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domenica 6 agosto 2023

Una donna chiamata Maixabel di Icìar Bollaìn

L’ETA (Euskadi Ta Askatasuna, ovvero “Paese Basco e Libertà”) nasce nel 1958 come associazione studentesca il cui scopo era, appunto, supportare l’indipendentismo basco. Verso la metà degli anni Sessanta i sui quadri si convertono alla lotta armata. Gillo Pontecorvo al cinema ne aveva già immortalato le gesta con Ogro, opera che ritraeva l’omicidio di Luis Carreto Blanco detto appunto Ogro (“L’Orco”), successore designato di Francisco Franco e che vede protagonista il nostro Gian Maria Volonté nei panni del capo di una cellula di terroristi.

Ma gli attentati dell’ETA hanno colpito anche poliziotti, guardie civili, personalità della politica di quell’epoca. Per parlare nuovamente di quel periodo la regista Icìar Bollaìn (Il Matrimonio di Rosa, Yuli – Danza e Libertà), che in passato ha partecipato come attrice anche a pellicole di Ken Loach e di Victor Erice, mette in scena l’omicidio e il calvario giudiziario degli assassini di Juan Marìa Jàuregui, e della famiglia dell’assassinato.

Dopo decenni di prigionia, si apre infatti l’opportunità per chi si è dissociato dall’ETA ma sta ancora scontando la propria sentenza di iniziare un percorso, con psicologa al seguito, per riavvicinarsi alla società civile incontrando le vittime dell’associazione indipendentista. Veniamo quindi non solo a conoscere come si svolgono gli incontri, ma anche a sapere quali erano le dinamiche di quegli anni e come venivano e si sentivano coinvolte quelle persone.

E’ questo forse il punto più debole dell’opera. Difficile per un europeo colto ma anche meno di questi anni, del 2023, capire come la passione politica potesse portare delle persone a uccidere altri esseri umani senza porsi tante domande, senza nemmeno sapere chi fossero quegli individui ma solo eseguendo ordini. Oggi sarebbe facile bollare il tutto come follia ideologica, e questo film presterebbe il fianco a tale lettura, tuttavia, forse, l’approfondimento avrebbe portato a girare un altro film o forse un pur interessantissimo documentario. 


Bollaìn invece sceglie di soffermarsi sul rapporto tra vittime e (non più) carnefici, sul loro riavvicinamento, e in Maixabel, moglie dell’uomo politico ucciso e nella vita reale fautrice della conciliazione tra vittime del terrorismo spagnolo e società civile, coglie un potente ritratto di donna che cerca, in modo sano e pulito, di ricucire le proprie e le pubbliche ferite biografiche e storiche. Sceglie pertanto di soffermarsi su due dei tanti ex militanti, quelli che accettano il percorso di confronto.

Percorso non semplice perché innanzitutto i due devono relazionarsi con le proprie scelte, comprendere che avevano la possibilità di compiere una azione piuttosto che un’altra e quali erano le reali motivazioni dietro di esse, allo scopo di smettere di sentirsi vittime del potere politico e della società – interessanti quegli scorci coi prigionieri che vanno in permesso a casa e si ritrovano o soli o accolti esclusivamente dalle proprie madri – e di riacquistare una propria statura umana, nel senso appunto della propria tridimensionalità.

Il finale, lo vedrete da soli, rende giustizia a un percorso umano difficile e irto di difficoltà, dove esseri umani che in qualche modo si sono persi riescono a recuperare il proprio senso di esistere e la propria, mai data una volta per tutte, umanità. I fiori che rappresentano il passato e il futuro assieme ne sono simbolo perfetto, mentre tutta l’ultima sequenza sembra dirci che non è possibile ottenere giustizia solo dall’altro, punendo e sorvegliando, ma che solo dall’intimo delle coscienze si possono risanare certe ferite. Restiamo quindi dell’opinione che la pellicola sia, pur con certe aporie da noi descritte, una lezione necessaria. 


 

domenica 29 maggio 2022

Esterno Notte (Parte Seconda) di Marco Bellocchio

Dunque. Bellocchio si è sorrentinizzato. Per (quasi) sua stessa ammissione. In un incontro col pubblico dopo la proiezione di Esterno Notte Parte 2 ieri pomeriggio infatti, il regista ha parlato de Il Divo e di The New Pope come di prodotti innovativi e interessanti (nulla di male, sia chiaro) arrivando, con Gifuni che gli faceva da sponda, a paragonare quei lavori ai film di Volonté con Elio Petri come Todo Modo. E qui non possiamo che dissentire. Troviamo infatti Sorrentino un autore furbo, un ‘autore’ in senso ideologico (quel titolo gli serve per un surplus di vendita di sé) che è capace di inserire dettagli grotteschi quando parla del potere magari, come nel film su Andreotti, ma un ‘autore’ lontanissimo da un Petri che invece lavorava sullo straniamento brechtiano per tutta una pellicola facendo arrabbiare tutte le parti chiamate in causa, ad esempio ne La Classe Operaia, e non di strapparci un sorrisetto sornione perché ora con la giusta distanza dalla storia sappiamo tutti cosa era il Potere in quel periodo in Italia.

