“Forzai le mani di Sciascia anche nel tono del film (…), e
mi sembrò così, non soltanto di seguire un’indicazione di Sciascia (…), ma di
evocare quel clima di farsa nerissima che si respirava e si continua tutt’ora a
respirare in Italia”.
(Elio Petri, “Scritti di Cinema e di Vita”, 2007)
“L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere –
è un paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche,
vagamente imbrattate di sangue: “contaminazioni” tra Molière e il Grand
Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in
folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un
tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di
“raptus”: era impossibile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente
incoscienti”.
(Pier Paolo Pasolini, “Lettere Luterane”, 1976)
Ha appena terminato la sua meravigliosa ‘trilogia della
nevrosi’ (“Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto”, “La Classe
Operaia va in Paradiso”, “La Proprietà non è più un Furto”) Elio Petri, quando
decide di cimentarsi con la traduzione cinematografica di un romanzo di
Leonardo Sciascia, “Todo Modo”. Nella pellicola sarà ancora presente (sarà per
l’ultima volta) Gian Maria Volonté, nei panni de “il Presidente” (ovvero Aldo
Moro, di cui Volonté passerà a memoria tutti i tic fisici e psicologici), e
assieme a lui Marcello Mastroianni nel ruolo di Don Gaetano (Don Dossetti nella
realtà) e Ciccio Ingrassia nei panni di Voltrano, un politico democristiano
particolarmente ossessionato dalla pulizia morale e dall’autopunizione
corporea.
Altri attori di rilievo: Michel Piccoli (“lui”, ovvero l’on.
Andreotti), Franco Citti (l’autista del Presidente) e Mariangela Melato
(Giacinta, la moglie del Presidente). Il film inizia su immagini di una
pestilenza che affligge, in un futuro non preciso, l’Italia (sembra di vivere
la situazione attuale), e in questa cornice un gruppo di politici democristiani
si ritrovano per svolgere gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola in un
albergo. Ma la penitenza, resa difficoltosa e severa dalle meditazioni di Don
Gaetano, sarà aggravata da misteriosi omicidi dei politici che affollano la
struttura.
Sarà il Presidente a fare un’ipotesi sconvolgente: ovvero
che i morti siano direttori di società le cui sigle dovrebbero andare a
comporre un motto di Sant’Ignazio stesso, ovvero la frase “Todo modo para
buscar la voluntad divina”. E il colpevole, agli occhi della polizia, risulterà
essere lo stesso, corrotto, Don Gaetano. Ma la pellicola non finisce qui:
infatti con un magistrale colpo di scena, scopriremo che il vero architetto dei
delitti è lo stesso Presidente, il quale dopo aver eliminato tutti i
democristiani presenti nell’albergo, si farà uccidere a sua volta dal proprio
autista.
I registri del film sono chiaramente visionari e grotteschi.
Il suicidio di una classe politica per incapacità a rinunciare al potere, per
impotenza, per eccesso di mediazione e composizione dei conflitti, visti come
un pericolo alla stabilità e non come ‘sale’ della democrazia, per
l’impossibilità di rinunciare al furto (perché si ruba non per sé ma ‘per il
Partito’), per un delirio di onnipotenza che sconfina nella paranoia, è il tema
fondamentale di una pellicola che si avvicina a essere una riflessione quasi
metafisica sul potere.
E questo, a detta degli storici, è un po’ il punto debole
del film, perché quasi si rinuncerebbe a trovare le cause concrete del male di
un Paese come l’Italia per condannarne la classe politica in toto, senza invece
sottolinearne volta per volta le responsabilità concrete. Ma questo è tutto da
vedere. Io ad esempio ritengo che l’ambizione per il Potere sia la forma di
coscienza più bassa di se stesso che un essere umano possa possedere, e allora
la carriera politica è di sicuro quella che meno si addice a un uomo degno di
questo nome. Ma forse parlo troppo da anarchico quale sono.
Sta di fatto che il film, uscito all’inizio del cosiddetto
‘compromesso storico’ tra DC e PCI, fu accolto con freddezza. Criticatissimo
dai democristiani e snobbato dai comunisti (Petri dichiarò che questi ultimi
elogiavano il film in privato senza esporsi però più di tanto a difenderlo in
pubblico) dopo un mese di proiezioni fu sottoposto a sequestro. La Warner a sua
volta decise di non distribuirlo al di fuori del nostro Paese, condannandolo
così al dimenticatoio, complice anche il sequestro e l’incendio della pellicola
originale.
Leggi anche: Goffredo
Fofi su “Todo Modo”
Oggi ne possiamo vedere una copia restaurata in occasione
della 71° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, grazie al prezioso
lavoro della Cineteca di Bologna e del Museo Nazionale del Cinema di Torino. Da
sottolineare anche come Charles Mingus avrebbe dovuto partecipare come autore
della colonna sonora, ma, a causa del giudizio negativo su di essa di Renzo
Arbore (allora compagno della Melato), Petri optò per una partitura creata da
Ennio Morricone e ispirata a composizioni di Olivier Messiaen.
Articolo di: Gian Paolo Galasi


