venerdì 24 settembre 2021

Tre Piani di Nanni Moretti

Interminabili applausi a Cannes (come da copione, sono gli applausi di chi ha lavorato al film e ha visto per la prima volta il prodotto finito). La polemica con la Ducourneau (strumentale, oggi si crea attenzione polarizzandosi). Un cast rassicurante anche se di indubbio interesse (Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher). E’ così che oggi si crea attenzione su un prodotto cinematografico, oggi che pochi vanno in sala per via dello streaming e delle piattaforme eppure molti film escono ogni settimana nelle sale. 

Più prosaicamente, Tre Piani, ultimo film di Moretti in concorso all’ultimo Festival di Cannes e ispirato all’omonimo romanzo di Eskhol Nevo, scrittore israeliano classe 1971 laureatosi in psicologia e per anni pubblicitario prima di dedicarsi alla scrittura, nipote di quel Levi Eskhol che fu il terzo primo ministro di Israele, o almeno così recita Wikipedia, è un film parzialmente coraggioso: se infatti il finale ci mostra un barlume di speranza, tutta la prima parte della pellicola ci lascia davanti agli occhi personaggi gretti, meschini e soli, che soffrono per ciò che hanno creato e pensano per i propri mali a soluzioni radicali, che non tengono conto degli altri, tutti tranne le donne, quando possono.

Ma andiamo con ordine. Nanni Moretti e Margherita Buy sono due giudici il cui figlio, cresciuto senza amore ma con dei genitori che gli hanno instillato un forte senso del dovere, ha ucciso una donna da ubriaco alla guida, prima di schiantarsi con l’auto contro il palazzo in cui vivono, su tre piani appunto, tutti i protagonisti del film. Riccardo Scamarcio e Elena Lietti sono una coppia con una figlia piccola che viene spesso affidata a una coppia di anziani, lui con l’alzheimer incipiente. Il vecchio dirimpettaio e la figlioletta piccola di Lucio/Scamarcio si perdono una sera in un parco, e il padre della bimba è ossessionato dall’idea che il vecchio abbia potuto far del male alla bambina.

 


Ne è così ossessionato da mettere le mani addosso all’anziano vicino in ospedale, e da avere una relazione sessuale con la nipote minorenne di lui, per cercare qualche traccia di verità. Alba Rohrwacher è una donna che vive gran parte del tempo sola, dato che il marito, Adriano Giannini, è spesso lontano per lavoro. La nascita di una figlia non arresta la discesa nella schizofrenia della giovane donna, la cui madre soffre a sua volta di un disturbo dissociativo. Ma non basta: il fratello di Giannini/Giorgio viene accusato di truffa finanziaria e riciclaggio. 

Il film si snoda lungo una quindicina d’anni, abbiamo così modo di vedere come i personaggi evolvono nel tempo o meglio (quasi tutti almeno) implodono, in un mondo sempre più chiuso e sempre più a forma di regole sociali stringenti più che di amori che plasmano le vite. Si nasce e si muore senza un motivo, solo perché le regole biologiche rendono normali questi atti. Durante la vita succedono cose: si cresce diventano l’ombra (in senso junghiano) dei propri genitori, si regolano conti in sospeso tramite i tribunali, si dà alla luce una bambina, si impone alla moglie di non vedere più il proprio figlio oppure si hanno allucinazioni nella paura sempre crescente di vedersi divorare dalla paura di essere come una madre rinchiusa in clinica.

E’ coraggioso, dicevamo, questo film di Moretti, perché il regista è ormai una di quelle personalità che potrebbe tranquillamente dedicarsi alla carriera con opere di maniera, e invece anche questa volta decide di toccare i nostri nervi scoperti, come quando Buy/Dora si reca a donare gli abiti del marito in un centro di accoglienza per extracomunitari e fuori i neofascisti fanno scoppiare il pandemonio, con tanto di cartelli ‘No Invasione’. Ma non è un eventuale afflato ‘politico’ a rendere interessante la pellicola: semmai è quell’essere di tutti i protagonisti rinchiusi in tombe prima ancora di morire, quelle grida silenziose che ognuno in quanto anima morta esprime come può, per lo più disfunzionalmente, a parlare di ognuno di noi.

 


E allora il finale, che ridà il senso di una speranza, potrebbe anche essere di troppo: magari perché come diceva Débord se le immagini nel mondo dello Spettacolo ci consolano, ci evitano di farci carico del dolore di vivere in prima persona. O magari no: forse quel tentativo faticoso di costruire una relazione con l’altro è una indicazione sacrosanta di come dare vita a una alternativa al mondo finito e sfinente in cui viviamo tutti. 

