Il fatto è che da un
lato mi son trovato a osservare me stesso e il prossimo e mi sono detto “ma
tutti recitiamo, quindi a che pro aggiungere artificio ad artificio?”, d’altro
canto ci sono molte scuole che predicano proprio l’opposto, ovvero che l’attore
deve ‘togliere’ tutti gli artifici e lasciare emergere l’uomo ideale … utopia?
Ossessività? Sta di fatto che, è vero che il teatro è diverso dal cinema,
tuttavia ero anche stanco di certe dinamiche che si instaurano quando lavori
con il corpo, con la voce, con te stesso … dinamiche manipolatorie che non
necessariamente devono arrivare a ciò che molti di noi hanno già visto nelle
cronache relative alla realizzazione di certi film, ma che purtuttavia sono
presenti … dinamiche che pure inquinano quella ‘purezza’ che si pretenderebbe
dall’attore.
In mezzo a tutte queste
riflessioni, ho improvvisamente ripensato ai film realizzati da Volonté con
Petri. Leggendo, ho scoperto ad esempio che per Indagine Volonté immaginava il
poliziotto come un puro e semplice fascista, mentre Petri era più attento alle
sfumature psicologiche, alle loro dinamiche. Ne è venuta fuori una via di mezzo,
o meglio una somma delle due visioni, al punto che credo che entrambi siano
stati soddisfatti, e con loro chiunque abbia visto il film. Ma anche La Classe
Operaia è un film dove viene descritto un uomo che è tutt’altro che una mera
vittima (vedasi la ‘relazione’ con la giovane operaia), eppure ogni gesto di
Volonté sottolinea l’ambiguità e la vena di follia di questo personaggio.

Quindi, mi sono detto:
perché non iniziare da una passione per (riprendera a) studiare? In fondo se
qualcosa ti colpisce, è perché tocca delle tue corde profonde. Quindi, male che
vada, nel corso di questo studio avrai sperimentato o trovato o assaggiato
qualcosa di te stesso. Ed eccomi quindi a condividere con voi quello che ho
ricavato da una serie di visioni relative a tutto ciò che ho recuperato finora
di questo attore.
Volonté è
stanislavskijano senza esserselo tatuato in fronte come altri attori
soprattutto americani, ma tutti quelli che lavoravano con lui notavano che non
smetteva mai di recitare quel dato personaggio, nemmeno a motori spenti. Pare
che quando ha interpretato Aldo Moro (non ricordo se per il film di Petri o se
per quello di Ferrara), il Nostro abbia ricopiato tutte le lettere scritte dal
politico (ai familiari, ai politici della sua corrente, alla stampa … ) per
entrare meglio nei processi mentali dell’uomo che avrebbe interpretato sullo
schermo … figurarsi che Robert De Niro si era limitato a ingrassare e a fumare
gli stessi sigari di Jack La Motta … ovviamente si scherza, stiamo parlando di
due pesi massimi della recitazione, ma parliamo comunque di processi di
identificazione profondi con un altro individuo.
E veniamo ai film.
Caravaggio
(televisivo) di Silverio Blasi. In realtà queste proto mini serie TV avevano
molto più a che fare col teatro che non col cinema, e quindi è interessante
studiarsi tutte le mosse e gli atteggiamenti di Volonté e degli altri attori
proprio in questa ottica. Certo è un teatro datato, ma è anche un teatro a mio
avviso meno teatrale di quello odierno. Il quale ha aggiunto il bisogno di
strappare sempre e comunque una risata (o quasi), e il bisogno di urlare.
Sicuramente Volonté è qui già un attore più che compiuto, al punto da poter
portare in scena un personaggio complesso come Caravaggio, genio della pittura
ma incapace di vivere, con quel suo bisogno di libertà che lo accomuna a
Giordano Bruno (che conoscerà il giorno prima del rogo) e che gli permette di
essere così scevro da manierismi e regole in pittura, ma anche con quel suo
sangue bollente che lo porta a rovinarsi da solo per futili motivi. Com’è
simile a Pollock, il Michelangelo Merisi, ho pensato mentre lo guardavo.

