domenica 28 gennaio 2024

Povere Creature! di Yorgos Lanthimos

Tratto dall’omonimo romanzo distopico di Alasdair Gray, ma celebrante in maniera indiretta un capolavoro camp come Frankenhooker del geniale Frank Henenlotter (di cui, lo ammetto, ho scoperto l’esistenza solo di recente, ma provvidenzialmente, grazie ai miei esigui contatti nella comunità LGBTQIAP+), Povere Creature! è la nuova fatica di Yorgos Lanthimos. Ne ho preso visione in una sala strapiena, dato che il film almeno nella mia città è stato pubblicizzato praticamente ovunque, e per fortuna.

Bella Baxter (Emma Stone) è una donna che, in una nemmeno troppo metaforica vita precedente si è tolta la vita pur essendo incinta buttandosi dal Tamigi in una Londra ottocentesca ma inquadrata secondo i canoni dello steampunk. Sarà Godwin Baxter (Willem Dafoe) a recuperarne il corpo e a inserire il cervello del feto nel corpo della donna. La ‘creatura’ e i suoi progressi cognitivo comportamentali verranno misurati da Max McCandles, un non molto brillante studente di Baxter, a cui Bella verrà anche promessa come sposa.

Sarà l’avvocato Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo) a proporre a Bella di diventare suo amante e con lui esplorare il mondo – Bella, dopo aver scoperto la sessualità, diventa famelica di relazione con le realtà sia circostanti che lontane e diventa sempre più difficile per chi le sta vicino tenerla al guinzaglio. Le avventure rocambolesche a Lisbona, Alessandria e Parigi delizieranno lo spettatore facendolo divertire ma anche istruendolo su quanto siano terribili le convenzioni sociali e forse l’uomo che le ha create in generale.

 


Sono molti gli interrogativi lasciati aperti per lo spettatore. La natura umana, il desiderio erotico, il bisogno di conoscere, una riflessione su quello che è stato il capitalismo, come si diceva una volta, ma anche il socialismo e il comunismo, e più in generale la tensione tra il bisogno di libertà e le trappole della possessività. Nessun uomo è all’altezza di Bella, e forse neppure nessuna donna, dato che le sue caratteristiche sono l’animo puro infantile in un corpo di donna adulta.

Ottime le prove degli attori da noi segnalati più sopra, con Emma Stone che dimostra, ce ne fosse bisogno, di essere più che non una gioia per gli occhi. Di Dafoe sapevamo già almeno dai tempi di Vivere e Morire a Los Angeles di Friedkin se non prima, forse Mark Ruffalo è un po’ sopra le righe – per un problema di scrittura più che per la sua prova attoriale – ma comunque resta efficace e svolge il suo compito con dedizione e professionalità.

La fotografia e il montaggio sono ottimi, ma è difficile oggi trovare un prodotto che non sia confezionato bene. Certo l’uso di fondali dipinti al posto del green screen fanno il loro effetto, con quei colori vibranti, palesemente finti eppure efficaci. Per non parlare delle citazioni che a volte emergono da altre pellicole del regista, più per assonanza di temi che non per un bisogno di autoaffermazione ormai non più necessario.

 


La casa in cui cresce Bella così ricorda Dogtooth, le scorrazzate in carrozza La Favorita, il tema del matrimonio e dei rapporti tra sessi The Lobster. C’è chi ha scorto anche un pizzico di Burton e di Tarantino, ma non ci giurerei. Senz’altro quella che si impone è la riflessione sulla scienza – è giusto sacrificarle tutto? Non vi sembrerà Godwin Baxter un vero Sheldon Cooper privato dell’allure da sit-com? – e in generale sulla contemporaneità, come in ogni film distopico che si conviene.

Che cosa dire di più, se non consigliare il pubblico di vedere la versione originale con sottotitoli, visto che almeno nei cinema delle città più importanti c’è la possibilità di scegliere questa opzione? I dialoghi non sono difficili da seguire, soprattutto coadiuvati dai sottotitoli, ma come al solito le traduzioni lasciano un poco a desiderare per i tanti motivi – la corrispondenza col labiale, il bisogno dei traduttori di sentirsi più intelligenti degli autori e diversificarsi, eccetera.

Forse la parte finale risulta un poco debole, rispetto all’impianto del resto dell’opera, ma è come se Lanthimos si fosse sfilato e tirato da parte per lasciare comunque al pubblico riflettere su un personaggio che parte col desiderio di cambiare il mondo e poi invece … beh, se andrete al cinema vedrete, noi come è d’uso e costume non vi anticipiamo nulla. Non un capolavoro quindi, come molti si stanno affannando a scrivere, ma senz’altro un film all’altezza della fama del suo creatore. Ora aspettiamo la mossa successiva con trepidazione, sperando non sia un passo falso.    


