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sabato 9 maggio 2020

Todo Modo di Elio Petri

Forzai le mani di Sciascia anche nel tono del film (…), e mi sembrò così, non soltanto di seguire un’indicazione di Sciascia (…), ma di evocare quel clima di farsa nerissima che si respirava e si continua tutt’ora a respirare in Italia”.

(Elio Petri, “Scritti di Cinema e di Vita”, 2007)

“L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: “contaminazioni” tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di “raptus”: era impossibile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti”.

(Pier Paolo Pasolini, “Lettere Luterane”, 1976)

Ha appena terminato la sua meravigliosa ‘trilogia della nevrosi’ (“Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto”, “La Classe Operaia va in Paradiso”, “La Proprietà non è più un Furto”) Elio Petri, quando decide di cimentarsi con la traduzione cinematografica di un romanzo di Leonardo Sciascia, “Todo Modo”. Nella pellicola sarà ancora presente (sarà per l’ultima volta) Gian Maria Volonté, nei panni de “il Presidente” (ovvero Aldo Moro, di cui Volonté passerà a memoria tutti i tic fisici e psicologici), e assieme a lui Marcello Mastroianni nel ruolo di Don Gaetano (Don Dossetti nella realtà) e Ciccio Ingrassia nei panni di Voltrano, un politico democristiano particolarmente ossessionato dalla pulizia morale e dall’autopunizione corporea.




Altri attori di rilievo: Michel Piccoli (“lui”, ovvero l’on. Andreotti), Franco Citti (l’autista del Presidente) e Mariangela Melato (Giacinta, la moglie del Presidente). Il film inizia su immagini di una pestilenza che affligge, in un futuro non preciso, l’Italia (sembra di vivere la situazione attuale), e in questa cornice un gruppo di politici democristiani si ritrovano per svolgere gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola in un albergo. Ma la penitenza, resa difficoltosa e severa dalle meditazioni di Don Gaetano, sarà aggravata da misteriosi omicidi dei politici che affollano la struttura.

Sarà il Presidente a fare un’ipotesi sconvolgente: ovvero che i morti siano direttori di società le cui sigle dovrebbero andare a comporre un motto di Sant’Ignazio stesso, ovvero la frase “Todo modo para buscar la voluntad divina”. E il colpevole, agli occhi della polizia, risulterà essere lo stesso, corrotto, Don Gaetano. Ma la pellicola non finisce qui: infatti con un magistrale colpo di scena, scopriremo che il vero architetto dei delitti è lo stesso Presidente, il quale dopo aver eliminato tutti i democristiani presenti nell’albergo, si farà uccidere a sua volta dal proprio autista.

I registri del film sono chiaramente visionari e grotteschi. Il suicidio di una classe politica per incapacità a rinunciare al potere, per impotenza, per eccesso di mediazione e composizione dei conflitti, visti come un pericolo alla stabilità e non come ‘sale’ della democrazia, per l’impossibilità di rinunciare al furto (perché si ruba non per sé ma ‘per il Partito’), per un delirio di onnipotenza che sconfina nella paranoia, è il tema fondamentale di una pellicola che si avvicina a essere una riflessione quasi metafisica sul potere.



E questo, a detta degli storici, è un po’ il punto debole del film, perché quasi si rinuncerebbe a trovare le cause concrete del male di un Paese come l’Italia per condannarne la classe politica in toto, senza invece sottolinearne volta per volta le responsabilità concrete. Ma questo è tutto da vedere. Io ad esempio ritengo che l’ambizione per il Potere sia la forma di coscienza più bassa di se stesso che un essere umano possa possedere, e allora la carriera politica è di sicuro quella che meno si addice a un uomo degno di questo nome. Ma forse parlo troppo da anarchico quale sono.