Ne sia riprova lo sdegno che ha accolto l’ultimo Nanni Moretti, che in sala portava tensioni tutte contemporanee. Ecco, Petri, come Moretti ai giorni nostri, agiva ‘in medias res’, mentre Sorrentino ammicca sempre all’intelligenza dello spettatore quando l’arte invece può anche giocare a farci sentire stupidi. E non a rendere grotteschi i personaggi che ci presenta. Abbiamo detto dei terroristi, come Faranda, protagonista del quarto episodio della serie, il primo proiettato ieri pomeriggio. Mi ha colpito molto l’esordio in sala, a fine proiezione, di Bellocchio, che ci ha detto di come i nevrotici fantasticherebbero certe situazioni mentre gli psicotici (sottotesto: i brigatisti) le mettono in atto. Mi è venuto in mente perché Deleuze e Guattari nel loro testo Millepiani dicevano esattamente l’opposto. Gli psicotici non sono infatti quelli pericolosi per la società, semmai è la società ad essere pericolosa per gli psicotici. Distanza, per autori appartenuti a una stessa generazione, non da poco, trovate?

Ma poi quei brigatisti con psicologie da cartone animato, con Faranda stessa che di fronte alle immagini televisive della moglie di uno dei carabinieri che si getta piangendo sulla tomba del marito pare avere un sussulto di pentimento e poi si indurisce nel suo ruolo, mentre noi scopriamo da un successivo dialogo col compagno Morucci che lei si sarebbe lasciata convincere da lui in una impresa che parrebbe ora, nelle intenzioni di lui, non più rivoluzionaria ma rivoltosa (e come facevano i compagni a leggere TAZ di Hakim Bey se quel testo non era ancora stato scritto?). Ecco, come hanno evidenziato in un comunicato i ragazzi di Milano in Movimento, con cui mi trovo d’accordo, in Italia tramite film e serie TV si rendono complessi e quindi appetibili ogni tipo di personaggio, dai mafiosi agli ‘ndranghetisti, ma un momento di confronto serio coi brigatisti ancora pare impossibile. Così, non perché io ammiri i brigatisti, ma solo per amore non tanto del paradosso quanto del mettere in luce le contraddizioni del nostro tempo.

 


E dunque eccoli sullo schermo, Margherita Buy nei panni della moglie di Moro e Fausto Russo Alesi in quelli di Cossiga, il “ciclotimico” che “meriterebbe la seminfermità mentale” secondo le parole di Moro a un prete poco prima dell’esecuzione. Un Moro interpretato da un Gifuni molto più convincente che non nel primo episodio secondo quanto vi abbiamo già riferito – ma Gifuni ha portato Moro a teatro per un lungo periodo, quindi la scelta era quasi d’obbligo o quanto meno molto sensata: il suo studio peraltro assomiglia molto proprio a quello storico di Volonté, senza nulla togliergli in autonomia e risultati – ma non ostante la bravura degli attori tutti non possiamo non notare come, a parte qualche iniezione di visionarietà appunto sorrentiniana, che a questo punto acquisisce senso per il suo essere meno rutilante di quella petriana ma funzionale a svecchiare un certo cinema impegnato, quest’ultimo ancora resti in debito nei confronti del ricatto dell’asciuttezza e del rigore imposto proprio dall’omicidio dell’onorevole democristiano.

Ecco perché allora, forse, tornare oggi su quei giorni e quegli avvenimenti. Forse il desiderio profondo (inconfessato? Inconfessabile? O forse lampante?) di Bellocchio potrebbe essere proprio quello di svecchiare quella parte di settima arte più legata all’impegno civile restituendo allo spettatore e a chi ci lavora direttamente, attori, registi, fotografi, un minimo di desiderio di giocare. Dato che, come si diceva a proiezione ferma, “il buio ci è amico” e allora forse vale la pena lasciarlo interagire con noi. Certo, Petri con quel buio imbastiva partite a scacchi di precisione geometrica, mentre qui siamo ancora fermi a certi dettagli, ma non scordiamoci cosa è passato in mezzo, cosa sono stati per noi gli anni Ottanta ad esempio, senza contare cosa significa avere una casa di produzione che ti acquista i diritti di intere pellicole per poi tenerle ferme, mai più distribuite, dopo un timido passaggio in sala, per non mettere in imbarazzo chi ancora gestisce il Potere in Italia.

E allora ecco che, con tutti i difetti ideologici e artistici di questa operazione, capiamo che forse oggi era impossibile fare di meglio, sebbene quei brigatisti di cartone faranno fare commenti moralistici a tutti i padri di famiglia fermi col birrone gelato e la frittatona di cipolle privati della partita di calcio trasmessa non più in chiaro sulla televisione pubblica. Non so quanto tempo ci vorrà ancora perché al cinema o in televisione si veda un prodotto culturale capace di affrontare con coraggio quel periodo, invece di mostrarci dei brigatisti che si allenano a sparare a una macchina in un retropalazzo qualsiasi. No, mi spiace, ma non è andata così: per uccidere cinque carabinieri di scorta lasciando vivo l’ostaggio principale devi essere stato allenato da qualche esercito o servizio, non ti ci improvvisi facendo due prove colla mitragliatrice rubata chissà dove.

 


Senza contare poi dove era ubicato, e con che vicini di casa, il palazzo in cui è stato nascosto l’onorevole Moro. Tutti dettagli che Bellocchio omette, e che il pubblico da quel che ho potuto constatare gli perdona (complice?). Forse la verità storica, che certo non necessariamente dev’essere l’obiettivo di una serie TV, fa paura o genera ansie profonde in un paese al cinquantottesimo posto nel mondo per la libertà di stampa ma ai primi in Europa per livello di corruzione, tutti indizi di uno Stato che ancora non si è reso autonomo da influenze provenienti dall’esterno e che non lo sarà ancora per chissà quanto tempo. Nel frattempo vi consiglio anche la visione del bel documentario Com’è NATO un Golpe: Il Caso Moro di Tommaso Cavallini, con interviste a Carlo Palermo, Sergio Flamigni, Carlo D’Adamo e altri.

