sabato 2 gennaio 2021

America Oggi di Robert Altman

Qualche mese fa mi ritrovo a una serata con un mio ex amico psicanalista e delle persone che fanno parte di una associazione che si occupa di fare rete tra persone che soffrono di quei problemi esistenziali che la stronza società chiama disturbi mentali. Lui fa anche teatro, come ne ho fatto io, e per questo mi ha invitato. Da premettere che il mio amico guadagna cento euro all’ora, a seduta, e che una volta mi è capitato di gettare l’occhio sulla sua agenda – l’aveva aperta su un tavolino – e di notare come fosse fitta di appuntamenti. 

Conosco una ragazza che è dieci anni – dico dieci anni – che fa analisi con lui. Ed è del resto almeno un decennio che, recandomi da questa persona per farci quattro chiacchiere ogni tanto, noto sempre le stesse facce. Qualcuna diversa ogni tanto, certo, ma queste analisi sono molto sfiancanti, in termini economici. Ma per tagliare corto: quella sera il mio amico raccontava di aver recitato un racconto di Carver con la sua compagnia. Era un racconto molto superficiale – del resto il mio ex amico è una persona superficiale – ma tutti lo ascoltavano rapiti e affascinati, perché quel racconto era leggermente più profondo della loro quotidianità.

Leggi anche: un raffronto tra Altman e Carver 

Il senso di quanto avete appena letto potrebbe essere, ne avessi le doti, trasposto in un bellissimo racconto di Raymond Carver. Del resto lo scrittore americano, di cui ho letto qualche raccolta decenni fa, racconta la vena di follia che oltrepassa gli Stati Uniti senza mostrartene, come farebbe un Lynch col suo cinema e serie TV ad esempio, le ‘radici’, ma sempre con precisione millimetrica. Leggi quei racconti e ti chiedi, infatti, se non siano frutto di osservazione minuziosa piuttosto che opere di fantasia. 

 


Deve aver pensato la stessa cosa Robert Altman nei primi anni Novanta, quando decide di realizzare “America Oggi”, un film corale – forse il suo capolavoro – ispirato ai racconti dello scrittore di Clatskanie, morto un decennio prima e quindi già storicizzato. Tocca quindi a attori del calibro di Julianne Moore e Matthew Modine mettere in scena quelle storie di ‘ordinaria follia’ ambientate tutte in una Los Angeles periferica e pressoché bianca – la stessa, lo abbiamo già accennato, di “Strade Perdute” di Lynch – ma non si tratta della cosiddetta ‘white trash’ ritratta in altre pellicole, bensì di persone che non hanno ferite profonde ma che non ostante tutto si trascinano come cani randagi persi, come ci mostrerebbe il regista di Missoula, in un male più grande di loro. 

Sfatiamo un mito: la regia ‘sempice e diretta’ di Altman. Beh certo, il Nostro non è un surrealista, ma i suoi movimenti di macchina sono sempre molto precisi e sottolineano puntualmente quanto lo spettatore deve aver ben presente sullo schermo. Una firma di Altman sono certe carrellate sui volti dei personaggi, a sottolinearne alcune espressioni o utilizzate per fare in modo che, in quel volto, lo spettatore si ‘perda’. Ma in generale lo stile di regia è asciutto e funzionale, come lo è del resto la colonna sonora, spesso continua, a consolidare l’unità filmica tra scene apparentemente dissimili.

Del resto la regia qui si muove tra la frammentazione delle storie, che sono tante e dissimili tra loro, anche se a volte si intrecciano in importanti snodi narrativi, e la tensione all’unità data anche da una cornice ben precisa, che è il rapporto dell’uomo con la natura. Un rapporto che è teso tra il controllo – le disinfestazioni della mosca della frutta a inizio film – e la paura per la sua furia distruttrice – l’attesa del big one, del terremoto definitivo alla fine della pellicola.  


 

Moderno Boccaccio, Altman con “America Oggi” ha vinto, nel 1993, il Leone D’Oro al Festival di Venezia – ex aequo con “Film Blu” di Krzysztof Kieslowski: mio Dio, che epoca irripetibile. Ma al di là dei riconoscimenti, che premiano più che altro una tensione creativa fatta di molta improvvisazione – ricordiamo che sul set spesso il regista americano riscriveva le battute del copione chiedendo agli attori uno sforzo ulteriore, e che per questo motivo è stato spesso osteggiato quando non ostracizzato apertamente, e questo non ostante abbia regalato al cinema americano capolavori quali “M.A.S.H.”, “Nashville”, “I Protagonisti” e “Pret-à-Porter”, oltre che a interessantissime e surreali opere ‘minori’ quali “Anche gli uccelli uccidono”.

Leggi anche: Francesca Berberi su America Oggi 

E’ difficile se non impossibile pensare a un erede di Altman. Troppo appassionato dell’umano a trecentosessanta gradi e troppo intellettuale per trovare, nell’attuale panorama dell’entertaiment a stelle e strisce, qualcuno che ne rilevi la causa, non dico il brand. Forse in letteratura e dalle nostre parti è possibile trovare qualcosa di simile, per quanto siamo in lidi più ‘surreali’, con i testi di Antonio Moresco.

Resta il fatto che Altman, con film come “America Oggi”, rimane uno splendido monito per tutti coloro che pensano sia impossibile fare pellicole cinematografiche di qualità, utilizzando anche attori bravissimi e di successo, facendo riflettere il pubblico, in un’epoca, la nostra, dove un supereroe di colore pare già di per sé un atto politico. Non me ne vogliano gli appassionati recenti della settima arte, ma io appartengo a un’epoca dove l’atto politico e l’atto personale erano tutt’uno, e non mi rassegno affatto a vedere scomparire quel mondo.  


 

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Articolo di: Gian Paolo Galasi

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