Europa è un’operazione molto sui generis. Si guarda come un documentario, ma è evidentemente fiction. Dai trailer mi aspettavo una operazione simile a un videogioco – tutto in soggettiva – quando in realtà il protagonista, un giovane iracheno che cerca di attraversare il confine turco-bulgaro, è costantemente inquadrato come nei film dei fratelli Dardenne.
Quella videocamera a mano che riprende il protagonista mentre vede i suoi simili uccisi dagli estremisti di destra o rastrellati dalla polizia, mentre si ciba di uova di uccello o bacche trovate nella foresta, che cerca di medicarsi un piede ferito o che scambia le proprie scarpe lacere con quelle di un cadavere trovato per caso, è figlia di quel tipo di cinema impegnato. E già siamo di fronte a una prima, decisiva contaminazione.
Settantacinque minuti di ansia, panico, pause meritate – soprattutto notturne – in cui perdersi nella vita di un immigrato clandestino. L’uccisione di un militante estremista, la pallottola conficcata nella spalla, una donna che ti raccatta dal ciglio della strada e che poi dopo aver ascoltato chissà quali idiozie alla radio in una lingua che non conosci ti scarica urlando senza averti portato all’agognato ospedale, le pause per lavarsi e rifocillarsi con quello che si trova per strada, in un casolare abbandonato, fino a finire in mani non si sa se sicure o meno.
C’è senz’altro una grossa fiducia nel cinema come arma di impegno sociale – che il cinema possa sensibilizzare lo spettatore facendolo immedesimare nel racconto in presa diretta – ma c’è anche amore per la propria famiglia – il padre di Rashid ha compiuto un viaggio simile a quello narrato nella pellicola – e amore per l’umanità tutta qui. Non ostante il sempre presente confronto con la morte, col pericolo, col ‘nemico’ per cui tu sei l’invasore e quindi meriti di essere ucciso o rispedito al confine, perché i militari turchi si sono presi bei soldi dall’Europa per tenertene lontano.
Ma è proprio in quel finale aperto, in quella assenza di melassa, che scorgiamo la differenza tra questa operazione e quella ideologica di Fuocoammare, con i buoni italiani che salvano chi possono e lo spettatore che può lavarsi la coscienza – o arrabbiarsi per l’arrivo degli ‘invasori’. Spiace dover essere colui che separa tra operazioni ‘filologiche’ e operazioni ‘ideologiche’, ma tant’è. Anche se tutti noi che siamo dalla parte giusta della Storia – quella di cui parlava Pasolini ne Le Ceneri di Gramsci in una poesia che si occupa proprio di migrazioni – dovremmo essere compatti e parte di un unico fronte.
Tuttavia è impossibile mettere sullo stesso piano un’opera che mette in campo il salvare i migranti e in controcampo i bambini siciliani, da un lato, quasi fossero la voce e il volto dell’innocenza di chi salva, con un’altra opera che invece ti lascia solo alla mercé delle stesse emozioni che prova un essere umano braccato, con una maglietta strappata e lacera e documenti bagnati da asciugare al fuoco acceso durante la notte. No, non si tratta dello stesso tipo di sguardo sull’umano, ed è proprio questo che ci interessa, indipendentemente dalla ‘parte’ da cui si vuole stare.