Sotto il segno dello
Scorpione dei fratelli Taviani. Qui Volonté è un personaggio malinconico e
violento (e rasato, così si è presentato ai Taviani che inizialmente si sono
arrabbiati tantissimo, ma non voglio cadere nel gossip, per quello – anche per
quello – ci sono i libri biografici). Il film racconta di un gruppo di uomini,
gli scorpionidi, che, scappati dall’esplosione di un vulcano sulla propria
isola, si ritrovano dopo essere sfuggiti via mare su un’altra isola dove c’è un
analogo vulcano. Il tema dell’angoscia, del pericolo incombente che spaventa al
punto da non volerlo vedere, e di come questi aspetti influenzano le relazioni
sociali è il cuore del film. La genialità di Volonté sta qui nel mostrare un
uomo che prende decisioni sulla pelle di altri uomini dopo essersi messo
volontariamente i paraocchi e con una forte tristezza di fondo, perché ‘sa’ e
non può dimenticare. Se il film, pur non essendo un capolavoro, strizza
l’occhio a Pasolini (per come riprende i volti dei personaggi), a Teshigahara e
la sua Donna di Sabbia, e a Rossellini e il suo Stromboli, Volonté ci fa vedere
come nella sottomissione a un potere, quello della paura, risiede la violenza
dell’uomo sull’uomo.
Uomini Contro di
Francesco Rosi. Film capolavoro che riprende la tematica di Orizzonti di Gloria
di Kubrick (all’epoca non distribuito in Francia, chissà perché … ehm) qui
Volonté divide lo schermo con Mark Frechette, protagonista del coevo Zabriskie
Point di Antonioni, e il più anziano Alain Cuny. Difficile dire chi primeggia.
Il film è un perfetto meccanismo geometrico, dove ogni pezzo si incastra alla
perfezione cogli altri, e proprio per questo richiede recitazioni precise al
millimetro, quindi inutile dire altro: sono tutti perfetti.
Indagine su un
Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto di Elio Petri. Ed eccoci al
capolavoro di Volonté e Petri. Uno dei capolavori, almeno. Tutto è perfetto in
questo film: regia, sceneggiatura, colonna sonora, storia, idea. Certo, è a suo
modo kubrickiano come film, con Volonté che rispetto ad altre opere di Petri
cui partecipa è leggermente ‘raffreddato’ e ‘controllato’ allo scopo di far
emergere il film in sé e non il suo agire. Eppure non si può non gridare al
miracolo. La cosa più interessante per me è la differenza di vedute sul
protagonista di Petri e Volonté. Per l’attore infatti si trattava solo di un
fascista, mentre il regista pensava più a certe sfumature psicoanalitiche. Vi lascio
il piacere di vedere il film per divertirvi a capire quale delle due visioni ha
prevalso, ammesso che un film come questo abbia una sola chiave di lettura.

La Classe Operaia va
in Paradiso di Elio Petri. Ecco. Pur non essendo il capolavoro di Petri,
questo film è quello in cui forse Volonté emerge per ‘quello che è’. C’è una
vena psicotica in Volonté, che emerge in questo operaio sfruttato e vessato che
cova rancore e rabbia da tutti i pori. Marito e padre fallito, predatore
sessuale inconsapevole, non è solo una vittima del sistema, e in questo
tratteggiare Lulù come un piccolo mostro, per quanto vessato, è la finezza di
un tandem (credo che questa cosa sia stata voluta sia dal regista che
dall’attore di concerto, anche se non ne ho ‘le prove’) che fa di questo film
qualcosa di più e di meno di un film politico, ovvero un film personale. Certo,
rimane sempre di fronte a questo film uno dei miei tarli, ovvero: possibile che
per definire un uomo (Volonté come Lulù) occorra raggiungere le sue debolezze? Eppure
quando guardo questo film provo le emozioni più varie. Piango, mi incaxxo e
rido anche in certi momenti. Per questo mi sembra la sua prova d’attore più
‘completa’.
Sbatti il mostro in
prima pagina di Marco Bellocchio. Film che mi ha fatto pensare al ‘Viaggio
in cielo di Mamma Kunsters’ di Fassbinder (capolavoro … in pratica la
protagonista è una donna che vorrebbe riabilitare il figlio morto e
ingiustamente accusato ma finisce per fare una gran brutta fine) ma qui
sicuramente è Laura Betti a primeggiare. Volonté è perfetto nei panni del
cinico direttore di un giornale di destra che vuole trovare un capro espiatorio
‘di sinistra’ a un delitto, in modo da far trionfare la propria parte politica
alle elezioni pilotando l’opinione pubblica (il film si apre con un comizietto
di La Russa e con le manifestazioni per la morte di Feltrinelli), ma non
ostante la bravura di Volonté si tratta di un personaggio senza sbavature, da
copione (in senso positivo, certo: vedasi quello che ho scritto per Uomini
Contro).
Giordano Bruno
di Giuliano Montaldo. Un Giordano Bruno sicuramente ‘sudato’. Volonté era a
disagio nel girare le scene con la Rampling (era un uomo tutto d’un pezzo, non
un Dongiovanni, infatti rifiuterà il ruolo di Casanova per Fellini, non ostante
quest’ultimo gli avesse raddoppiato il cachet … ) e fu costretto a lavorare
molto su certe affermazioni fatte da Bruno, perché per l’attore il filosofo
rappresentava sì il desiderio di libertà dell’uomo che vuole ragionare con la
sua testa, ma faceva comunque fatica a capire quello che egli professava
(Volonté non era uno da eccessive sottigliezze intellettuali, il che non vuol
dire che non fosse intelligente … semplicemente non era un filosofo). Salva il
film un certo realismo (il sangue di scena rischia di soffocarlo perché la
macchina da tortura che gli blocca la bocca è vera, non di scena) e il modo in
cui Volonté comunque riesce a recuperare un po’ del proprio ‘furore’, per
rimanere in tema.

