Era dai tempi di Paris, Texas che non vedevo un road movie così doloroso e sentito. Chiariamoci subito, non sto paragonando l’arte di Maria Tilli a quella di Wim Wenders, dato che ognuno dei due registi utilizza stilemi in parte simili per ottenere effetti diversi. Diverse sono anche le epoche in cui le due pellicole sono state realizzate, e quindi la sensibilità e persino la materia filmica non può essere la stessa.
Eppure. Eppure ci starebbe anche il paragone con Dead Man di Jarmusch, perché anche questo Animali Randagi è un viaggio verso la morte con accompagnatori. Vi prego, non lamentatevi per lo spoiler, siate meno meschini di così. In fondo, che per Emir (Ivan Franek) questo sia l’ultimo viaggio è pacifico e dichiarato nella prima parte del film. Come potrebbe essere altrimenti per un malato di tumore allo stadio terminale?
Toni (Giacomo Ferrara) e Luca (Andrea Lattanzi), due prodi (si fa per dire) conduttori di ambulanza che nel tempo libero si fanno di tutto e di più (dalla cocaina agli acidi alle paste) saranno informalmente incaricati, per una modica cifra da dividersi, di portare l’uomo in Serbia assieme alla figlia Maria (Agnese Claisse), che col padre ha un rapporto ricucibile ma non necessariamente facile.
I tempi morti sono la chiave per apprezzare e capire il film. Non tanto per prendere la decisione se fare o no il rischioso viaggio (in fondo i soldi fanno sempre comodo) quanto per percepire come quella decisione possa cambiare i protagonisti, così come i dialoghi nel bungalow mentre si attende la riparazione dell’ambulanza a seguito di un non grave incidente.
“Siete animali domestici, non avete mai avuto a che fare con la libertà, per questo non sapete che cosa fare della vostra vita in questo momento” ammonisce Emir i due accompagnatori fatti di acido ma forse proprio per questo più ‘aperti’ alle parole del loro compagno di viaggio. E poi la meta, la donna che spiega la procedura da seguire (in silenzio e in segreto), l’ultima serata d’addio in una festa di paese, accompagnata da un falò in cui si bruciano senza rimorsi i resti di una vita.
Cosa resta? Ebbene, resta il viaggio di ritorno (in treno dato che l’ambulanza è fottuta, troppo usurata già in partenza), il silenzio, perché i nostri protagonisti non sono due eroi che improvvisamente prenderanno in mano le proprie vite dopo aver fatto i conti con la morte, ma la possibilità di fare i conti c’è (e forse anche il desiderio).
Film antiretorico, dove anche la musica, curata da Alessandro Grasso e Daniele Rienzo, con quei pensosi e introversi intrecci di chitarre acustiche arpeggiate o suonate col bottleneck – capite adesso? – si adegua a una introversione necessaria, probabilmente piacerebbe, per opposizione o assonanza, ai registi tedesco e statunitense citati in apertura di recensione.
Immagini spesso statiche, movimenti di macchina essenziali, bandito ogni virtuosismo registico e attoriale, tutto il film è un lavoro sapiente che si svolge per sottrazione sotto i nostri occhi. C’è anche spazio per i sentimenti, ma senza pigiare troppo l’acceleratore: fanno parte della vita, non la redimono. Almeno, questo è ciò che appare sotto i nostri occhi …








