Siamo agli inizi del nuovo millennio. Quello che secondo Kubrick e la sua odissea nello spazio avrebbe sancito l’ingresso dell’uomo nella propria interiorità, tramite un viaggio che aveva, all’epoca, parecchio dello psichedelico. Quale migliore modo per mantenere quella promessa se non mettendo in scena, con macchina a mano e nessuna musica tranne delle canzoni da ballare, l’odissea di una donna cecoslovacca che viene a vivere nella Terra Promessa, gli Stati Uniti d’America, e qui incontra … il proprio destino?
In effetti “Dancer in the Dark” si apre proprio come doveva aprirsi “2001: Odissea nello Spazio” nelle intenzioni del suo autore, ovvero con lo schermo vuoto e della musica a introdurre la pellicola al pubblico. E così si apre anche questo film di Lars Von Trier. Lars aveva già sperimentato con le regole del Dogma ’95 – MdP a mano, niente musica di commento, etc. – in diverse pellicole, tra cui il terribile e bellissimo “Festen” del collega Thomas Vinterberg, quindi offrire al pubblico un musical con tematiche sociali anziché di entertainment era una doppia bestemmia: sia contro sé stesso che contro il cinema ‘classico’.
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E in effetti in quegli anni tutti abbiamo amato Lars Von Trier proprio per questa sua capacità di andare oltre i limiti commerciali – si badi bene, e non naturali – dell’arte cinematografica, e nello stesso tempo per la capacità di fare un passo oltre sé stesso ogni volta, in nome di un superamento di sé che in qualche modo, certo, tradisce l’ideologizzazione del concetto di autore e la sua spettacolarizzazione, pur restando i prodotti di Lars prodotti destinati a un pubblico colto e che vuole servirsi del cinema per pensare, e non per dimenticare. Ma andiamo con ordine.
Capitolo finale della “Trilogia del cuore” – conoscete qualcuno che ancora nei non cinici anni Novanta era disposto a utilizzare una parola come cuore? No? Bene, neanch’io – dopo “Le Onde del Destino” e “Gli Idioti”, il film in oggetto racconta la storia di Selma – la cantante Bjork, autrice anche delle bellissime musiche del film – una donna cecoslovacca ormai quasi cieca che mette da parte i soldi per l’operazione agli occhi del figlio lavorando di giorno in una fabbrica come operaia e la sera confezionando mollette.
L’unico svago per la donna è rappresentato dalle musiche da musical: impossibilitata a prendere parte a una recita per via del proprio handicap, si troverà spesso a sognare a occhi aperti di ballare e danzare, cosa che tra l’altro le costerà il posto di lavoro. Senza più una fonte di reddito, Selma si trova derubata dal vicino di casa, un poliziotto che non vuole ridurre il proprio stile di vita per paura di perdere la moglie. La tragedia è scritta nelle stelle.
E’ di qualche anno fa un lungo post su Facebook dove la cantante islandese parlò di quella volta in cui fu diretta in un film – e “Dancer in The Dark” è l’unico film cui ha partecipato – con un ‘famoso direttore cinematografico’ il quale ebbe verso di lei attenzioni non consone e poi atteggiamento persecutorio nei suoi confronti, per via appunto del rifiuto di lei. Sappiamo quindi qual è la versione di Bjork nei confronti delle famose ‘tensioni sul set’ di cui si vociferava già con la pellicola in sala.
Dal canto suo, Lars Von Trier si è sempre difeso rispedendo le accuse alla mittente, difendendosi parlando di eventuali ‘grattacapi’ dati dalla cantante alla produzione tutta. Ovviamente non possiamo sapere come andarono le cose, senz’altro abbiamo già dibattuto ampiamente su questo blog sul cinema come capace anche di rappresentare se stesso come ambiente adatto agli abusi. Per via dell’aura dei registi-demiurghi onnipotenti, per via dei soldi che vi girano, per via dello stress e delle frustrazioni che inevitabilmente raccoglie qualsiasi ‘macchina dei sogni’.
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Più prosaicamente, Bjork vince una Palma d’Oro come miglior attrice, altri premi e si porta a casa pure una candidatura per la migliore canzone agli Oscar con il brano “I’ve Seen It All” in coppia col cantante dei Radiohead Thom Yorke. Contemporaneamente all’uscita del film, esce anche l’album della cantante “SelmaSongs”, con tutti i brani ricantati per l’occasione. Album meno sperimentale di quelli che la cantate stava producendo all’epoca – s’incunea tra l’ormai classico “Homogenic” e “Vespertine”, prodotto dai Matmos – vede l’utilizzo di percussioni industriali – l’incedere di un treno sulle rotaie, i rumori di una fabbrica – come percussioni e l’utilizzo di atmosfere sognanti ma calde che contrastano con la secchezza delle immagini a mano e del montaggio.
Dopo quest’opera Von Trier continuerà la propria attività con opere sempre scomode, controverse e interessanti come “Dogville” con Nicole Kidman, il seguito “Manderlay”, e i lavori in cui spicca Charlotte Gainsbourg come Antichrist e Nymphomaniac, per non parlare di “Melancholia”, in cui il regista parla a cuore aperto della propria depressione fino all’ultimo “La Casa di Jack”, dove tra richiami alla Eisenstejn il Nostro ci fa vedere quanto la creazione artistica sia paragonabile agli omicidi di un serial killer. Attendiamo i prossimi lavori del regista sperando che non perda la vena paradossale e che ci lasci sempre con quella sensazione di scomodità che caratterizza i suoi lavori.
Articolo di: Gian Paolo Galasi

