 

domenica 7 gennaio 2024

Perfect Days di Wim Wenders

Fino a poco fa Wim Wenders era dato per morto, artisticamente parlando, o almeno per moribondo. Non così la pensava il sottoscritto, che invece aveva apprezzato parecchio operazioni quali Palermo Shooting, dove un intenso Campino (pseudonimo artistico del cantante tedesco dei Die Toten Hosen Andreas Frege) si confrontava con la propria arte fotografica, con una altrettanto interessante Giovanna Mezzogiorno e con la morte mentre qua e là scorrevano tra una diegesi e l’altra le note de L’Indiano di Fabrizio de André e quelle della colonna sonora originale di Irmin Schmidt dei gloriosi Can.

Strano che un film che tra l’altro vede camei della nostra Letizia Battaglia e di Lou Reed sia passato così inosservato o comunque sia stato poco considerato. Ma sappiamo tutti come sono i giochi della critica e di conseguenza come si orienta il pubblico: basta che un artista abbracci una qualche forma di extra-occidentalità, anche sotto forma di un non meglio definito impulso spirituale – come se l’essere occidentale dovesse significare essere innanzitutto critico o ‘nichilista’: si vorrà mica dare ragione alla Chiesa Cattolica? – perché si diventi subito sospettosi nei confronti della vena creativa di detto artista.

Da un lato posso comprendere tutto ciò, perché si presume che l’arte debba in qualche modo segnalarci le criticità del nostro mondo e si diventa ostili a chi invece propone anche, seppure indirettamente o forse nemmeno troppo volontariamente, una soluzione – siamo allergici alle soluzioni: ricordo ancora la discussione accesa con un appassionato di cinema rispetto a una frase di Liliana Cavani rilasciata in una intervista e relativa al suo Il Portiere di Notte che suonava più o meno come un “Volevo solo dimostrare che l’amore è la soluzione”, cito a memoria e me ne perdonerete.

Mi perdonerete anche questo sproloquio ma più che Wenders, rispetto a questo suo ultimo Perfect Days, sono cambiati più i tempi. Il Maestro invece, se non ha prodotto un altro Il Cielo Sopra Berlino (che è un capolavoro inarrivabile come poche altre opere filmiche, pertanto mi vien da ridere per aver letto che questo film sarebbe ‘il migliore di Wenders’ qua e là) almeno mette in campo un ottimo lavoro, così ottimo da lasciarmi con dubbi ed esitazioni non tanto relative alla messa in scena quanto al possibile significato del lavoro, o del mio essere nel mondo, cosa che indubbiamente dimostra come si sia messo in moto tra me e l’opera un dialogo testimone della vitalità della stessa – e interessante solo per questo motivo.

 


Ma andiamo con, o meglio, torniamo all’ordine. Hirayama (Koji Yakusho) è un non più giovanissimo pulitore di toilette pubbliche. Ogni mattina si sveglia senza sveglia, dopo una notte conclusasi con la lettura di un passaggio da un buon libro (da Faulkner alla Highsmith, gli si concederà il dono dell’eclettismo … ), si lava i denti, prende dalla macchinetta sotto casa un caffè in lattina e mette in moto il furgone, non prima di aver scelto una adeguata colonna sonora su cassetta (si sentono cose meravigliose come House of the Rising Sun, Sittin’ on the Dock of the Bay e Redondo Beach), per recarsi al lavoro.

Ha un giovane compagno di turno, che però dopo alcuni giorni si licenzia, non prima di avergli fatto conoscere la papabile fidanzata. Qualche giorno dopo sarà una giovane nipote scappata di casa in seguito a un litigio con la madre ad animare i suoi pomeriggi, finito il turno di lavoro. Hirayama ama passare il proprio tempo libero in un bagno pubblico, oppure a fotografare la luce che filtra dai rami degli alberi con una macchina analogica, oppure ancora a cenare in un locale frequentato da avventori che conosce bene.

E’ una vita tranquilla, ma non priva di momenti interessanti, di incontri che per quanto casuali animano le giornate del nostro (anti?) eroe. E fin qui tutto bene. In fondo Wenders ci mostra che è possibile raggiungere un equilibrio nella propria vita anche rimanendo di poche parole e facendo un lavoro umile, senza per questo abbrutirsi e incattivirsi come gli avventori dell’Old Oak. L’abisso mi si è spalancato però quando Hirayama, dopo esser stato salutato con un bacio dalla ragazza presentatagli dal collega, ascolta nel proprio appartamento Perfect Day di Lou Reed, canzone che dà il titolo anche al film.

Lo saprà il nostro eroe che quel giorno perfetto per il vecchio Lou era un giorno dedicato all’eroina e non all’incontro con l’altro? Mi è venuta spontanea questa domanda perché anni fa cantai quella canzone a una mia compagna, che mi abbracciò mentre io le cantavo proprio “You just keep me hanging on” senza sapere ancora il senso di quel brano – io acquistavo dischi mosso dalla curiosità e solo dopo un po’ mi approcciavo alla critica relativa a quelle opere. Incoscienza dell’amore, incoscienza di certi momenti in cui anche un’esperienza terribile ci può allietare. Non aggiungo queste righe per narcisismo, ma per invitarvi, vi capitasse, a non lasciarvi ostacolare nel momento in cui un istante di un’operazione artistica vi trafigge. Anzi, sappiate che è per quei momenti che vale la pena fruire arte …