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giovedì 25 luglio 2024

Padre Pio di Abel Ferrara

Non era facile affrontare un personaggio ingombrante e controverso come Padre Pio da Pietrelcina, personaggio cui l’agiografia ecclesiastica ha affidato tramite la devozione popolare il proprio bisogno di consenso e potere in una Italia che, dopo i massacri e le ferite alla popolazione inferte durante la Prima guerra mondiale, sentiva soffiare il cambiamento del socialismo e sperava in una ventata di aria nuova. 

Non c’è bisogno, del resto, di scomodare pellicole come Uomini Contro di Francesco Rosi: le mutilazioni che certi soldati hanno patito in quella che era una guerra di posizione e logoramento, con conseguente perdita di occhi e arti, sono ben presenti in quest’opera del regista de Il Cattivo Tenente e Fratelli. E del resto, cosa assai interessante, sono proprio i soldati sfigurati quelli che si mostreranno più fedeli ai latifondisti e crudeli coi propri simili. 


In mezzo a queste vicende storiche, e al tentativo dei contadini e delle plebi di alzare la testa per mezzo del simbolo della falce e del martello, si colloca la vicenda della crisi spirituale di Padre Pio (Shia Labeouf): uomo preda di allucinazioni mistiche, durante le quali sente rinfacciarsi la propria passione narcisista per le donne o la codardia che lo ha portato a chiedere alle gerarchie di permettergli di non partire per la guerra. 

E se dalle ultime sequenze è chiaro come Pio fosse vittima e carnefice di sé stesso, cosa che possiamo dire senza tema di spoiler, la sua crisi di uomo di fede in una Chiesa che è collusa con il mondo ancora in gran parte feudale nella repressione delle masse popolari (si veda la strage di Monterotondo, qui rappresentata con il classico iperrealismo di Ferrara) non poteva che essere la crisi di un uomo che sembra ignorare come funziona il mondo là fuori, oltre a quello che lo protegge. 


Non vuole o non può? In realtà Pio è durissimo con un uomo – interpretato da Asia Argento, ma si tratta dell’ennesima visione – che gli confessa di provare attrazione erotica per la figlia che sta crescendo, il che lo colloca sicuramente tra chi non è condiscendente col disordine spirituale. Ma sarebbe stato altrettanto duro con chi provoca disordine politico riducendo alla fame il popolo cui egli distribuisce i sacramenti? 

In più di una intervista, Ferrara ha dichiarato di provare ammirazione per l’uomo di Chiesa che in Sud Italia fece addirittura costruire un ospedale per i poveri, tuttavia la memoria corre a King of New York: lì era un uomo di mafia che voleva compiere la stessa opera nella città statunitense, per motivazioni complesse e non tutte nobili, ma proprio per questo non possiamo non ricordare come Abel Ferrara non sia nuovo a figure che hanno uno spessore e che quindi vivono di contraddizioni. 


Vale dunque la pena farsi trasportare da domande destinate a non avere una risposta certa perché come tali sono fatte per sferzare lo spettatore. Ferrara dal canto suo, come sempre, si conferma uomo dei drammi morali e dei paradossi etici, con l’unica variante che ora il suo cinema si sta realmente facendo europeo, come dimostra il (momentaneo?) allontanamento da un cinema identificatorio seppure mai narcisista. 

Com’è diverso Padre Pio dai precedenti Siberia e Tommaso: qui Ferrara non è alla ricerca di sé stesso, e per una volta si concede il lusso di utilizzare il bisturi non verso di sé ma per scandagliare la Storia. Cinema mutante, in mutazione, dove il desiderio si fa più complesso e si organizza per mostrarci la materia viva di cui siamo fatti noi, sfuggendo ai ricatti dell’autodafé e acquisendo in lucidità.

sabato 8 febbraio 2020

Il Cattivo Tenente di Abel Ferrara

Guardare un film di Abel Ferrara è un po’ come leggere un libro di Fedor Dostoevskij. Non a caso a introduzione del suo libro “Abel Ferrara: L’anarchico e il cattolico”, Silvio Danese mise proprio il famoso monologo di Alioscia da “Delitto e Castigo”, quello in cui il personaggio si lamenta dell’esistenza del male e di un mondo basato sulle vittime sacrificali innocenti, e pertanto si dice non disposto a credere nell’esistenza di Dio.

