“Ho amato una donna creata da un uomo, quindi ho amato la perfezione”. Che corto circuito questo film del genio Cronenberg. Misoginia? Omosessualità repressa? Cosa si nasconde nella mente di René Gallimard, al di là dell’ignoranza del fatto che tutti i ruoli all’opera cinese sono interpretati da uomini, o al di là del proprio desiderio colonialista di amare una donna orientale a tutti i costi? Forse non è qualcosa di profondo come pensiamo, ma è un mero gioco di superfici, come testimonia la psicoanalista francese Eugenie Lémoine-Luccioni nel suo saggio “Psicanalisi della Moda”?
“L'inconscio, come sostiene Jacques Lacan, è 'strutturato come un linguaggio'. Anche il vestito lo è. E, proprio come l'inconscio, può ritagliare forme più o meno primitive ed elaborate che producono sogni o incubi. Ma anche qualcosa di amorfo per chi non sa interpretare. Che cos'è più radicale, un colpo di forbici o un tratto di matita? Sia l'uno sia l'altro danno origine a una superficie. Ciò che decide è il desiderio e l'atto del soggetto che si imprimono sulla superficie cui danno origine.”
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Più prosaicamente Réné Gallimard (Jeremy Irons) è un diplomatico in carriera, che viene adescato da un(a?) cantante lirica di Beijing, Song Liling (John Lone, già conosciuto al grande pubblico per “L’Anno del Dragone” di Cimino e “L’Ultimo Imperatore” di Bertolucci), la quale non è altri che una spia. Tra i due nasce una liaison amorosa, durante la quale Song fa credere a Réné addirittura di aver avuto un figlio da lui. Responsabile almeno in parte della sconfitta americana in Vietnam, e trafugatore inconsapevole di importanti rapporti, Gallimard verrà processato per alto tradimento e si toglierà la vita in prigione.
La storia, tratta da una pièce teatrale di David Henry Hwang a sua volta ispirata a un fatto di cronaca, finisce nelle sale cinematografiche per volontà dello stesso Cronenberg, il quale dopo aver trasposto cinematograficamente “Il Pasto Nudo” di William S. Burroughs vuole cimentarsi con un soggetto che sente affine alla propria poetica. Se infatti la precedente pellicola narrava la genesi del romanzo dello scrittore beat, affrontando il nodo dell’accettazione del proprio desiderio, in quest’opera invece il regista si confronta con il come il desiderio possa mutare la percezione del soggetto stesso.
E’ chiara a questo punto la similitudine con un altro capolavoro di Cronenberg, ovvero quel “Videodrome” dove però a mutare era sì la percezione della realtà da parte del protagonista Max Renn, ma lo spettatore in quel caso restava in sospeso tra cause endogene (un tumore?) e cause esogene (le onde televisive). Qui invece è evidente che a far mutare la forma di Song è il desiderio di Réné, che viene quindi messo al microscopio dal regista e dall’interpretazione perfetta di Irons.
Fino a che punto un uomo può reggere alla menzogna che ha costruito per sé stesso? Sicuramente fino alla simulazione dell’amplesso – a un certo punto vediamo una immagine di Irons con Lone seduto sopra di lui, entrambi su una sedia, di fianco al letto intonso – e della filiazione, spetterà poi a uno spazio claustrofobico come quello del cellulare, in cui la spia si mostra nuda allo sguardo di Irons per la prima volta in assoluto, essere scena dell’agnizione.
Toccherà a un altro spazio invece ampio e arioso, pur non ostante il luogo che lo contiene, ovvero il teatro della prigione (sineddoche pefetta?), contenere il suicidio di Irons/Gallimard. Ecco quindi che il massimo della finzione scenica (il teatro) e il massimo dell’aderenza realistica (la narrazione autobiografica) non possono altro che condurre al ‘cupio dissolvi’, e forse gli ultimi minuti della pellicola sono un’amara riflessione sulle avanguardie artistiche dopo gli anni del ‘riflusso’.
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“M. Butterfly” fu un fiasco clamoroso, e questo non ostante in quegli stessi anni due pellicole portassero in scena elementi simili: “La Moglie del Soldato” di Neil Jordan e “Addio Mia Concubina” di Chen Kaige. Ma Lone era troppo uomo per passare per donna agli occhi dello spettatore, così almeno molte critiche statunitensi al film, vuoi per le sue interpretazioni precedenti vuoi per i suoi tratti somatici, e questo elemento è altamente sintomatico: lo spettatore medio del cinema infatti desidera essere irretito, non analitico nei confronti dei film che guarda.
E allora “M. Butterfly” può essere letto anche come un saggio sul cinema stesso. E’ ancora presto, siamo solo nel 1993, per parlare di ‘morte al lavoro’ e citare Cocteau, come andrà di moda presso i cinefili di vaglia già alla fine di quel decennio – lo stesso Cronenberg darà la stura con un capolavoro come “Crash” – ma quello che si evidenzia nella pellicola è che la separazione tra realtà e illusione, su cui si basa il cinema stesso, in quanto da sempre proiezione dei desideri dello spettatore, può arrivare al punto di un rifiuto mortifero della realtà stessa. Basti pensare a tutta la riflessione di Débord sui mezzi di comunicazione di massa per capire quanto è alienato il fruitore dello spettacolo, senza tirare in ballo, anche se ad uopo, le nostalgie fasciste di molti nostri contemporanei.
Articolo di: Gian Paolo Galasi



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