Sta di fatto che il film, uscito all’inizio del cosiddetto ‘compromesso storico’ tra DC e PCI, fu accolto con freddezza. Criticatissimo dai democristiani e snobbato dai comunisti (Petri dichiarò che questi ultimi elogiavano il film in privato senza esporsi però più di tanto a difenderlo in pubblico) dopo un mese di proiezioni fu sottoposto a sequestro. La Warner a sua volta decise di non distribuirlo al di fuori del nostro Paese, condannandolo così al dimenticatoio, complice anche il sequestro e l’incendio della pellicola originale.


Oggi ne possiamo vedere una copia restaurata in occasione della 71° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, grazie al prezioso lavoro della Cineteca di Bologna e del Museo Nazionale del Cinema di Torino. Da sottolineare anche come Charles Mingus avrebbe dovuto partecipare come autore della colonna sonora, ma, a causa del giudizio negativo su di essa di Renzo Arbore (allora compagno della Melato), Petri optò per una partitura creata da Ennio Morricone e ispirata a composizioni di Olivier Messiaen.





Articolo di: Gian Paolo Galasi

sabato 25 gennaio 2020

8 ½ di Federico Fellini

Fellini ha appena finito di girare “Le Tentazioni del Dottor Antonio” per il film “Boccaccio ‘70”, e sta iniziando a pensare a un nuovo film. Purtroppo la sceneggiatura latita, e anche l’amico Ennio Flaiano sembra non convinto di quest’idea strampalata di girare un film basato sui sogni e le ambizioni di un regista. Rimane un solo punto fisso: il titolo, dovuto al fatto che Fellini ha realizzato sei lungometraggi e tre cortometraggi. Questo sarebbe dunque il suo ottavo film e mezzo.

Ed ecco che Fellini è quasi pronto a comunicare al produttore Angelo Rizzoli che il film non si farà, quando viene invitato a una festa di compleanno di un macchinista. Durante la festa gli arrivano gli auguri per il nuovo film, e così Federico decide di procedere comunque: il nuovo film racconterà appunto della lavorazione di un film e della decisione del regista di mettere da parte quel progetto stesso.

Protagonista, dopo aver vagheggiato di Laurence Olivier o Charles Chaplin, è Marcello Mastroianni, nei panni del suddetto regista. Dentro anche Anouk Aimée, reduce da “La Dolce Vita”, e Claudia Cardinale. Problemi ci furono per la scrittura di Sandra Milo, dato che il marito di lei, dopo la delusione per “Vanina Vanini” di Roberto Rossellini, avrebbe voluto che la consorte si ritirasse dalle scene.



Veniamo dunque al film. Si tratta di un turbinìo di scene tra l’onirico, il reale e il costruito sul set. Spesso le scene del set riecheggiano le scene di vita reale o i sogni appena visti, lasciando lo spettatore con un forte senso di disagio, al punto da non riuscire a capire se anche la realtà faccia parte del sogno o meno. Del resto nella versione originale del film le scene oniriche, per permettere allo spettatore di orientarsi, erano state virate in azzurro, ma questa caratteristica si è persa nel restauro del 2014, lasciando i nuovi spettatori (piacevolmente) spaesati di fronte al susseguirsi delle scene.

Il protagonista è Guido, detto Snaporaz (così si chiamerà anche il protagonista de “La Città delle Donne”), un regista in crisi sia dal punto di vista umano che dal punto di vista artistico. Guido infatti soffre di una malattia cardiorespiratoria, e per questo si reca presso delle terme per bere acqua santa, fare fanghi e inalazioni. Ma Guido non ha solo problemi di salute: infatti è non solo sposato e con una amante (Sandra Milo), ma vorrebbe pure allargare la ‘famiglia’ fino ad ottenere un vero e proprio harem.

Questi i suoi desideri, ma deve purtroppo scontrarsi con la dura realtà, fatta dei sentimenti delle persone che gli ruotano attorno e che lui, senza volerlo, finisce col ferire. Anche dal punto di vista lavorativo Snaporaz non è messo meglio: deve infatti dirigere un film, autobiografico, per cui un produttore ha già tirato fuori bei quattrini. Eppure siamo ancora ai provini, ovvero alla scelta degli attori. Ed ecco che vediamo Guido aggirarsi in albergo con gli attori che gli ruotano attorno e che gli chiedono lumi, disorientati, su quanto dovranno fare.



