domenica 22 settembre 2024

Finalement di Claude Lelouch

Parigi, la contemporaneità. Lino Massaro è un ottimo avvocato che, per un tragico scherzo del destino, contrae una malattia neurologica, volgarmente definita “la follia dei sentimenti”, per colpa della quale non può più mentire. Invaso da questa nuova realtà, decide di partire e di vagare per la Francia a piedi, con una borsa semivuota e un libretto degli assegni, mentre Léa, la moglie, e il fido amico Michel cercano in tutti i modi di capire se egli sia ancora vivo e, soprattutto, come riportarlo a casa. 

Nel frattempo Massaro vaga, fa l’autostop, dorme in un fienile per ripararsi da un temporale, si compra una tromba in un mercatino delle pulci e una camicia per partecipare al festival di Avignone. Ci sarà spazio anche per un nuovo amore? E’ una commedia agrodolce dai toni discretamente visionari quella allestita da Lelouch e dalla moglie (qui co-sceneggiatrice) Valérie Perrin, impreziosita dalle canzoni di Didier Barbelivien e dalla musica originale del trombettista di origine libanese Ibrahim Maalouf. 

Eppure quest’opera, che vorrebbe essere un peana intonato a favore del vivere una vita seguendo la legge del cuore e non quella della razionalità piccolo borghese, è un po’ troppo democristiana per fare centro. Bene lo straniamento iniziale dovuto ad alcuni giochi di ruolo che non vi anticipo, ma allora perché non giocarci fino alla fine? Come diceva il buon Rimbaud, infatti, “Io accetto il caos, non sono sicuro che il caos accetti me”. 



E allora se cuore dev’essere, e quindi rottura della quarta parete della finzione borghese, perché non rompere fino in fondo e non lasciarci nelle incertezze, come dev’essere, ricompensandoci solo con quella sensazione di essere comunque nel posto giusto al momento giusto che il caos o il cuore ci regalano, dato che il percorso è più importante della meta del viaggio, perché il cuore ci centra? 

Senza contare alcuni dettagli che non stanno in piedi – perché tre ragazzi sessantottini salvati da dei poliziotti che li stavano inseguendo dovrebbero voler violentare la propria salvatrice? Certo c’è l’esigenza di Lelouch e compagna di far vedere che la politica non è una soluzione nella vita ma c’è anche una cosa che si chiama coerenza con la realtà, e ce ne deve essere un minimo anche in un film o la sospensione dell’incredulità precipita. 

Resta quindi la sensazione di un messaggio ‘monco’, come se quest’ultimo fosse più un proclama ideologico che non qualcosa di vissuto dai suoi creatori. Cosa possibilissima, dato che essere artista non è di per sé una posizione privilegiata nell’essere più attenti alle questioni dell’eudàimonia o fioritura che dir si voglia. Certo potrebbe essere d’aiuto, ma non è necessariamente un automatismo. 

Abbiamo dunque assistito, ieri in sala, a un prodigio a metà, forse debitore – e quindi schiacciato sui modelli? – di quel “Parole, Parole, Parole” con cui Alain Resnais decenni fa affrontava un altro tema moderno, quello della depressione, con più spirito, maggior lena e maggior tatto. Ecco, avere quel Kad Merad che in una immaginaria prigione urla mentre la mdp si allontana velocemente da lui per creare un effetto drammatico a buon mercato, ancora mi urta …



sabato 14 settembre 2024

Campo di Battaglia di Gianni Amelio

Siamo nel 2024, ci sono più di 138 conflitti nel mondo e i virus che prima restavano confinati al mondo animale hanno iniziato, con clamore come nel caso del Covid ma non solo, a impattare anche il mondo degli umani. Aveva dunque senso riprendere in spirito lavori forse un po’ in penombra oggi come “Uomini Contro” di Francesco Rosi e “Orizzonti di Gloria” di Stanley Kubrick, dedicati a quel massacro che fu la trincea al fronte durante il conflitto della Prima Guerra Mondiale. 

Ci pensa meritoriamente Gianni Amelio a questa operazione, che non ha nulla di nostalgico – non c’è l’ombra di una citazione e Amelio non ne ha certo bisogno – ma che brucia come l’attualità. Il film infatti, che narra le vicissitudini di un medico militare (Alessandro Borghi) che dal fronte si scontra direttamente con la brutalità della guerra sotto forma di soldati massacrati nel corpo e nello spirito, si apre con una sequenza in cui alcuni soldati rovistano tra i corpi dei morti in battaglia alla ricerca di qualche cosa da capitalizzare: monete, tabacco, un pezzo di pane. Fino a che non emerge una mano, la mano di un soldato ancora vivo. 

La scena si sposta quindi sui soldati feriti che, su dei camion, rientrano in Italia per raggiungere l’ospedale dove troveranno i nostri protagonisti ad accoglierli. Soldati feriti incapaci di comprendersi per via delle differenze linguistiche, ma a cui non manca l’umanità, come quella di chi getta una coperta addosso a un commilitone tremante per il freddo. Ed ecco che veniamo introdotti all’ospedale militare, dove il medico che dirige l’ospedale (Gabriel Montesi) istruisce i suoi colleghi su come riconoscere chi, con atti di autolesionismo ad esempio, cerca di allontanarsi dalla guerra cercando di venire giudicato invalido. 


E’ una mentalità invasiva quella del dovere militare, che colpisce anche la giovane Anna (Federica Rosellini), che, da studentessa di medicina che era, si è dovuta accontentare di diventare infermiera per il maschilismo imperante nella società dell’epoca. Eppure, quando essa scopre che Giulio fa ammalare i soldati perché vengano allontanati dal fronte, è turbata dall’atteggiamento inconsapevolmente anarchico dell’amico. Ma sarà Stefano a prendere decisioni per tutti, e questo mentre la terribile epidemia di Spagnola inizia a diffondersi dapprima tra i soldati e poi tra la popolazione civile, nel totale silenzio di una stampa pilotata dalla politica. 

Con una seconda parte un po’ debole rispetto alla prima, per mancanza di ritmo ma anche di idee narrative che la potessero rendere interessante e maggiormente fruibile dal pubblico, la pellicola, tratta dal romanzo “La Sfida” di Carlo Patriarca gode di un lavoro di produzione (fotografia, colonna sonora e scenografia) notevole. Tutti gli attori forniscono prove eccellenti, ma come già asserito dopo la metà del film si inizia a sentire la mancanza di una idea forte. Resta comunque la sensazione che abbiamo bisogno di lavori del genere in Italia oggi, per via dei molteplici riferimenti all’attualità e ai rapporti di forza che si stanno giocando, ora come allora, nel mondo. 

Rispetto alle pellicole che abbiamo citato a esergo di questa recensione forse quello che è venuto a mancare è frutto di una minore empatia nei confronti di personaggi ‘minori’ (intendo per il corso della storia, non per la pellicola in sé) o ‘di contorno’ che però sono stati la carne viva di quell’evento epocale che fu la Grande Guerra, qualità che non si può fingere ma che si può senz’altro aumentare – essere artisti aiuta, in questo senso. E’ palpabile a volte infatti come certi personaggi siano stati costruiti a fini di drammaturgia piuttosto che con un onesto interesse verso quel genere di umanità. 

Rispetto al precedente “Il Signore delle Formiche”, tuttavia, notiamo l’assenza di quel pathos quasi pavloviano che ci aveva reso il finale dell’opera meno apprezzabile rispetto al resto. Tutto sommato, per concludere, un lavoro notevole con alcune pecche che però mostrano un autore alla ricerca di un suo modo per scavare nella Storia e nelle storie.