Cosa significa vivere in un Paese che spende miliardi per “andare fuori di testa” ogni anno? Semplice: che si perdono in confini di cosa è bene e cosa è male. Mostrare le conseguenze di questa perdita di confine è quanto si pongono, come obiettivo, il regista Abel Ferrara e il fido sceneggiatore Nicholas St. John con questo storico “King of New York”, uno dei film di maggior successo – e l’unico ad avere avuto passaggi televisivi in Italia, eccezion fatta per “Pasolini” e, di recente, per l’ottimo “Tommaso” – del Nostro.
Frank White (Christopher Walken) è un malavitoso che si guadagna da vivere trafficando in cocaina. Uscito di galera, fa uccidere dal fido Jimmy Jump (Lawrence Fishburne) un po’ di rivali che si sono arricchiti nel mentre lui era assente con gli stessi traffici, e decide di riprendersi il suo ‘posto nel mondo’. All’inizio del film lo vediamo uscire dal carcere e, salito su una limousine, attraversare New York dal penitenziario a casa. Mentre Frank viaggia per la città, e osserva cosa succede fuori, possiamo ascoltare una doppia colonna sonora: il Concerto per Violino n. 8 di Vivaldi è la musica che rappresenta lo stato d’animo malinconico del protagonista, il rap stradaiolo e le canzoni composte da Abel Ferrara stesso invece inondano le scene di vita urbana.
Questa scelta ci mostra Frank White come un soggetto diviso, scisso. Da un lato i suoi sentimenti lo portano a un dolore da cui desidera sganciarsi, d’altro canto invece la violenza della vita di strada lo chiama a sé promettendogli appunto la pace che otterrà col proprio potere su quel mondo caotico. E infatti Frank, che dice di “non avere più sentimenti” e di essere “cambiato” in carcere, decide di lanciarsi in politica: con i soldi dei suoi traffici finanzierà infatti un gigantesco ospedale gratuito e lancerà così la propria candidatura a sindaco della città.
Ma la violenza contro i rivali e i collaboratori e il successo nella vendita della droga e nella politica non bastano a scongiurare i veri rivali di Frank: dei poliziotti (Victor Argo, Wesley Snipes e David Caruso, un Wasp, un afroamericano, e un irlandese) cercheranno di mettergli i bastoni tra le ruote e, appurato che le vie legali non bastano, decidono di architettare un piano per intrufolarsi nella dimora del nemico e ucciderlo. Ovviamente il piano viene sventato, ma Frank, che perde alcuni dei suoi uomini, decide di vendicarsi dei poliziotti.
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Da un lato abbiamo quindi un “uomo d’affari” che vende cocaina e che ambisce al potere in politica, e che, non si capisce se strumentalmente o per buon cuore, decide di prendersi cura degli ultimi. Con lui, l’avvocatessa/amante Jennifer (Janet Julian) e un altro stuolo di importanti legali newyorchesi, avvezzi a vivere in un mondo dove il confine tra lecito e illecito è una zona d’ombra e non una linea retta.
Dall’altro lato abbiamo dei poliziotti disposti a tutto, stanchi di essere ‘presi in giro’ dai criminali e di guadagnare poco o nulla per il proprio ‘rischiare la vita ogni notte’, che improvvisamente decidono di giocare sporco mettendo da parte le regole, disposti a tutto contro un nemico che, se avverte la propria umanità in maniera sfocata – Frank White è, come alcuni suoi avversari che contrattano la vendita della coca in una sala cinematografica in cui viene proiettato il “Nosferatu” di Murnau, un vampiro, un non morto, e in questo senso Christopher Walken anticipa il personaggio di Peina, che reciterà in un altro film di Ferrara, “The Addiction” – non è né più né meno umano del mondo che lo circonda.
E se il thriller poliziesco segue le regole del genere, non possiamo, alla fine del film, dire chi ha vinto, se il ‘bene’ o il ‘male’, dato che nessun personaggio incarna pienamente un valore o un disvalore. E’ questa la grandezza del film e del suo facitore: mostrarci un mondo dove, come avrebbe cantato Springsteen, “è dura essere un santo”. Anzi, impossibile. New York, la città tanto amata dagli artisti di ogni risma – cantanti, pittori, registi, performers d’ogni tipo l’hanno frequentata o hanno sognato di farlo – ne esce con un ritratto impietoso, basti vedere il percorso iniziale di White dal carcere a casa propria di cui abbiamo già discusso.
Una curiosità per i fans dell’hip hop ‘old school’ è non solo la bellissima colonna sonora di Scholly D, primo gangsta rapper statunitense in assoluto, che qui anticipa quella per un’altra pellicola di Ferrara, ovvero il già da noi discusso “Cattivo Tenente” e la sua poi censurata “Signifyin’ Rapper”, ma anche la passione per “King of New York” da parte del mitico Notorious B.I.G. Egli non solo per parte della propria carriera si fece chiamare Frank White, ma fu anche in trattativa per essere protagonista di una seconda pellicola che non si realizzò mai per la scomparsa del rapper.
“Sono abbastanza nero per te, America?” canta Schoolly D, e il pensiero va a quella scena di Malcolm X di Spike Lee in cui il leader afroamericano scopre, sul dizionario, a cosa è associato il termine ‘nero’. E proprio come non ci sarà redenzione per il personaggio interpretato da Denzel Washington perché ci sarà la morte ad attenderlo, così non c’è redenzione per Frank White perché non esiste un bene cui ‘convertirsi’ o a cui dedicarsi. Tutto ciò è molto americano, ma è anche molto futuribile, perché è il mondo che ci aspetta in un prossimo futuro. Anzi, forse, già ora.
Articolo di: Gian Paolo Galasi



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