Atto forse unico e quindi fondamentale nella cinematografia mondiale, “Inseparabili” non solo sposta il focus della filmografia cronenberghiana dal body horror al (melo)dramma psicologico, ma è l’unico film che io conosca dove il protagonista sia esplicitamente doppio. Infatti abbiamo visto e vedremo lungo tutta la storia del cinema personaggi femminili doppi o che si sdoppiano, personaggi che di solito rappresentano la doppiezza del protagonista maschile oppure l’ambiguità del desiderio dello spettatore, che su quei personaggi femminili proietta le proprie voglie consce e quelle inconsce.
Da “Metropolis” a “Quell’Oscuro Oggetto del Desiderio”, da “La Donna che Visse Due Volte” a “Strade Perdute”, infatti, nel cinema è sempre la donna in quanto desiderata da un uomo a diventare doppia: doppio meccanico, doppio attoriale, eccetera. Ma mai un regista si era cimentato con la doppiezza del protagonista, cui quella del suo oggetto del desiderio allude. E allora eccolo l’antecedente di questo “Inseparabili”: “Blade Runner” di Ridley Scott, con quel protagonista del cui statuto ontologico (umano? robot?) ci ritroviamo a dubitare sin dalla prima versione.
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Ma veniamo alla trama del film. I gemelli Mantle – che si pronuncia come ‘mental’ – interpretati da un magistrale Jeremy Irons sono due ginecologi, chirurghi e ricercatori di chiara fama. Questa almeno è la loro maschera. Ma sono viziosi e aggressivi predatori sessuali, tossici e co-dipendenti nella loro realtà intima. Tutto sembra procedere alla perfezione, con la mano destra che non sa cosa fa la sinistra, fino a quando arriva come loro paziente l’attrice Claire Niveaux (Geneviève Bujold), la quale a causa di una malformazione all’utero soffre di un problema di sterilità.
Se dunque Elliot Mantle è il primo a papparsela in un bel boccone, dopo averla adeguatamente sedotta, sarà Beverly a innamorarsi di lei. E subito arrivano i primi guai, perché il più nerd e fragile dei due gemelli inizia subito a dubitare di sé, vedendosi con gli occhi di lei. ‘Mi stai dando dell’omosessuale? … O vuoi forse dire che mi madre avrebbe voluto due figlie? Che stronzate da psicanalisi sono queste?’ si lamenta innervosito mentre aiuta l’attrice a recitare una parte?
E la Niveau, attrice abituata a impersonare mille ruoli e a gestire l’evanescenza della propria personalità – per sedare la fame della quale vorrebbe un figlio, per ‘smettere di essere una ragazza e diventare una donna’ – è per i due gemelli la ‘madre degli specchi’, come avrebbe detto Harvey Keitel di Madonna in un film che analizzeremo tra un po’: ‘più non rifletti nessuna immagine, più lui vede quello che non è’. Claire dunque è l’indigeribile, la persona che, anche a condividerne il letto, non può essere posseduta. Ed è quindi la persona più degna di spezzare l’incantesimo.
C’è una malinconia di fondo in questa pellicola cronenberghiana, fortissima, e questo non ostante le scene finali siano scene di morte, e quindi drammatiche. Ma ciò che permane è un senso di perdita: perdita dell’innocenza, perdita dell’altro di sé, perdita degli affetti. In fondo prima dell’arrivo di quella donna era tutto perfetto. Anche per lo spettatore, che segretamente sogna una vita come quella dei due gemelli, anche se non lo ammetterà mai: tanti soldi, successo, tutte le donne che vuole, capacità di gestire al meglio anche le droghe. Cosa volere di più dalla vita?
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No. Al regista canadese ciò che preme di più è calare l’orrore che ha sempre ripreso, che sia allucinatorio o reale – ma importa? Non è forse reale una allucinazione per via degli effetti che produce? – in un contesto umano, che ne mostri a tutti l’essenza, la familiarità. Quella familiarità che vorremmo allontanare separandoci ad esempio dall’altro ‘folle’, come direbbe Foucault ne “La Nascita della Clinica”. Per rassicurarci. Ecco: Cronenberg ci toglie dagli occhi il velo di Maya e ci lascia tra le braccia della nostra vera immagine.
E allora ecco che il regista non fa altro che mostrarci ciò che ci appartiene da sempre: desiderio, regressione, scissione, proiezioni, per quanto poco comuni – forse – nella nostra vita, ci appartengono, e vengono sciorinati sotto il nostro sguardo in un modo freddo, senza nessun desiderio di shockare, ma con l’intento invece di farci immedesimare in quei due corpi che assieme non fanno una personalità compiuta. Perché siamo noi, siete voi, ad essere divisi tra una maschera pubblica e un grumo di pulsioni private che, fino a che la prima regge, potrete far finta di non vedere. Ma che sono, in realtà, tutto ciò che avete di vostro, di reale, di vero.
Articolo di: Gian Paolo Galasi


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