Potrebbe interessarvi infatti confrontare la finzione della serie di Bellocchio con un documentario (che io ho recuperato lo scorso anno in una visione pubblica sempre nello stesso cinema dove ho visto Esterno Notte ieri pomeriggio) per notare le differenze di prospettiva: nel documentario le personalità di Cossiga, Faranda, Andreotti, Paolo VI sono meno in evidenza ma la visuale sul periodo storico si amplia a dismisura e credo che alcuni di voi potrebbero trovarsi anche stupiti e sorpresi. Certo un prodotto artistico col documentario dovrebbe avere un elemento in comune, ovvero il far sentire, almeno oggidì, lo spettatore meno onnisciente e più inadeguato, giusto per comunicargli quella urgenza che poi dovrebbe indirizzarlo nella vita di tutti i giorni, dato che i documenti sono reperibili in qualsiasi biblioteca, assieme a vari testi che li interpretano e che gli danno una prospettiva.

Vi lascio con questo consiglio infine, con questa possibilità di confronto, e magari se ci riuscite (io l’ho fatto con ben poca difficoltà) provate a mettere gli occhi anche su Todo Modo di Petri e su un altro film del 1982 di Giuseppe Ferrara, Il Caso Moro, sempre con Volonté protagonista. Sono pellicole di cui vi ho parlato anche nella recensione alla prima parte di questo film, ma vale la pena recuperarli non solo perché chi scrive per Volonté ha un amore viscerale, ma anche perché vedere cos’era il cinema di impegno civile prima e dopo l’omicidio Moro vi porterà non solo a seguire meglio quanto avete appena letto in questa recensione, ma anche a farvi una vostra idea ben precisa. L’omicidio Moro ha voluto dire tanto in primis perché, nelle nostre strane teste, se sei vittima non puoi essere anche carnefice. L’arte dovrebbe dimostrarci che la realtà è più complessa di così.


 

venerdì 20 maggio 2022

Esterno Notte (Prima Parte) di Marco Bellocchio

E così si (ri)parte da Sbatti il Mostro in Prima Pagina. Da quel comizio (vero) di un giovane La Russa che poi lasciava spazio ai (finti) manifestanti comunisti che assaltavano la sede de Il Giornale, non Il Giornale di Montanelli che ancora non esisteva ma un Giornale di destra qualsiasi di cui era direttore un magistrale Gian Maria Volonté. Solo che qui, addì 2022, abbiamo un gruppo di esagitati comunisti che nel 1978 assaltano una armeria che si trova vicino a un cinema nel quale, lo apprendiamo dalla significativa locandina, viene proiettato un’Anima Persa con un ammiccante Gassman. 

E’ già qui la differenza ideologica. Perché un film sulla storia è, come anche un libro di storia, romanzo travestito da filologia (esiste la filologia dei sentimenti e delle motivazioni? No, e allora), una nuova interpretazione a uso e consumo del futuro che si vuole edificare. La grande differenza tra il cinema di impegno civile post-Moro, e non possiamo prescindere da un’altra interpretazione di Volonté, ovvero Il Caso Moro di Giuseppe Ferrara, e quello di oggi, è che quello era succube di un clima di condanna morale verso chi Moro lo aveva avversato, mentre il cinema di impegno di oggi, beh, non mi spetta tracciare profili come fossi un poliziotto della critica, ma ce lo diranno gli avvenimenti in che direzione sta andando.

Diciamo semplicemente che la differenza tra Volonté e Gifuni è significativa assai. Gian Maria Volonté ha interpretato due volte sul grande schermo il politico DC: la prima in Todo Modo di Elio Petri, distopia politicamente scorrettissima come oggi non si potrebbe più fare per via del lavaggio del cervello che ci ha fatto prima Berlusconi e le sue televisioni e poi la destra estrema tramite i social networks (ebbene sì, sono loro la vera dittatura, non la inesistente, almeno politicamente, “sinistra”), e poi col film di Ferrara che vi ho già citato.

 


Orbene, il Volonté non solo ha analizzato ogni minimo movimento di Moro, compreso il suo respiro, al punto da renderne la somiglianza fisica così imbarazzante da costringere Petri a buttare intere sequenze per evitare una probabile denuncia (ricordiamo che il Moro di Petri, mai chiamato per nome ma sempre come “il Presidente”, è un brutale assassino oltre che un erotomane e un politicante corrotto) ma si è anche trascritte tutte le lettere, ricopiandole a mano, scritte dal politico mentre era incarcerato dalle BR. 

Di fronte a un tale sforzo, cosa fa Gifuni? Segue la moda lanciata in questi ultimi anni ad esempio da Amelio con il Craxi/Favino di Hammamett, e anche se Gifuni non ha bisogno di quintali di trucco per assomigliare all’onorevole Moro, ne copia i gesti e i birignao ma svuotandoli di senso. Ad esempio nel discorso che Moro tiene davanti a tutte le correnti della DC nel 1978, poco prima del proprio rapimento, per convincerle a allargare l’alleanza di governo e comprendere anche il PCI, la fisicità che accompagna le parole è palesemente un esercizio attoriale, e non un sottolineare col corpo il senso delle parole, come farebbe qualsiasi uomo politico navigato nella realtà.

Certo, siamo in epoca di post-verità, e quindi la somiglianza col vero diventa un feticcio e non il sintomo di un lavoro attoriale serio come è stato ben due volte per Volonté. Non è nemmeno colpa di Gifuni, e probabilmente nemmeno di Bellocchio: diciamo semplicemente, “o tempora, o mores”. Dunque, proseguiamo nell’analisi del film. Innanzitutto le prime due ore e mezza di pellicola su cinque cui abbiamo assistito sono i primi due episodi e mezzo su cinque ora terminati di una serie su Moro che andrà in onda sulla Rai a partire dal prossimo autunno.