Primo film di Moretti a basarsi su una sceneggiatura non originale dell’autore, è il primo che ho rivisto al cinema dopo La Stanza del Figlio e Il Caimano – ho visto Habemus Papam grazie a un passaggio televisivo e devo ancora recuperare Mia Madre – e posso senz’altro dire che, a sedici anni dal nostro ultimo incontro in sala, il cinema di Moretti gode di ottima salute e la sala discretamente piena – prima volta da quando sono tornato al cinema: di solito i ‘miei’ film mi lasciano pressoché solitario – mi lascia ben sperare. Nel ventre del cinema, le persone che ho incontrato per caso, con tanto di mascherina, si lasceranno ingravidare da quanto hanno visto? Macineranno senso una volta usciti dal cinema?

E chi può dirlo? L’importante è che ci si provi. L’arte dovrebbe sempre contaminare la vita reale delle persone che vi entrano in contatto. Si è parlato, lo ha fatto la critica, di un film che elogia la ‘forza delle donne’. Aggiungerei che questa forza non sempre riesce a cambiare il mondo in meglio, proprio perché c’è una mancanza di volontà contro cui si poteva puntare il dito con più forza, ma si tratta di dettagli perché viviamo in un’epoca in cui anche solo porre un problema sta diventando nel mondo dell’entertainment quasi impossibile, e allora ringraziamo Moretti perché una volta ancora ci aiuta non solo a riflettere ma anche a sentire. 


 

sabato 11 settembre 2021

Mondocane di Alessandro Celli

Un film distopico italiano. Dopo Lo Chiamavano Jeeg Robot, si inizia a sperimentare (ma con giudizio). Mondocane è ambientato in una Taranto del futuro dove l’Ilva ha ampiamente fatto i suoi danni, contaminando la terra sottostante che ora è inabitabile tranne che da un manipolo di irriducibili che vogliono decontaminare la zona e che per questo si affidano ai loschi traffici delle Formiche, una gang comandata da Testacalda (il bravissimo, come al solito, Alessandro Borghi).

Il film si apre coi due protagonisti, i giovanissimi Mondocane e Pisciasotto (tutti hanno pseudonimi in questo mondo alla rovescia) che scovano da sotto il mare un crocifisso, oggetto di cui non sanno nulla se non che è bello e che magari vale qualche soldo. Immagino come si potrebbero indignare o sdilinquire certe persone che ho frequentato nel mio passato, tanti e tanti decenni fa, ma l’immagine di Pisciasotto che si porta la croce in spalla è comunque potente.

E poi. Poi c’è quel corridoio che i due ragazzini percorrono e che ricorda quello di Millennium Mambo di Hou Hsiao-Hsien, solo che qui i protagonisti non immaginano quanti soldi restino loro da spendere prima di lasciare il proprio compagno come la Vicky interpretata da Shu Qi, ma sognano quale sarà la loro svolta se riescono a farsi ingaggiare dalla temibile gang di cui sopra. Non voglio raccontarvi troppo nei dettagli la trama del film per non svelarvi colpi di scena e quant’altro, ma ci tengo a sottolineare alcune debolezze della pellicola.

 


Innanzitutto Testacalda e la poliziotta Katia si conoscono, ma ci sarà solo un piccolo momento di ‘confronto’ che risulterà fine a se stesso. Peccato perché una delle sottotrame del film sarebbe potuto essere benissimo il rapporto tra polizia, e quindi potere, e le gang. Ma poi. A un certo punto Testacalda porta Pisciasotto (che inizialmente complice anche la malattia pare quello dal destino segnato tra i due ragazzi, invece si rivelerà il più determinato) nel cuore della zona contaminata, mostrandogli il senso dei traffici illeciti e facendo capire allo spettatore di essere ‘il buono’.

Alla luce di questa rivelazione, certe sue scelte successive, che si compiranno senza un minimo di lavorìo interiore, risultano incomprensibili. C’è quindi un buco a livello di sceneggiatura, che rende la pellicola poco credibile o meglio vacua da questo punto di vista. Peccato, perché in realtà il film è molto interessante e avrei voluto essere un tarantino per vedere come ambienti a me famigliari venivano utilizzati in chiave fantascientifica, dato che l’effetto è credibile e interessante.

C’è chi nella critica ha rapportato il film in questione, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, a epopee del passato come Mad Max e Interceptor, ma se la filiazione è evidente, quello che risulta è comunque un film che avrebbe potuto, grazie alla chiave della distopia, divenire un film di denuncia – ci sono ad esempio i bambini e le bambine orfane che lavorano nell’acciaieria con tanto di braccialetto elettronico, ma non si capisce come possano accedervi dato il divieto, e poi c’è la Taranto Alta, la ‘zona bene’ dove i due protagonisti amano recarsi per ‘sputtanarsi’, parole loro, i soldi che guadagnano col proprio ‘lavoro’.

