inventarsi una scusa: il professore lo ha discriminato per via di una coccarda tricolore che portava sulla giacca. 

Ce ne sarebbe abbastanza per un capolavoro, e invece. Purtroppo Abel è monodimensionale, potrebbe forse avere dei disturbi dell’apprendimento e quindi si potrebbe fare un discorso sul come le istituzioni non siano pronte ad affrontare un caso come il suo, tanto meno in un Paese arretrato dal punto di vista scolastico, ma in realtà è solo storia a non entrargli in quella che lui stesso definisce ‘la sua stupida testa di legno’, e quindi è semplicemente un ragazzo con delle difficoltà di cui però non si vogliono trovare le cause. 

Anche il fatto che ami la ragazza che a sua volta ama il professore di storia è un dettaglio che non viene sfruttato: il blocco di Alex in storia potrebbe essere determinato da una avversione al professore, o alla propria situazione sentimentale in generale. Anche di ciò si parla poco. Alex viene dipinto semplicemente come un inetto (fa una dichiarazione d’amore a Janka mentre questa è ubriaca e incosciente). 

Anche la scena finale, che non vi spoileriamo ma che dipingerebbe Alex come un futuro parassita, non va per niente bene. Capisco che si volesse dare una certa immagine della destra ungherese, e fortunatamente non si dipinge il professore ‘liberale’ come un santo, dato che anch’egli ha problemi nel gestire il lavoro e la famiglia, ma le buoni intenzioni non bastano. 

Manca empatia nei confronti del protagonista, manca la volontà di svelare il perché di quelle chiusure alla realtà (la scuola, i sentimenti che non ingranano) e si lascia tutto così, alla fine lo spettatore potrà sentenziare contro questo ragazzo e pensare di essersi messo in tasca un pezzetto di verità, ma non è così. Anche la giornalista che monta il caso sulla stampa è monodimensionale, nel senso che è una semplice ragazza con idee nazionaliste per via del padre che vedeva tartassato quand’era piccola. 


E qui ci troviamo di fronte a una sintomatologia: guarda caso dove si poteva spingere, ad esempio nel mostrare una persona avida di notizie per fare carriera, qui si è tirato il freno a mano, forse perché regista e sceneggiatori (Reisz stesso assieme a Eva Schulze) sapevano che non potevano mostrare solo personaggi negativi. Ma così l’unico a reggere il film sulle sue spalle è il ragazzo protagonista. 

E’ un peccato. Il film poteva essere molto interessante, se solo si fosse anche qui presa alla lettera la lezione fassbinderiana de Il Viaggio in Cielo di Mamma Kusters o si avesse avuto il coraggio di portare la storia alle sue estreme conseguenze – voglio dire, in quel tipo di famiglia se non sei capace di mantenere l’ordine simbolico ti mettono sotto tutela, anche solo sul piano esistenziale, Alex invece pare sempre più a suo agio nel finale. 

Ecco che quindi l’opera risulta un film a tesi, e pertanto una occasione mancata. Sembrerebbe infatti che le destre ce ne stiano facendo così tante, e così sporche, che chi si occupa di arte non avesse la voglia di arrivare a una fonte, a capire cosa li muove veramente, facendo di questi personaggi delle macchiette, cui non dare eccessivamente addosso per paura di essere tacciati di insensibilità e odio. 

Si salva un poco la struttura del film, a episodi, narrati dal punto di vista soggettivo di ogni personaggio in gioco e poi ricomposti nella parte finale, ma anche qui, un Kurosawa qualsiasi avrebbe avuto più coraggio e avrebbe giocato, siamo di fatti dopo la postmodernità, con lo spettatore come il gatto col topo, per instillargli il dubbio su dove stesse la ‘ragione’ e dove il ‘torto’. 

Reisz – di cui vi lascio questa intervista perché la drammaticità della situazione non è chiara dal film, e potrete quindi toccare questa cosa con mano – è una persona con un passato che pesa sicuramente sul suo sviluppo, che gli è da stimolo, ma in questo film vediamo una mano sicuramente indecisa. Sarebbe il caso di recuperare le sue precedenti pellicole per verificarne in prima persona l’evoluzione …