 


Altri critici, che forse hanno già visto tutto il montato, hanno parlato di film a tesi in senso positivo per quest’opera. Noi non ci sentiamo di sottoscrivere. Innanzitutto se si prosegue sul tono di queste prime due ore e passa, la tesi di fondo sarebbe che il rapimento Moro è stato architettato dalle BR e basta, e che ogni ulteriore tentativo di capire ‘chi c’era dietro’ è inutile complottismo. Se Bellocchio stesse, e per ora non possiamo dire né sì né no, dalla parte di un fantomatico negoziatore statunitense che viene a dare man forte a Cossiga nel secondo episodio.

Che dire allora? Che pensare di libri come Trame Atlantiche o Delitto Moro: La Grande Menzogna in cui un acuto osservatore come l’ex senatore del PCI Sergio Flamigni fa ben più che mera dietrologia, carte alla mano? Certo, io stesso ho scritto qui sopra che i libri di storia sono romanzi ben architettati, ma i documenti seppure da interpretare non possono essere meramente stralciati e dichiarati non pervenuti. C’è dunque da chiedersi chi sarà a trarre giovamento da questa (nuova?) lettura dell’affaire Moro. Solo il futuro potrà dirlo. Per ora, parliamo di sintomo, nozione che non solo i lacaniani dovrebbero ormai aver iniziato a comprendere. E teniamo i nostri sensi ben tesi in attesa tra qualche tempo della seconda parte del film.

Ultima notazione, quell'autocitare I Pugni in Tasca come a dire che di fronte alla tragedia di Moro i delitti famigliari sarebbero (stati) ben poca cosa, e non degna nemmeno di attenzione da parte di un semplice tutore della legge, figurarsi cosa ne dovrebbe pensare il Tribunale della Storia, che in qualche modo ci fa pensare a un non meglio precisato tentativo di rileggere il proprio passato autoriale come mero peccato di gioventù, non si capisce se con autoindulgenza o autocondanna - che sia questa linea sottile e l'ambiguità che comporta la cifra di questo Bellocchio? Si capisce allora forse anche il perché di come è stato confezionato questo prodotto, visivamente uguale a molti altri realizzati in serie per la nostra televisione ...

 


giovedì 14 ottobre 2021

La Scuola Cattolica di Stefano Mordini

Ce lo ha insegnato Carmelo Bene che la Storia non esiste. Nel senso che chi scrive la storia, al netto delle fonti che però non hanno incistato in sé le motivazioni delle azioni che si sono svolte – anche perché, come sempre Bene ci ha fatto capire, l’atto è la smemorazione di sé e quindi nessuna intenzione può esserci in esso – di solito lo fa ad uso di chi vive il presente, per educarlo. Lo storico quindi, o le varie scuole storiche, che sempre il sommo poeta di Otranto definiva collettivamente come “il condominio”, non sono altro che il tentativo retorico di legare le masse alla catena di montaggio prescelta per esse.

Questa prosopopeica introduzione all’ultima fatica cinematografica di Stefano Mordini non è un inutile esercizio di retorica. Di fatto, come diceva sempre Bene, l’azione teatrale (e quindi anche quella cinematografica) è soprattutto atto retorico. Lo ripetiamo: si descrive il passato, vi deve entrare in testa, con una idea, magari anche nobile, di presente da costruire. E quindi mi sono recato a vedere il film La Scuola Cattolica con un alto grado di interesse e attenzione, perché la censura e il divieto ai minori di diciotto ci segnalano che, come minimo sindacale, questo film ha toccato dei nervi scoperti del tempo in cui viviamo.

Vi dico subito che, almeno ai miei occhi, il film è riuscito a metà. La metà buona è il tentativo di descrivere un mondo in cui siamo immersi ancora oggi. Proprio sabato scorso infatti mi sono recato in una fondazione artistica per assistere al primo di un ciclo di incontri sul tema “La Curatela”, il cui relatore ha ammesso candidamente, data la sua formazione in una università cattolica, di non avere mai studiato se non successivamente da solo i cultural studies. Quindi, niente Foucault e Deleuze. Niente postmodernità. Niente studio della retorica delle narrazioni.

 


Ora, che una istituzione importante – diciamocelo: se hai studiato in certe università hai più chances, è così ancora oggi – non formi adeguatamente ad affrontare il presente i propri studenti, è cosa assai grave. Che questa ignoranza sia funzionale a un sistema politicamente voluto di rappresentazione dei meccanismi culturali al pubblico, e che quindi questa ignoranza, di nuovo, sia funzionale a un ecosistema valoriale, è gravissimo. Imparare a relativizzare non vuol dire infatti essere dei nichilisti, come qualche discepolo di Julius Evola vorrebbe ancora insegnarci, nel 2021.

E così il film di Stefano Mordini ci mostra un mondo dove si insegna, pardon dove si fa performare un quadro (avrebbe detto Wittengstein) in modo che esso dica, con la potenza dell’iconicità, a degli studenti di liceo che per diventare umani bisogna diventare malvagi, e che tra flagellatore e flagellato c’è una consustanzialità. Non risulti strano che quindi quegli studenti capiscano che le proprie, di performances, devono essere tese a certi fini piuttosto che ad altri. Non chiamate mostri dunque – e questo è un errore che Mordini fa – i tre ragazzi del circeo, perché sono solo il prodotto di una ben determinata cultura.