 


Peccato, intanto perché Mondocane è opera prima del talentuoso Alessandro Celli, e quindi si presenta come un biglietto da visita ‘monco’ di struttura e senso secondo le coordinate da noi esaminate, e in secondo luogo perché il film ha sicuramente una marcia in più rispetto a serie ambientate ai nostri giorni e nel mondo della malavita come Gomorra o Suburra, o ai rispettivi film. Il motivo? Sicuramente l’assenza di certi compromessi produttivi che hanno reso quei prodotti accettabili anche al pubblico televisivo, e che qui mancano del tutto.

Regia impeccabile – di quelle che non si notano, e come ben saprete il regista migliore non è quello che si mette in mostra per trovate particolari ma quello che si nasconde dietro l’opera facendovela gustare – e la stessa cosa si può dire per la fotografia – l’Ilva con certi filtri si mostra in tutta la sua ehm alterità – e per la colonna sonora, minimal e con alcune decise e saporite virate verso la musica industriale/elettronica, Mondocane si lascia quindi fruire ma non come prodotto di massa, bensì come opera con un senso, e per questo spiacciono le aporie che vi abbiamo fatto notare.

Tuttavia il nostro consiglio è di tenere d’occhio anche la futura produzione di Celli, perché non ci sembra un regista ‘furbo’ ma un operatore culturale, ci perdoni, con una visione, e quindi non solo da premiare al botteghino affinché più lavori simili trovino finanziatori e pubblico, ma anche da seguire per verificare quali saranno gli ulteriori sviluppi di un regista che potrebbe stupirci con lavori che, seppur di ‘genere’ – e chi l’ha detto che è un difetto? – possono raccontare molto del mondo in cui viviamo oggi, cosa per nulla scontata. 


 

sabato 4 settembre 2021

Europa di Haider Rashid

Europa è un’operazione molto sui generis. Si guarda come un documentario, ma è evidentemente fiction. Dai trailer mi aspettavo una operazione simile a un videogioco – tutto in soggettiva – quando in realtà il protagonista, un giovane iracheno che cerca di attraversare il confine turco-bulgaro, è costantemente inquadrato come nei film dei fratelli Dardenne.

Quella videocamera a mano che riprende il protagonista mentre vede i suoi simili uccisi dagli estremisti di destra o rastrellati dalla polizia, mentre si ciba di uova di uccello o bacche trovate nella foresta, che cerca di medicarsi un piede ferito o che scambia le proprie scarpe lacere con quelle di un cadavere trovato per caso, è figlia di quel tipo di cinema impegnato. E già siamo di fronte a una prima, decisiva contaminazione.

Settantacinque minuti di ansia, panico, pause meritate – soprattutto notturne – in cui perdersi nella vita di un immigrato clandestino. L’uccisione di un militante estremista, la pallottola conficcata nella spalla, una donna che ti raccatta dal ciglio della strada e che poi dopo aver ascoltato chissà quali idiozie alla radio in una lingua che non conosci ti scarica urlando senza averti portato all’agognato ospedale, le pause per lavarsi e rifocillarsi con quello che si trova per strada, in un casolare abbandonato, fino a finire in mani non si sa se sicure o meno.

 


C’è senz’altro una grossa fiducia nel cinema come arma di impegno sociale – che il cinema possa sensibilizzare lo spettatore facendolo immedesimare nel racconto in presa diretta – ma c’è anche amore per la propria famiglia – il padre di Rashid ha compiuto un viaggio simile a quello narrato nella pellicola – e amore per l’umanità tutta qui. Non ostante il sempre presente confronto con la morte, col pericolo, col ‘nemico’ per cui tu sei l’invasore e quindi meriti di essere ucciso o rispedito al confine, perché i militari turchi si sono presi bei soldi dall’Europa per tenertene lontano.

Ma è proprio in quel finale aperto, in quella assenza di melassa, che scorgiamo la differenza tra questa operazione e quella ideologica di Fuocoammare, con i buoni italiani che salvano chi possono e lo spettatore che può lavarsi la coscienza – o arrabbiarsi per l’arrivo degli ‘invasori’. Spiace dover essere colui che separa tra operazioni ‘filologiche’ e operazioni ‘ideologiche’, ma tant’è. Anche se tutti noi che siamo dalla parte giusta della Storia – quella di cui parlava Pasolini ne Le Ceneri di Gramsci in una poesia che si occupa proprio di migrazioni – dovremmo essere compatti e parte di un unico fronte.

Tuttavia è impossibile mettere sullo stesso piano un’opera che mette in campo il salvare i migranti e in controcampo i bambini siciliani, da un lato, quasi fossero la voce e il volto dell’innocenza di chi salva, con un’altra opera che invece ti lascia solo alla mercé delle stesse emozioni che prova un essere umano braccato, con una maglietta strappata e lacera e documenti bagnati da asciugare al fuoco acceso durante la notte. No, non si tratta dello stesso tipo di sguardo sull’umano, ed è proprio questo che ci interessa, indipendentemente dalla ‘parte’ da cui si vuole stare.