Tutto il cinema di Ferrara, per lo meno i suoi film realizzati negli Stati Uniti, ruotano attorno al tema del male, di come un individuo corrotto, come tutti noi, possa cercare di non soccombere alle sue spinte autodistruttive. E in questo senso, per come è concepito e realizzato, il suo cinema parla forte alle coscienze di tutti noi. Senza farci sconti. Senza ammicchi. Crudele. Perverso. Tenero. Umano.

Ma vediamo di analizzare nello specifico questo “Il Cattivo Tenente”. Spanish Harlem, 1981. Una suora viene violentata in cima a un palazzo, addirittura con un manico di scopa. Un poliziotto ci mette pochi giorni di intense ricerche per trovare il colpevole e assicurarlo alla giustizia, mentre i giornali Newyorkesi non parlano d’altro per tutto il tempo. La città è sotto shock. Anni dopo, il Nostro pensa di trarre un film dagli avvenimenti, e contatta il poliziotto per avere tutti i dettagli del caso, prima di mettersi al lavoro.



La sceneggiatura del film sarà affidata all’attrice e scrittrice Zoe Lund, già protagonista di un altro cult del regista, ovvero “L’Angelo della Vendetta”. Originariamente la sceneggiatura doveva essere affidata a Nicholas St. John, anch’esso collaboratore di lunga data di Ferrara, ma questi non se la sentì data la crudezza con cui dovevano essere affrontati i temi del film (la dannazione e la redenzione nell’inferno urbano). Zoe si mette al lavoro, e scrive la sceneggiatura, per un totale di circa cinquanta paginette, in due settimane a casa di Abel Ferrara.

Il film racconta la storia di un poliziotto dedito al vizio del gioco (un altro tema caro allo scrittore russo citato all’inizio di questa recensione), alle droghe e alla perversione sessuale. Questo poliziotto, che rischia la propria rovina scommettendo sul baseball, ha l’occasione di riscattarsi con una grossa ricompensa messa sulla testa di due giovani sudamericani che hanno violentato una suora cattolica. Ma c’è un piccolo ostacolo alle indagini: la suora ha perdonato i due stupratori, e non vuole dire di chi si tratti.

E così dopo aver assunto una quantità incredibile di droghe, il tenente ha una visione mistica, in cui vede Gesù, nella chiesa dove la suora è stata violentata, apparirgli dritto in piedi, con in testa la corona di spine e le ferite della classica iconografia cristiana. A questo Cristo, il tenente confessa tutta la sua debolezza. Ed ecco che improvvisamente al posto di Gesù compare una donna che indirizza il tenente verso i due ragazzi, cui egli consegnerà tra le lacrime il perdono della suora e li aiuterà a rifarsi una vita. Ovviamente il tenente morirà ucciso dai mafiosi a cui doveva i soldi per le sue scommesse.



Interpretato da un eccezionale Harvey Keitel, la figura del tenente (molto diversa da quella del poliziotto che risolse il caso reale) doveva essere inizialmente affidata a Christopher Walken, il quale però rifiutò la parte dicendo al regista che non avrebbe potuto dargli quello che cercava. La scelta cadde così su Keitel, che interpretò alla perfezione, complice anche una sceneggiatura volutamente lacunosa che permetteva all’attore ampie improvvisazioni, il ruolo assegnatogli.

Le riprese avvennero tutte con macchina a mano, donando quindi al film inquadrature sporche, rumorose, a volte non completamente a fuoco, ma adatte alla storia che si sta raccontando. Molte scene sono frutto del lavoro di Keitel on site, come le scene in cui si droga con delle donne e con l’amica Zoe Lund (che interpreta, fatta realmente di eroina, un bellissimo monologo su droga e vampirismo), frutto di ore e ore di preparazione. Anche la musica è minimale, poche note che devono sottolineare e non commentare la crudezza delle scene.

