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venerdì 20 maggio 2022

Esterno Notte (Prima Parte) di Marco Bellocchio

E così si (ri)parte da Sbatti il Mostro in Prima Pagina. Da quel comizio (vero) di un giovane La Russa che poi lasciava spazio ai (finti) manifestanti comunisti che assaltavano la sede de Il Giornale, non Il Giornale di Montanelli che ancora non esisteva ma un Giornale di destra qualsiasi di cui era direttore un magistrale Gian Maria Volonté. Solo che qui, addì 2022, abbiamo un gruppo di esagitati comunisti che nel 1978 assaltano una armeria che si trova vicino a un cinema nel quale, lo apprendiamo dalla significativa locandina, viene proiettato un’Anima Persa con un ammiccante Gassman. 

E’ già qui la differenza ideologica. Perché un film sulla storia è, come anche un libro di storia, romanzo travestito da filologia (esiste la filologia dei sentimenti e delle motivazioni? No, e allora), una nuova interpretazione a uso e consumo del futuro che si vuole edificare. La grande differenza tra il cinema di impegno civile post-Moro, e non possiamo prescindere da un’altra interpretazione di Volonté, ovvero Il Caso Moro di Giuseppe Ferrara, e quello di oggi, è che quello era succube di un clima di condanna morale verso chi Moro lo aveva avversato, mentre il cinema di impegno di oggi, beh, non mi spetta tracciare profili come fossi un poliziotto della critica, ma ce lo diranno gli avvenimenti in che direzione sta andando.

Diciamo semplicemente che la differenza tra Volonté e Gifuni è significativa assai. Gian Maria Volonté ha interpretato due volte sul grande schermo il politico DC: la prima in Todo Modo di Elio Petri, distopia politicamente scorrettissima come oggi non si potrebbe più fare per via del lavaggio del cervello che ci ha fatto prima Berlusconi e le sue televisioni e poi la destra estrema tramite i social networks (ebbene sì, sono loro la vera dittatura, non la inesistente, almeno politicamente, “sinistra”), e poi col film di Ferrara che vi ho già citato.

 


Orbene, il Volonté non solo ha analizzato ogni minimo movimento di Moro, compreso il suo respiro, al punto da renderne la somiglianza fisica così imbarazzante da costringere Petri a buttare intere sequenze per evitare una probabile denuncia (ricordiamo che il Moro di Petri, mai chiamato per nome ma sempre come “il Presidente”, è un brutale assassino oltre che un erotomane e un politicante corrotto) ma si è anche trascritte tutte le lettere, ricopiandole a mano, scritte dal politico mentre era incarcerato dalle BR. 

Di fronte a un tale sforzo, cosa fa Gifuni? Segue la moda lanciata in questi ultimi anni ad esempio da Amelio con il Craxi/Favino di Hammamett, e anche se Gifuni non ha bisogno di quintali di trucco per assomigliare all’onorevole Moro, ne copia i gesti e i birignao ma svuotandoli di senso. Ad esempio nel discorso che Moro tiene davanti a tutte le correnti della DC nel 1978, poco prima del proprio rapimento, per convincerle a allargare l’alleanza di governo e comprendere anche il PCI, la fisicità che accompagna le parole è palesemente un esercizio attoriale, e non un sottolineare col corpo il senso delle parole, come farebbe qualsiasi uomo politico navigato nella realtà.

Certo, siamo in epoca di post-verità, e quindi la somiglianza col vero diventa un feticcio e non il sintomo di un lavoro attoriale serio come è stato ben due volte per Volonté. Non è nemmeno colpa di Gifuni, e probabilmente nemmeno di Bellocchio: diciamo semplicemente, “o tempora, o mores”. Dunque, proseguiamo nell’analisi del film. Innanzitutto le prime due ore e mezza di pellicola su cinque cui abbiamo assistito sono i primi due episodi e mezzo su cinque ora terminati di una serie su Moro che andrà in onda sulla Rai a partire dal prossimo autunno.

 


Altri critici, che forse hanno già visto tutto il montato, hanno parlato di film a tesi in senso positivo per quest’opera. Noi non ci sentiamo di sottoscrivere. Innanzitutto se si prosegue sul tono di queste prime due ore e passa, la tesi di fondo sarebbe che il rapimento Moro è stato architettato dalle BR e basta, e che ogni ulteriore tentativo di capire ‘chi c’era dietro’ è inutile complottismo. Se Bellocchio stesse, e per ora non possiamo dire né sì né no, dalla parte di un fantomatico negoziatore statunitense che viene a dare man forte a Cossiga nel secondo episodio.