Questa cultura, e qui veniamo alla parte debole della pellicola, era un mix di educazione cattolica (repressione sessuale), omofobia (virilità tossica) e di fascismo. Fascismo di cui non si parla nel film se non una sola volta, ovvero quando uno dei ragazzi, narratore fuori campo, dice che a lui e ai suoi compagni di sventura occorreva sfogare la rabbia repressa, ma senza sfondare, appunto, nel fascismo. Capite bene dunque che l’opera filmica non è per nulla ancorata alla verità storica, ma decide di far parlare le immagini in un certo modo, facendo una scelta di campo che può essere contemporaneamente interessante e discutibile.

 


L’aspetto positivo e interessante di questa operazione sulla carne della storia è che oggi, a parlare di fascismo, si rischia di suonare, agli occhi di chi ci ascolta, retorici. Lo sappiamo perché: il ventennio berlusconiano con nani, ballerine e olio di ricino al G8 di Genova, il dirigersi del trasfigurato PCI nelle acque del riformismo – come se ci fosse del buono in quello che una volta si aveva il coraggio di chiamare Capitalismo – hanno creato un humus che ha reso l’antifascismo almeno antieconomico. E forse proprio per evitare questo rischio – ma bisognerebbe chiederlo a Mordini e ai suoi attori se è così: io qui sto facendo atto interpretativo, e quindi mi metto nella stessa china descritta a inizio articolo – si è deciso di non descrivere i tre ‘mostri’ – che errore parlarne così – come tre fascisti.

Rinunciando a questo dettaglio non da poco – come descrivere i fascisti oggi al cinema del resto, senza renderli macchiettistici e magari a qualcuno perfino simpatici nel loro distorto idealismo? – Mordini e i suoi collaboratori artistici cercano di mostrarci un mondo che ha creato tre persone capaci di uccidere due ragazze innocenti – una sopravviverà di sguincio ma è un dettaglio e di sicuro non una attenuante – e che quindi dovrebbe recare in sé i germi della mostruosità di quei suoi tre figli. E però, è proprio qui che il film a mio avviso fallisce.

Una operazione molto più interessante e veritiera l’aveva compiuta Marco Bellocchio col suo impietoso Nel Nome del Padre del 1972, che è un piccolo capolavoro per come riesce, senza citare mai anche qui il fascismo e i suoi legami con un certo tipo di conservazione – lo avrebbe voluto fare, lo scriviamo en passant perché sarebbe interessante anche per i cinefili recuperare materiale su quell’opera teatrale, Gian Maria Volonté con il suo non realizzato Il Vicario da Rolf Hochhuth in quegli stessi anni – a mostrare certe pieghe dell’animo per descrivere le quali mi servirebbe una nuova recensione, non queste poche righe rimastemi.

 


Ma l’opera di Mordini se da un lato tocca, come dicevamo, nervi scoperti in questa volontà di denuncia di un clima culturale ancora non del tutto superato e quindi attuale, nel non connotare politicamente i tre ‘mostri’, e in fondo proprio nel definirli tali – e quindi etimologicamente eccezioni – non arriva coraggiosamente fino in fondo né dal punto di vista antropologico né dal punto di vista politico. Peccato perché guardando quei ragazzi non dico che ho rivisto me o i miei compagni di liceo, ma senz’altro ho ripensato a quella mia domanda sul perché tanta aggressività repressa e maggiore più ci si faceva in là cogli anni, pur avendo io frequentato una scuola laica e statale.

Ci rimane il gusto di avere visto una pellicola comunque fatta non per compiacere ma per smuovere un po’ i nostri neuroni e le nostre emozioni, e che a suo modo ha comunque fatto discutere in un Paese, il nostro, dove potrebbe essere facile, soprattutto oggi che il clima dal punto di vista culturale ed economico non è più quello degli anni Cinquanta e Sessanta ma è molto peggiorato su entrambi i fronti, essere tentati di trovare facili consolazioni, il cui rischio non viene mai abbastanza denunciato. 


 

giovedì 22 luglio 2021

Indagine su Gian Maria Volonté

Il fatto è che da un lato mi son trovato a osservare me stesso e il prossimo e mi sono detto “ma tutti recitiamo, quindi a che pro aggiungere artificio ad artificio?”, d’altro canto ci sono molte scuole che predicano proprio l’opposto, ovvero che l’attore deve ‘togliere’ tutti gli artifici e lasciare emergere l’uomo ideale … utopia? Ossessività? Sta di fatto che, è vero che il teatro è diverso dal cinema, tuttavia ero anche stanco di certe dinamiche che si instaurano quando lavori con il corpo, con la voce, con te stesso … dinamiche manipolatorie che non necessariamente devono arrivare a ciò che molti di noi hanno già visto nelle cronache relative alla realizzazione di certi film, ma che purtuttavia sono presenti … dinamiche che pure inquinano quella ‘purezza’ che si pretenderebbe dall’attore.

In mezzo a tutte queste riflessioni, ho improvvisamente ripensato ai film realizzati da Volonté con Petri. Leggendo, ho scoperto ad esempio che per Indagine Volonté immaginava il poliziotto come un puro e semplice fascista, mentre Petri era più attento alle sfumature psicologiche, alle loro dinamiche. Ne è venuta fuori una via di mezzo, o meglio una somma delle due visioni, al punto che credo che entrambi siano stati soddisfatti, e con loro chiunque abbia visto il film. Ma anche La Classe Operaia è un film dove viene descritto un uomo che è tutt’altro che una mera vittima (vedasi la ‘relazione’ con la giovane operaia), eppure ogni gesto di Volonté sottolinea l’ambiguità e la vena di follia di questo personaggio. 