Una delle canzoni, “Signifying Rapper” di Scholly D, verrà poi successivamente tolta dalla colonna sonora, in quanto Jimmy Page dei Led Zeppelin non diede al musicista il consenso all’utilizzo del riff di “Kashmir” per il proprio brano, rendendo il film ancora più asciutto (verrà sostituito, nella scena dello stupro, da un organo). Il film verrà vietato ai minori di 18 anni, come Ferrara sapeva del resto dall’inizio, ma anche con le problematiche relative alla distribuzione verrà, soprattutto in Europa, osannato come un capolavoro, e dopo 28 anni è ancora qui a parlarci con la forza che solo le opere sofferte e vissute possono avere.





Articolo di: Gian Paolo Galasi

venerdì 8 novembre 2019

Frammenti di un discorso amoroso

Questo non è un semplice blog sul cinema. Mi sono appassionato al cinema nel 1997, dopo aver visto quelli che per me sono due ‘classici’, ovvero Bad Lieutenant di Abel Ferrara e Crash di David Cronenberg. Da allora la febbre non  mi ha più abbandonato. Non parlo della febbre per il cinema: parlo della febbre per l’umano, troppo umano.

Il cinema mi ha accompagnato mentre la scienza mi dettava le sue diagnosi, sempre uguali e sempre diverse. Il cinema mi ha accompagnato mentre soffrivo e mentre amavo. Mi padre, che è morto dieci anni fa per un infarto, mi diceva sempre: quando sei davanti allo schermo, ti metti sotto una cappa.

Il Cattivo Tenente, Abel Ferrara


Il cinema è un rifugio? Più che altro è uno specchio. Lo spettatore si sdoppia, e si vede agire al di là dal vetro. Si prende le misure. Realizza cosa ha dentro di sé. Ecco allora che lo schermo non è altro che un metodo autoptico. Ma il cinema può essere anche un trattato antropologico o sociologico (Shohei Imamura, Glauber Rocha).

Ma il cinema è anche, per me, la storia dell’elaborazione di un lutto. L’apparecchio su cui fruisco attualmente i film, quello che ho in casa, è stato un regalo fattomi lo scorso febbraio da mia madre. L’ultimo. Lei, infatti, è morta di tumore al pancreas lo scorso luglio. La visione dei miei film mi ha accompagnato durante la sua malattia e la sua scomparsa.

Ecco che allora vorrei che questo blog fosse anche un po’ come quel libro di Roland Barthes, La Camera Chiara, dedicato contemporaneamente alla fotografia e alla perdita della madre del semiologo francese. Perché l’arte non è mai distante dalla vita. L’arte si fonde con la vita. L’arte è la vita. Ve lo dico da attore e da fotografo.

Il Profondo Desiderio degli Dèi, Shohei Imamura


Ma cosa troverete in questo blog? Film, certo. Ma, che film? Il film più vecchio dovrebbe essere, credo, il Nosferatu di Murnau. Il più recente, Moebius di Kim Ki-Duk. In mezzo, troverete cinema d’autore, documentari d’autore, tutti film che tengo in un armadio pieno di vecchi nastri. Non mi interessa il cinema contemporaneo: è morto, e in più lo trattano su altri lidi (cfr. sezione ‘Leggi anche …’).

In conclusione, vi lascio con una riflessione di Godard, che spero vi accompagnerà, settimana dopo settimana, come lettori di questo blog (vi esorto, a ogni pubblicazione, a: leggere il titolo del film, vedere il film, leggere la recensione): “Ora ho delle idee sulla realtà, mentre quando ho cominciato avevo delle idee sul cinema. Prima vedevo la realtà attraverso il cinema, e oggi vedo il cinema nella realtà”.


Gian Paolo Galasi, 8 novembre 2019