Todo Modo di
Elio Petri. Un Aldo Moro pazzesco. Caricaturale anziché drammatico come sarà
poi in un'altra pellicola, qui Volonté raggiunge la capacità, già evidenziata
con gli altri film di Petri, di essere sopra le righe senza essere fuori posto.
Non ho presente in questo momento un altro attore simile a lui, azzardo Denis
Lavant perché è un altro dei miei preferiti, simili nel loro essere ‘meta’.
Certo, purtroppo patisce un po’ il confronto con Mastroianni, che lo segue nel
registro grottesco/caricaturale, ma che a mio avviso gli è qui superiore.
Eppure, che coppia straordinaria …
Cristo si è Fermato
a Eboli di Francesco Rosi. Ecco, ora ci troviamo di fronte a un attore
intimista; col passare degli anni Volonté non ha abbandonato l’impegno (come
nell’omonimo romanzo interpreta un Carlo Levi che si è visto costretto al
confino per motivi legati alla sua militanza antifascista) ma è forse diventato
… non dico più umano, perché anche Hitler era umano (ce lo dimentichiamo spesso
ma me lo ricordava sempre il mio professore di letteratura italiana in
università), ma sicuramente più vicino alla povera gente, più compassionevole.
Non mancano i momenti di tensione, legati alle proprie incertezze (il rifiuto
iniziale di praticare la professione medica non ostante gli studi effettuati,
che si ridimensiona di fronte alle effettive necessità, il contrasto con una
donna cui vorrebbe a tutti i costi fare il ritratto) e alla distanza tra la sua
precedente vita a Torino e quella in un piccolo paesino del Sud Italia cui si
deve adattare. Non ho ancora letto il romanzo ma senz’altro rispetto a altre
cose che ho visto (Il Demonio di Rondi) questo Sud è comunque stato levigato,
non ostante le tensioni siano tutte presenti c’è come una malinconia di fondo
nella fine dell’obbligo di residenza, che diventerà tenero ricordo una volta
rientrato nella sua città del Nord.
Ogro di Gillo
Pontecorvo. Film di cui lo stesso regista si è detto scontento perché si tratta
di una pellicola che narra del terrorismo spagnolo negli anni del rapimento
Moro, qui Volonté nei panni del capo di una cellula rivoluzionaria che deve
uccidere il successore di Franco fa il suo ‘dovere’, senza mai uscire dalle
righe. Si intravedono tuttavia i risultati della ‘strategia della tensione’
sull’immaginario (e quindi sui desideri) delle persone: ci si fa seri seri, il
che è di solito l’anticamera del moralismo. Ma vi chiedo venia per queste
divagazioni che col film hanno poco a che fare. Volonté è comunque
ineccepibile, ma non graffia. Almeno a una prima visione.

Il Caso Moro di
Giuseppe Ferrara. Ricostruzione piuttosto fedele dei giorni del rapimento di
Aldo Moro (piuttosto fedele rispetto anche a documentari che ho visto di
recente), qui Volonté non è più caricaturale come in Todo Modo anche se le
spalle curve e un certo modo di essere permangono perché erano tipici del personaggio
e della situazione, ma senza la volontà di denuncia nei confronti del potere
(per lo meno non diretta). Questi ultimi due film in particolare mi hanno fatto
capire come l’omicidio di Moro avesse cambiato le coscienze degli artisti. Non,
per carità, che prima fossero per la lotta armata, ma c’è un desiderio di
compitezza, di asciuttezza e serietà (di austerità si potrebbe dire) che occupa
il posto della gioiosa fantasia di prima. Io non direi che si è diventati
adulti, semmai vecchi, semmai ci si è fatti ricattare, anche se era nell’ordine
delle cose. Ma c’è qualcuno (vero servizi deviati?) che non ha pagato per tutto
questo, e con ‘tutto questo’ intendo non solo omicidi e stragi ma anche
coscienze mutate, macerate …
Altri film da
recuperare (mi perdonerete se mancano proprio degli ‘irrinunciabili’ nella mia
breve dissertazione, ma ho preferito farmi guidare un po’ dalla casualità e
recuperare anche un po’ di ‘film minori’):
Un uomo da bruciare di
Valentino Orsini e fratelli Taviani 1962
Le quattro giornate di
Napoli di Nanni Loi 1962
Il terrorista di
Gianfranco de Bosio 1963
A ciascuno il suo di
Elio Petri 1967
Sacco e Vanzetti di
Giuliano Montaldo 1971
Il Caso Mattei di
Francesco Rosi 1972
Lucky Luciano di
Francesco Rosi 1973