Che dire allora? Che pensare di libri come Trame Atlantiche o Delitto Moro: La Grande Menzogna in cui un acuto osservatore come l’ex senatore del PCI Sergio Flamigni fa ben più che mera dietrologia, carte alla mano? Certo, io stesso ho scritto qui sopra che i libri di storia sono romanzi ben architettati, ma i documenti seppure da interpretare non possono essere meramente stralciati e dichiarati non pervenuti. C’è dunque da chiedersi chi sarà a trarre giovamento da questa (nuova?) lettura dell’affaire Moro. Solo il futuro potrà dirlo. Per ora, parliamo di sintomo, nozione che non solo i lacaniani dovrebbero ormai aver iniziato a comprendere. E teniamo i nostri sensi ben tesi in attesa tra qualche tempo della seconda parte del film.

Ultima notazione, quell'autocitare I Pugni in Tasca come a dire che di fronte alla tragedia di Moro i delitti famigliari sarebbero (stati) ben poca cosa, e non degna nemmeno di attenzione da parte di un semplice tutore della legge, figurarsi cosa ne dovrebbe pensare il Tribunale della Storia, che in qualche modo ci fa pensare a un non meglio precisato tentativo di rileggere il proprio passato autoriale come mero peccato di gioventù, non si capisce se con autoindulgenza o autocondanna - che sia questa linea sottile e l'ambiguità che comporta la cifra di questo Bellocchio? Si capisce allora forse anche il perché di come è stato confezionato questo prodotto, visivamente uguale a molti altri realizzati in serie per la nostra televisione ...

 


lunedì 19 luglio 2021

Marx Può Aspettare di Marco Bellocchio

Questo film è materiale da maneggiare con cautela. Non si può entrare impunemente nelle vicende famigliari altrui pensando di poter capire tutto da due ore di documentario, come del resto da poche ore di chiacchiere, per quanto profonde e dense, fatte di persona. Una analisi, ad esempio, mi dicono gli specialisti, può durare anche un decennio, al ritmo di una seduta da un’ora alla settimana. E allora perché noi dovremmo essere da meno, di fronte a questo oggetto cinematografico che si apre come la ferita nel ventre di Max Renn in Videodrome? 

Solo che qui non ci sono videocassette da inserire per riprogrammare un individuo, né pistole da estrarre per uccidere assecondando chissà quali deliri paranoici o frutto di distopie. Ma di una cosa siamo certi: questo documentario di Marco Bellocchio è senz’altro un film mutante, perché non ne esci come sei entrato. A meno che tu non sia fatto di metallo e non di carne umana. E allora, mentre attendiamo di poter gridare esistenzialmente, e non con la voce, “gloria e vita alla nuova carne”, andiamo ad analizzare quest’opera.

Come tutti sapete, Marco Bellocchio, insignito della Palma D’Oro alla carriera proprio a Cannes in questi giorni, è uno dei migliori autori cinematografici italiani. Basterebbero titoli mitici come I Pugni in Tasca e La Cina è Vicina, titoli mitici per chi ha vissuto gli anni Sessanta (più di una persona si è rivista in quelle immagini e in quelle storie, che parlano non solo per noi per una questione di vissuti dell’autore ma anche di noi per via di una acutezza di sensibilità prima ancora che di sguardo); ma anche più recentemente, con opere del calibro di Enrico IV, L’Ora di Religione, e il contemporaneo Il Traditore Bellocchio non ha smesso di graffiare e di impegnarsi civilmente.  

Fin qui, non ho fatto altro che il mio dovere. Lo completo raccontandovi la trama di questo film: come in Festen di Vinterberg, c’è una famiglia, che però è una famiglia vera, che si ritrova per celebrare una festività, forse per l’ultima volta – si sa come sono queste famiglie italiane borghesi: ci si abbraccia sempre quando ci si lascia per tornare ai fatti propri, e sempre più raramente quanto più passa il tempo – e in questa circostanza nasce l’idea di un documentario che sia anche un modo per guardare sotto il proprio proverbiale tappeto.

Tappeto che nasconde un corpo, quello di Camillo, gemello del regista, una adolescenza difficile alla ricerca di un proprio posto nel mondo tra fratelli ingombranti – uno addirittura regista cinematografico – e altri la cui ombra diventa parte sempre più inglobante, un periodo di tenue ma decisa ripresa, e poi il gesto estremo, quasi che il mostro della depressione abbia, dopo uno stacco deciso, ripreso sufficiente fiato per raggiungere lo sventurato protagonista in assenza di quest’opera, all’ombra di un altro suicidio che fece epoca: quello di Luigi Tenco. 

