Fino a poco fa Wim Wenders era dato per morto, artisticamente parlando, o almeno per moribondo. Non così la pensava il sottoscritto, che invece aveva apprezzato parecchio operazioni quali Palermo Shooting, dove un intenso Campino (pseudonimo artistico del cantante tedesco dei Die Toten Hosen Andreas Frege) si confrontava con la propria arte fotografica, con una altrettanto interessante Giovanna Mezzogiorno e con la morte mentre qua e là scorrevano tra una diegesi e l’altra le note de L’Indiano di Fabrizio de André e quelle della colonna sonora originale di Irmin Schmidt dei gloriosi Can.
Strano che un film che tra l’altro vede camei della nostra Letizia Battaglia e di Lou Reed sia passato così inosservato o comunque sia stato poco considerato. Ma sappiamo tutti come sono i giochi della critica e di conseguenza come si orienta il pubblico: basta che un artista abbracci una qualche forma di extra-occidentalità, anche sotto forma di un non meglio definito impulso spirituale – come se l’essere occidentale dovesse significare essere innanzitutto critico o ‘nichilista’: si vorrà mica dare ragione alla Chiesa Cattolica? – perché si diventi subito sospettosi nei confronti della vena creativa di detto artista.
Da un lato posso comprendere tutto ciò, perché si presume che l’arte debba in qualche modo segnalarci le criticità del nostro mondo e si diventa ostili a chi invece propone anche, seppure indirettamente o forse nemmeno troppo volontariamente, una soluzione – siamo allergici alle soluzioni: ricordo ancora la discussione accesa con un appassionato di cinema rispetto a una frase di Liliana Cavani rilasciata in una intervista e relativa al suo Il Portiere di Notte che suonava più o meno come un “Volevo solo dimostrare che l’amore è la soluzione”, cito a memoria e me ne perdonerete.
Mi perdonerete anche questo sproloquio ma più che Wenders, rispetto a questo suo ultimo Perfect Days, sono cambiati più i tempi. Il Maestro invece, se non ha prodotto un altro Il Cielo Sopra Berlino (che è un capolavoro inarrivabile come poche altre opere filmiche, pertanto mi vien da ridere per aver letto che questo film sarebbe ‘il migliore di Wenders’ qua e là) almeno mette in campo un ottimo lavoro, così ottimo da lasciarmi con dubbi ed esitazioni non tanto relative alla messa in scena quanto al possibile significato del lavoro, o del mio essere nel mondo, cosa che indubbiamente dimostra come si sia messo in moto tra me e l’opera un dialogo testimone della vitalità della stessa – e interessante solo per questo motivo.
Ma andiamo con, o meglio, torniamo all’ordine. Hirayama (Koji Yakusho) è un non più giovanissimo pulitore di toilette pubbliche. Ogni mattina si sveglia senza sveglia, dopo una notte conclusasi con la lettura di un passaggio da un buon libro (da Faulkner alla Highsmith, gli si concederà il dono dell’eclettismo … ), si lava i denti, prende dalla macchinetta sotto casa un caffè in lattina e mette in moto il furgone, non prima di aver scelto una adeguata colonna sonora su cassetta (si sentono cose meravigliose come House of the Rising Sun, Sittin’ on the Dock of the Bay e Redondo Beach), per recarsi al lavoro.
Ha un giovane compagno di turno, che però dopo alcuni giorni si licenzia, non prima di avergli fatto conoscere la papabile fidanzata. Qualche giorno dopo sarà una giovane nipote scappata di casa in seguito a un litigio con la madre ad animare i suoi pomeriggi, finito il turno di lavoro. Hirayama ama passare il proprio tempo libero in un bagno pubblico, oppure a fotografare la luce che filtra dai rami degli alberi con una macchina analogica, oppure ancora a cenare in un locale frequentato da avventori che conosce bene.
E’ una vita tranquilla, ma non priva di momenti interessanti, di incontri che per quanto casuali animano le giornate del nostro (anti?) eroe. E fin qui tutto bene. In fondo Wenders ci mostra che è possibile raggiungere un equilibrio nella propria vita anche rimanendo di poche parole e facendo un lavoro umile, senza per questo abbrutirsi e incattivirsi come gli avventori dell’Old Oak. L’abisso mi si è spalancato però quando Hirayama, dopo esser stato salutato con un bacio dalla ragazza presentatagli dal collega, ascolta nel proprio appartamento Perfect Day di Lou Reed, canzone che dà il titolo anche al film.
Lo saprà il nostro eroe che quel giorno perfetto per il vecchio Lou era un giorno dedicato all’eroina e non all’incontro con l’altro? Mi è venuta spontanea questa domanda perché anni fa cantai quella canzone a una mia compagna, che mi abbracciò mentre io le cantavo proprio “You just keep me hanging on” senza sapere ancora il senso di quel brano – io acquistavo dischi mosso dalla curiosità e solo dopo un po’ mi approcciavo alla critica relativa a quelle opere. Incoscienza dell’amore, incoscienza di certi momenti in cui anche un’esperienza terribile ci può allietare. Non aggiungo queste righe per narcisismo, ma per invitarvi, vi capitasse, a non lasciarvi ostacolare nel momento in cui un istante di un’operazione artistica vi trafigge. Anzi, sappiate che è per quei momenti che vale la pena fruire arte …