 

Quindi, mi sono detto: perché non iniziare da una passione per (riprendera a) studiare? In fondo se qualcosa ti colpisce, è perché tocca delle tue corde profonde. Quindi, male che vada, nel corso di questo studio avrai sperimentato o trovato o assaggiato qualcosa di te stesso. Ed eccomi quindi a condividere con voi quello che ho ricavato da una serie di visioni relative a tutto ciò che ho recuperato finora di questo attore.

Volonté è stanislavskijano senza esserselo tatuato in fronte come altri attori soprattutto americani, ma tutti quelli che lavoravano con lui notavano che non smetteva mai di recitare quel dato personaggio, nemmeno a motori spenti. Pare che quando ha interpretato Aldo Moro (non ricordo se per il film di Petri o se per quello di Ferrara), il Nostro abbia ricopiato tutte le lettere scritte dal politico (ai familiari, ai politici della sua corrente, alla stampa … ) per entrare meglio nei processi mentali dell’uomo che avrebbe interpretato sullo schermo … figurarsi che Robert De Niro si era limitato a ingrassare e a fumare gli stessi sigari di Jack La Motta … ovviamente si scherza, stiamo parlando di due pesi massimi della recitazione, ma parliamo comunque di processi di identificazione profondi con un altro individuo.

E veniamo ai film.

Caravaggio (televisivo) di Silverio Blasi. In realtà queste proto mini serie TV avevano molto più a che fare col teatro che non col cinema, e quindi è interessante studiarsi tutte le mosse e gli atteggiamenti di Volonté e degli altri attori proprio in questa ottica. Certo è un teatro datato, ma è anche un teatro a mio avviso meno teatrale di quello odierno. Il quale ha aggiunto il bisogno di strappare sempre e comunque una risata (o quasi), e il bisogno di urlare. Sicuramente Volonté è qui già un attore più che compiuto, al punto da poter portare in scena un personaggio complesso come Caravaggio, genio della pittura ma incapace di vivere, con quel suo bisogno di libertà che lo accomuna a Giordano Bruno (che conoscerà il giorno prima del rogo) e che gli permette di essere così scevro da manierismi e regole in pittura, ma anche con quel suo sangue bollente che lo porta a rovinarsi da solo per futili motivi. Com’è simile a Pollock, il Michelangelo Merisi, ho pensato mentre lo guardavo.


 

Sotto il segno dello Scorpione dei fratelli Taviani. Qui Volonté è un personaggio malinconico e violento (e rasato, così si è presentato ai Taviani che inizialmente si sono arrabbiati tantissimo, ma non voglio cadere nel gossip, per quello – anche per quello – ci sono i libri biografici). Il film racconta di un gruppo di uomini, gli scorpionidi, che, scappati dall’esplosione di un vulcano sulla propria isola, si ritrovano dopo essere sfuggiti via mare su un’altra isola dove c’è un analogo vulcano. Il tema dell’angoscia, del pericolo incombente che spaventa al punto da non volerlo vedere, e di come questi aspetti influenzano le relazioni sociali è il cuore del film. La genialità di Volonté sta qui nel mostrare un uomo che prende decisioni sulla pelle di altri uomini dopo essersi messo volontariamente i paraocchi e con una forte tristezza di fondo, perché ‘sa’ e non può dimenticare. Se il film, pur non essendo un capolavoro, strizza l’occhio a Pasolini (per come riprende i volti dei personaggi), a Teshigahara e la sua Donna di Sabbia, e a Rossellini e il suo Stromboli, Volonté ci fa vedere come nella sottomissione a un potere, quello della paura, risiede la violenza dell’uomo sull’uomo.

Uomini Contro di Francesco Rosi. Film capolavoro che riprende la tematica di Orizzonti di Gloria di Kubrick (all’epoca non distribuito in Francia, chissà perché … ehm) qui Volonté divide lo schermo con Mark Frechette, protagonista del coevo Zabriskie Point di Antonioni, e il più anziano Alain Cuny. Difficile dire chi primeggia. Il film è un perfetto meccanismo geometrico, dove ogni pezzo si incastra alla perfezione cogli altri, e proprio per questo richiede recitazioni precise al millimetro, quindi inutile dire altro: sono tutti perfetti.

Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto di Elio Petri. Ed eccoci al capolavoro di Volonté e Petri. Uno dei capolavori, almeno. Tutto è perfetto in questo film: regia, sceneggiatura, colonna sonora, storia, idea. Certo, è a suo modo kubrickiano come film, con Volonté che rispetto ad altre opere di Petri cui partecipa è leggermente ‘raffreddato’ e ‘controllato’ allo scopo di far emergere il film in sé e non il suo agire. Eppure non si può non gridare al miracolo. La cosa più interessante per me è la differenza di vedute sul protagonista di Petri e Volonté. Per l’attore infatti si trattava solo di un fascista, mentre il regista pensava più a certe sfumature psicoanalitiche. Vi lascio il piacere di vedere il film per divertirvi a capire quale delle due visioni ha prevalso, ammesso che un film come questo abbia una sola chiave di lettura. 


 

La Classe Operaia va in Paradiso di Elio Petri. Ecco. Pur non essendo il capolavoro di Petri, questo film è quello in cui forse Volonté emerge per ‘quello che è’. C’è una vena psicotica in Volonté, che emerge in questo operaio sfruttato e vessato che cova rancore e rabbia da tutti i pori. Marito e padre fallito, predatore sessuale inconsapevole, non è solo una vittima del sistema, e in questo tratteggiare Lulù come un piccolo mostro, per quanto vessato, è la finezza di un tandem (credo che questa cosa sia stata voluta sia dal regista che dall’attore di concerto, anche se non ne ho ‘le prove’) che fa di questo film qualcosa di più e di meno di un film politico, ovvero un film personale. Certo, rimane sempre di fronte a questo film uno dei miei tarli, ovvero: possibile che per definire un uomo (Volonté come Lulù) occorra raggiungere le sue debolezze? Eppure quando guardo questo film provo le emozioni più varie. Piango, mi incaxxo e rido anche in certi momenti. Per questo mi sembra la sua prova d’attore più ‘completa’.

Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio. Film che mi ha fatto pensare al ‘Viaggio in cielo di Mamma Kunsters’ di Fassbinder (capolavoro … in pratica la protagonista è una donna che vorrebbe riabilitare il figlio morto e ingiustamente accusato ma finisce per fare una gran brutta fine) ma qui sicuramente è Laura Betti a primeggiare. Volonté è perfetto nei panni del cinico direttore di un giornale di destra che vuole trovare un capro espiatorio ‘di sinistra’ a un delitto, in modo da far trionfare la propria parte politica alle elezioni pilotando l’opinione pubblica (il film si apre con un comizietto di La Russa e con le manifestazioni per la morte di Feltrinelli), ma non ostante la bravura di Volonté si tratta di un personaggio senza sbavature, da copione (in senso positivo, certo: vedasi quello che ho scritto per Uomini Contro).

Giordano Bruno di Giuliano Montaldo. Un Giordano Bruno sicuramente ‘sudato’. Volonté era a disagio nel girare le scene con la Rampling (era un uomo tutto d’un pezzo, non un Dongiovanni, infatti rifiuterà il ruolo di Casanova per Fellini, non ostante quest’ultimo gli avesse raddoppiato il cachet … ) e fu costretto a lavorare molto su certe affermazioni fatte da Bruno, perché per l’attore il filosofo rappresentava sì il desiderio di libertà dell’uomo che vuole ragionare con la sua testa, ma faceva comunque fatica a capire quello che egli professava (Volonté non era uno da eccessive sottigliezze intellettuali, il che non vuol dire che non fosse intelligente … semplicemente non era un filosofo). Salva il film un certo realismo (il sangue di scena rischia di soffocarlo perché la macchina da tortura che gli blocca la bocca è vera, non di scena) e il modo in cui Volonté comunque riesce a recuperare un po’ del proprio ‘furore’, per rimanere in tema.  


 

Todo Modo di Elio Petri. Un Aldo Moro pazzesco. Caricaturale anziché drammatico come sarà poi in un'altra pellicola, qui Volonté raggiunge la capacità, già evidenziata con gli altri film di Petri, di essere sopra le righe senza essere fuori posto. Non ho presente in questo momento un altro attore simile a lui, azzardo Denis Lavant perché è un altro dei miei preferiti, simili nel loro essere ‘meta’. Certo, purtroppo patisce un po’ il confronto con Mastroianni, che lo segue nel registro grottesco/caricaturale, ma che a mio avviso gli è qui superiore. Eppure, che coppia straordinaria …  

Cristo si è Fermato a Eboli di Francesco Rosi. Ecco, ora ci troviamo di fronte a un attore intimista; col passare degli anni Volonté non ha abbandonato l’impegno (come nell’omonimo romanzo interpreta un Carlo Levi che si è visto costretto al confino per motivi legati alla sua militanza antifascista) ma è forse diventato … non dico più umano, perché anche Hitler era umano (ce lo dimentichiamo spesso ma me lo ricordava sempre il mio professore di letteratura italiana in università), ma sicuramente più vicino alla povera gente, più compassionevole. Non mancano i momenti di tensione, legati alle proprie incertezze (il rifiuto iniziale di praticare la professione medica non ostante gli studi effettuati, che si ridimensiona di fronte alle effettive necessità, il contrasto con una donna cui vorrebbe a tutti i costi fare il ritratto) e alla distanza tra la sua precedente vita a Torino e quella in un piccolo paesino del Sud Italia cui si deve adattare. Non ho ancora letto il romanzo ma senz’altro rispetto a altre cose che ho visto (Il Demonio di Rondi) questo Sud è comunque stato levigato, non ostante le tensioni siano tutte presenti c’è come una malinconia di fondo nella fine dell’obbligo di residenza, che diventerà tenero ricordo una volta rientrato nella sua città del Nord.

Ogro di Gillo Pontecorvo. Film di cui lo stesso regista si è detto scontento perché si tratta di una pellicola che narra del terrorismo spagnolo negli anni del rapimento Moro, qui Volonté nei panni del capo di una cellula rivoluzionaria che deve uccidere il successore di Franco fa il suo ‘dovere’, senza mai uscire dalle righe. Si intravedono tuttavia i risultati della ‘strategia della tensione’ sull’immaginario (e quindi sui desideri) delle persone: ci si fa seri seri, il che è di solito l’anticamera del moralismo. Ma vi chiedo venia per queste divagazioni che col film hanno poco a che fare. Volonté è comunque ineccepibile, ma non graffia. Almeno a una prima visione. 