Sospiro, dopo aver riletto queste righe. Eh sì, perché la cosa che mi ha colpito di più di tutto questo percorso umano è ciò che anche nel film viene sì raccontato, ma con un vuoto di senso forse inevitabile, per motivi penso più culturali che di fisiologia – tra cent’anni, se non ci saremo estinti, magari ne sapremo di più. Camillo e Marco avevano infatti un terzo fratello maschio, che le cronache definirebbero ‘folle’. Un fratello maggiore che spesso aveva questi attacchi di rabbia in nome dei quali bestemmiava Dio e i santi, e che duravano parecchio tempo. Camillo ci dormiva insieme, con questo fratello. 

Nessuno aveva nulla da ridire su questo, all’interno di una famiglia che, lo ribadisco, come tutte le famiglie, si basa(va) sul motto “Ognuno per sé e Dio – appunto – per tutti”. Un fratello che, per quanto gli specialisti avessero comunque espresso il parere che un internamento sarebbe stato più un male che un bene, soffriva di qualcosa. E riusciva a esprimerlo solo in maniera distruttiva. Come questo rapporto abbia influenzato il giovane Camillo, già provato dal proprio percorso esistenziale, non è dato saperlo. 

Da un lato Marco Bellocchio è molto cauto nell’accostare le due figure e tracciare un nesso causale tra l’ira “irrazionale” (diciamo: non spiegata) del fratello maggiore malato e la morte autoprocurata dal gemello, e comprensibilmente: non si vuole gettare infatti, sarebbe ingiusto, la croce del suicidio addosso a una “follia” vissuta da altri. Ma quel restituire la “follia” come follia, ovvero come assenza di significato, mi ha lasciato, direi così, cambiato, dopo la visione del documentario. Quella mancanza di senso è forte, è un buco nero che inevitabilmente ci attira e ci lascia senza parole – non è il mio un plurale majestatis.

Non che Marco Bellocchio sia imbelle di fronte al tentativo di costruire un senso alle cose avvenute nella sua esistenza. Di fatto gran parte della sua opera cinematografica è un tentativo di raccontare come abbia cercato di dare un senso alle proprie vicende famigliari (I Pugni in Tasca, Sorelle, Sorelle Mai, Gli Occhi La Bocca …), come anche quel teatro o cinema messo in piedi da lui e dai fratelli per consolare la madre, ossessionata dalla visione del proprio figlio non solo defunto ma anche vivente eternamente tra le fiamme dell’inferno – da fervente cattolica qual era.  

Ecco che allora Marco Bellocchio e gli altri famigliari iniziano a raccontarle di sogni in cui essi avrebbero avuto visioni di Camillo felice, in pace, pseudovisioni inventate allo scopo di lenire il dolore della amata genitrice. Ed ecco ancora quell’assenza di senso cui, in un modo o nell’altro, si cerca di rimediare con l’arte, con la fantasia. Per questo Marx Può Aspettare è non solo confessione e ennesima elaborazione del lutto, ma anche, involontariamente, opera che racconta il senso della narrazione e dell’arte, le quali affondano nel bisogno di significato e nell’amore.

Un plauso va al regista anche per aver saputo raccontare, senza nessuna remora, un proprio errore (il non aver forse risposto a una lettera di Camillo che gli chiedeva se ci poteva essere un posto per lui in quel cinema del fratello, scritta prima di trovare la propria strada e quindi in un periodo di forte angoscia, e un dialogo con il fratello stesso in cui lo invitava a farsi una coscienza di classe per lenire il dolore di vivere), cosa che lontano dall’essere masochistico atto di autoaccusa è invece un gesto di profondo amore per la verità e anche per sé, per i propri errori. 

E, almeno per quanto mi riguarda, ma sono di parte io essendo anticlericale sebbene non anticristiano, un giudizio negativo va al gesuita che per sua stessa ammissione a Bellocchio guarda e studia le opere del regista per capire come sia fatta una persona che, si intuisce tra le righe che il discorso è questo almeno questo è quanto mi è arrivato, ha militato dall’altra parte della barricata ed ha saputo mettersi a nudo. Che sia forse questa la differenza tra ‘noi’ e ‘loro’?

Che sia questo il motivo per cui, come cantava Gaber, una certa generazione “ha perso”? Perché ha avuto il coraggio di vedersi fragile, e quindi di fermarsi in certi momenti per non ripetere gli stessi errori, mentre altri in nome del Potere non hanno esitato a nascondere ogni genere di sporcizia sotto il proverbiale tappeto di cui all’inizio dell’articolo? Probabilmente anche per questo – e un paio di altre cosucce, vedi l’Operazione BlueMoon e la Strategia della Tensione tra le altre – sta di fatto che ognuno di noi, ogni individuo, ha contro la propria civiltà che lo vuole ‘rinchiudere’, ma ha comunque dalla propria la specie, che invece lo aiuta invece a ‘espandersi’. Ma di tutto ciò parleremo un’altra volta. Forse.