domenica 9 giugno 2024

Kinds of Kindness di Yorgos Lanthimos

Un uomo succube del proprio datore di lavoro il quale, in cambio di benefits aziendali come la racchetta rotta da McEnroe durante il più famoso torneo della sua vita, deve sottostare a tutta una serie di ordini tra cui quello di provocare un incidente d’auto mortale. Un uomo che ritrova la moglie dispersa in un tragico incidente di lavoro che inizia a sospettare la donna ritrovata non sia veramente sua moglie, e che nello stesso tempo si scopre attratto dalla carne umana. 

Infine, una donna parte di una delle mille sette pseudoreligiose statunitensi che forse ha trovato la donna che può riportare in vita i morti. Queste le trame dei tre mediometraggi che compongono l’ultima fatica di Yorgos Lanthimos e del suo fedele, ritrovato sceneggiatore Efthymis Filippou. Assieme ovviamente agli attori cardine del progetto Poor Things!, ovvero Emma Stone, Sarah Margaret Qualley (già con Tarantino ed Ethan Coen) e Willem Dafoe. 

Sarebbe bello pensare che dopo la sbornia di successo del precedente Povere Creature! il Nostro sia tornato al cinema ‘strano’ e cupo delle origini, e così è almeno sulla carta. Almeno sulla carta. Non fraintendeteci, il film è interessante e ricco di spunti, di humor nero e di tutte le cose che i due, regista e sceneggiatore, hanno centellinato nel corso di un ventennio. 

Si respira la stessa libertà dalla verosimiglianza de Il Sacrificio del Cervo Sacro, ad esempio. Come le relazioni distorte di Dogtooth. Ma non possiamo notare che ci sia qualcosa di ‘piacionesco’ in quest’ultimo Lanthimos, che pur rimanendo un regista ‘non per tutti’ – non possono quindi esserci esodi da parte dei vecchi fans gelosi di aver perso un segreto ben custodito – ha diluito il suo geist per motivi più che comprensibili. 


E’ un momento particolare per l’arte questo 2024. Già musicalmente, quest’anno – si veda il mio altro blog Complete Communion – noto che gli artisti abbiano smesso di graffiare se non a livello superficiale – una Kim Gordon avrà sempre i valvolari aperti al massimo, così come una Beth Gibbons spingerà sempre sull’acceleratore del dramma, ma – ma manca la volontà di far sì che l’arte smetta l’autoreferenzialità non nei temi – quello di Lanthimos è un ritratto impietoso degli Stati Uniti di oggi – bensì nella forma. Mancano quelle svisate, quei disequilibri che per anche poco meno di un secondo fanno irrompere la vita vera nelle opere d’arte. 

Non credo che un artista, oggi, abbia voglia di mettersi a nudo – perché poi? – anche solo per pochi istanti, magari emozionando un pubblico che poi, finita la visione, torna a obbedire al proprio capoufficio o al proprio marito (o moglie), pur con tutti i dissidi del caso, come è tipico di società bloccate come lo sono quelle occidentali – bloccate a livello di ascensore sociale, a livello di permeabilità di valori, di contaminazioni, etc. – e stiamo parlando della parte ancora privilegiata del mondo. 

Tutto ciò non mi ha impedito di godermi la visione dell’opera, solo che mentre guardavo quelle immagini oltre che coglierne l’aspetto metaforico e attendere un poco perché quell’aspetto si facesse carne viva – cosa che è avvenuta, non subito ma è avvenuta – mi domandavo che citazioni non avessi colto da altre opere d’arte, cinematografiche o meno. Domande da critico insomma, critico che certe carrellate hanno fatto sobbalzare ad esempio. 

Ma quello che conta è che tutto sommato siamo tutti in bolle più o meno scomode e l’arte non colpisce più come un treno deragliandoci come è avvenuto dagli anni Cinquanta in poi fino a pochi decenni or sono – diciamo 2010? – quando, anziché progettare una società inclusiva dove godere tutti delle stesse insoddisfazioni bene o male c’era la richiesta di una società semplicemente non esclusiva dove sperimentarsi, da soli o a piccoli o grandi gruppi. 


Mi perdonerete pertanto se vi ho rubato tempo rispetto al compito di questo scritto che doveva essere recensire, ma ritengo che almeno un paio di tracce relative a un problema che riguarda noi come pubblico e la nostra influenza non irrilevante sul lavoro degli artisti che amiamo andavano condivise e lasciate a macerare nell’animo di chi mi legge. 

Detto questo, ho provato piacere nel vedere un attore come Willem Dafoe ancora sulla cresta dell’onda sebbene un po’ schiacciato da una regia – ma non si può essere sempre anarchici e/o luciferini – attenta a far risaltare quello che una volta si sarebbe definito ‘il significato’, sebbene virato in salsa bolaniana, come nel vedere una Emma Stone versatile come al solito e una regia e fotografia che richiederebbero una analisi attenta o forse no, visto che sono tre anni che non vedo un film brutto da questi punti di vista e sto aspettando la svisata che vada oltre il bello o il ben fatto. 

Svisata che non arriva. In un’epoca dove è difficile trovare chi azzarda qualcosa di poco professionale per raccogliere facili consensi – siamo tutti ormai troppo consapevoli per farci prendere in giro con uscite di bocca buona – quello che manca è appunto l’ignoranza – quella di cui parlava Sun Ra, il bandleader e pianista – da cui possa uscire qualcosa di individuale e unico. Quel mix di apprendimento e dimenticanza che invocava Carmelo Bene, nemico dichiarato del cinema, che pure ha frequentato a lungo. 

E allora chiudo questa divagazione ricordandovi che quando troveremo un’operazione filmica originale, strana, per usare una parola abusata, che crea disagio, giusto per utilizzare un altro termine preso dal linguaggio quotidiano, saremo di fronte a qualcosa di non previsto, e quindi a una operazione geniale per come ha raggiunto il business e da tenerci stretta. Per ora ben vengano opere come questo ultimo, un po’ annacquato, Lanthimos, almeno fino a che gli artisti non sentano, nei nostri desideri di spettatori, aria nuova.



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