Il tutto mentre Guido è perso nei propri deliri onirici: ricordi di adolescenza, quando ad esempio venne castigato nella scuola religiosa che frequentava perché pizzicato con altri ragazzi a far visita a una procace prostituta, e nei propri sogni, come quando nel sonno rivede le figure del padre e della madre. Non mancano ovviamente i sogni ad occhi aperti, come la divertente scena dell’harem in cui Guido vorrebbe vivere. Da tutte queste immagini emergono alcuni elementi critici, che ora vorrei sottoporre alla vostra attenzione.

Innanzitutto il sogno con cui si apre il film, quello in cui Guido è bloccato in macchina nel traffico. Ecco che all’improvviso si offre alla sua vista un pullman in cui molte persone, la testa esclusa dalla visuale, sono presenti: queste teste mozzate rappresentano, all’inizio del film, l’invito a non usare il cervello, la parte razionale, desta, e a lasciarsi andare al flusso dei sogni. Durante il sogno in cui Guido vede la madre, inoltre, essa lo bacia a lungo per poi dimostrarsi la moglie di Guido: è quindi evidente l’elemento edipico dei sentimenti del protagonista.

Elemento che è rafforzato dalla scena/ricordo del bagnetto cui la madre e una domestica sottoponevano Guido, che viene poi ripresa nella scena dell’harem. Ecco che, forse vuol dirci Fellini, l’amore per le donne di Guido (che poi è Fellini stesso) è legato a questo elemento infantile, a questo desiderio di amore materno. E veniamo ora alla scena del cardinale. Innanzitutto ci viene raccontata, proprio dal porporato, la leggenda della morte di Diomede, introducendo così, accanto al tema di eros, quello di thanatos, della morte.



“Io non sono felice”, dice Guido al cardinale. E per rimediare alla propria infelicità, fa costruire questa enorme astronave-fallo per il proprio film. Ma lo scopo del film non è il narcisismo, bensì creare ‘un film che aiutasse a seppellire quello che di morto ci portiamo dentro’. E così arriviamo al momento del dialogo con Claudia, dove Guido parla della visione che l’accompagna sin dall’inizio, quella della ‘donna salvifica’, un po’ donna matura e un po’ bambina, in cui Guido si identifica e che, fornendogli un rispecchiamento, perché riproduce la sua stessa scissione, dovrebbe salvarlo.

Ma Guido è già salvo, perché la sua ricerca è sincera e nel mettere sullo schermo della propria mente gli elementi del film, riconosce sé stesso. E così il film si può anche non fare: nella sequenza finale vediamo Guido e tutti gli altri protagonisti, reali o onirici, che compiono una passerella circolare sulle note della bellissima musica di Nino Rota, che segna il momento dell’accettazione di sé senza giudizio. “8 ½“ è un capolavoro, uno di quei film che si guarda come riferimento quando si tratta di metacinema, assieme a “Il Disprezzo” di Godard, “Effetto Notte” di Truffaut e “Attenti alla Puttana Santa” di Fassbinder.


Sono, questi, film in cui il cinema mostra allo spettatore come si fa a guardarsi allo specchio, a raccogliere amorevolmente i frammenti della propria condizione umana, e per questo formano un prisma in cui lo spettatore stesso può scegliere in quale frammento rispecchiarsi, di volta in volta. Sono dunque film da vedere più volte, perché ogni visione ci offre una diversa prospettiva su noi stessi. Film preziosi dunque, perché quel lavoro di mettere assieme cuore e cervello è un lavoro unico e importantissimo per la nostra coscienza singolare e collettiva. 



Articolo di: Gian Paolo Galasi