 

Il Caso Moro di Giuseppe Ferrara. Ricostruzione piuttosto fedele dei giorni del rapimento di Aldo Moro (piuttosto fedele rispetto anche a documentari che ho visto di recente), qui Volonté non è più caricaturale come in Todo Modo anche se le spalle curve e un certo modo di essere permangono perché erano tipici del personaggio e della situazione, ma senza la volontà di denuncia nei confronti del potere (per lo meno non diretta). Questi ultimi due film in particolare mi hanno fatto capire come l’omicidio di Moro avesse cambiato le coscienze degli artisti. Non, per carità, che prima fossero per la lotta armata, ma c’è un desiderio di compitezza, di asciuttezza e serietà (di austerità si potrebbe dire) che occupa il posto della gioiosa fantasia di prima. Io non direi che si è diventati adulti, semmai vecchi, semmai ci si è fatti ricattare, anche se era nell’ordine delle cose. Ma c’è qualcuno (vero servizi deviati?) che non ha pagato per tutto questo, e con ‘tutto questo’ intendo non solo omicidi e stragi ma anche coscienze mutate, macerate …

Altri film da recuperare (mi perdonerete se mancano proprio degli ‘irrinunciabili’ nella mia breve dissertazione, ma ho preferito farmi guidare un po’ dalla casualità e recuperare anche un po’ di ‘film minori’):

Un uomo da bruciare di Valentino Orsini e fratelli Taviani 1962

Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loi 1962

Il terrorista di Gianfranco de Bosio 1963

A ciascuno il suo di Elio Petri 1967

Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo 1971

Il Caso Mattei di Francesco Rosi 1972

Lucky Luciano di Francesco Rosi 1973

 

 

sabato 9 maggio 2020

Todo Modo di Elio Petri

Forzai le mani di Sciascia anche nel tono del film (…), e mi sembrò così, non soltanto di seguire un’indicazione di Sciascia (…), ma di evocare quel clima di farsa nerissima che si respirava e si continua tutt’ora a respirare in Italia”.

(Elio Petri, “Scritti di Cinema e di Vita”, 2007)

“L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: “contaminazioni” tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di “raptus”: era impossibile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti”.

(Pier Paolo Pasolini, “Lettere Luterane”, 1976)

Ha appena terminato la sua meravigliosa ‘trilogia della nevrosi’ (“Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto”, “La Classe Operaia va in Paradiso”, “La Proprietà non è più un Furto”) Elio Petri, quando decide di cimentarsi con la traduzione cinematografica di un romanzo di Leonardo Sciascia, “Todo Modo”. Nella pellicola sarà ancora presente (sarà per l’ultima volta) Gian Maria Volonté, nei panni de “il Presidente” (ovvero Aldo Moro, di cui Volonté passerà a memoria tutti i tic fisici e psicologici), e assieme a lui Marcello Mastroianni nel ruolo di Don Gaetano (Don Dossetti nella realtà) e Ciccio Ingrassia nei panni di Voltrano, un politico democristiano particolarmente ossessionato dalla pulizia morale e dall’autopunizione corporea.




Altri attori di rilievo: Michel Piccoli (“lui”, ovvero l’on. Andreotti), Franco Citti (l’autista del Presidente) e Mariangela Melato (Giacinta, la moglie del Presidente). Il film inizia su immagini di una pestilenza che affligge, in un futuro non preciso, l’Italia (sembra di vivere la situazione attuale), e in questa cornice un gruppo di politici democristiani si ritrovano per svolgere gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola in un albergo. Ma la penitenza, resa difficoltosa e severa dalle meditazioni di Don Gaetano, sarà aggravata da misteriosi omicidi dei politici che affollano la struttura.

Sarà il Presidente a fare un’ipotesi sconvolgente: ovvero che i morti siano direttori di società le cui sigle dovrebbero andare a comporre un motto di Sant’Ignazio stesso, ovvero la frase “Todo modo para buscar la voluntad divina”. E il colpevole, agli occhi della polizia, risulterà essere lo stesso, corrotto, Don Gaetano. Ma la pellicola non finisce qui: infatti con un magistrale colpo di scena, scopriremo che il vero architetto dei delitti è lo stesso Presidente, il quale dopo aver eliminato tutti i democristiani presenti nell’albergo, si farà uccidere a sua volta dal proprio autista.

I registri del film sono chiaramente visionari e grotteschi. Il suicidio di una classe politica per incapacità a rinunciare al potere, per impotenza, per eccesso di mediazione e composizione dei conflitti, visti come un pericolo alla stabilità e non come ‘sale’ della democrazia, per l’impossibilità di rinunciare al furto (perché si ruba non per sé ma ‘per il Partito’), per un delirio di onnipotenza che sconfina nella paranoia, è il tema fondamentale di una pellicola che si avvicina a essere una riflessione quasi metafisica sul potere.



E questo, a detta degli storici, è un po’ il punto debole del film, perché quasi si rinuncerebbe a trovare le cause concrete del male di un Paese come l’Italia per condannarne la classe politica in toto, senza invece sottolinearne volta per volta le responsabilità concrete. Ma questo è tutto da vedere. Io ad esempio ritengo che l’ambizione per il Potere sia la forma di coscienza più bassa di se stesso che un essere umano possa possedere, e allora la carriera politica è di sicuro quella che meno si addice a un uomo degno di questo nome. Ma forse parlo troppo da anarchico quale sono.

Sta di fatto che il film, uscito all’inizio del cosiddetto ‘compromesso storico’ tra DC e PCI, fu accolto con freddezza. Criticatissimo dai democristiani e snobbato dai comunisti (Petri dichiarò che questi ultimi elogiavano il film in privato senza esporsi però più di tanto a difenderlo in pubblico) dopo un mese di proiezioni fu sottoposto a sequestro. La Warner a sua volta decise di non distribuirlo al di fuori del nostro Paese, condannandolo così al dimenticatoio, complice anche il sequestro e l’incendio della pellicola originale.


Oggi ne possiamo vedere una copia restaurata in occasione della 71° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, grazie al prezioso lavoro della Cineteca di Bologna e del Museo Nazionale del Cinema di Torino. Da sottolineare anche come Charles Mingus avrebbe dovuto partecipare come autore della colonna sonora, ma, a causa del giudizio negativo su di essa di Renzo Arbore (allora compagno della Melato), Petri optò per una partitura creata da Ennio Morricone e ispirata a composizioni di Olivier Messiaen.





Articolo di: Gian Paolo Galasi