sabato 4 dicembre 2021

Cry Macho di Clint Eastwood

Ho sempre avuto un rapporto di amore e odio nei confronti di Clint Eastwood. Un regista che a volte tira fuori dei favoloni come Potere Assoluto, dove interpreta l’antagonista di un presidente degli Stati Uniti tutto fuorché d’un pezzo e riesce ad averla vinta, oppure The Changeling – sì, per me è un favolone – dove Angelina Jolie riesce a uscire dalle maglie del potere psichiatrico e a recuperare il figlio. Insomma, cinema consolatorio. 

Per di più, di recente l’attore e regista americano se ne era uscito con degli strani endorsement a Trump che mi avevano fatto drizzare i – pochi – capelli in testa. Non che ci fosse da stupirsene, se si comprende la filosofia dietro Bird, il film realizzato da Clint con Forest Withaker nei panni del jazzista bebop Charlie Parker, un saggio su genio e sregolatezza che oscura tutta la parte di odio interiorizzato e ferite interiori che una vittima del razzismo può sviluppare. E quindi mi sono ritrovato a pensare che è normale cadere dalla metafisica al conservatorismo, purtroppo.

 


Però. Come dice Salvo Randone nel film di Petri, c’è un però. E questo però sono certe pellicole come Million Dollar Baby con la bravissima Hilary Swank, dove si mette sotto la lente del microscopio sia il mondo della boxe che, con esso, il sogno americano del self made man. Oppure The Mule, dove la riflessione sul diventare vecchi si scontra con la realtà del mercato clandestino e della vita vera, e la ricerca di un senso diventa qualcosa di meno astratto e più concreto. E allora ti dici che vale comunque la pena dare una chance ai nuovi film di Eastwood, per capire cosa è maturato in lui come persona dall’ultima volta che vi siete incontrati in sala.

E dunque, anno domini 2021, è tempo di Cry Macho. Macho è il gallo del tredicenne Rafo (Eduardo Minett), figlio conteso da due genitori che hanno sempre usato la prole come strumento di reciproco ricatto, e che ha imparato presto che la strada poteva essere, con tutti i rischi connessi, la sua migliore amica. Eastwood è invece Mike Milo, un vecchio allevatore di cavalli che dopo un incidente che ne ha stroncato la carriera e la perdita in un incidente di moglie e figlio ha trovato consolazione e rovina nell’alcool. 

Il suo scopo è quello di riportare a casa in Texas il figlio dell’amico che gli ha fatto un sacco di favori economici in nome di una vecchia amicizia, sottraendolo alla poco accorta e poco affettuosa madre. Ma l’interesse dell’uomo non è solo una nobile paternità, bensì interessi economici, per i quali vorrebbe utilizzare nei confronti della moglie il figlio quale leva. Rafo e Mike sono dunque accomunati non solo dal condividere un viaggio pieno di insidie, ma anche dall’essere pedine di giochi più grandi di loro.

 


Eppure non tutti sono gretti e violenti. In un piccolo paese dove i due giungono dopo aver perso la macchina e contemporaneamente braccati dalla polizia federale, conoscono Marta e le sue figlie e nipoti. Potrebbe nascere una storia d’amore, ma le circostanze stringono e Rafo decide di attraversare il confine – ma siamo nel 1980, non c’era ancora il muro sul confine col Messico, solo blandi e più umani controlli della polizia – mentre Mike pensa di restare a vivere la sua vecchiaia in Messico. 

Film sulla paternità, tema già toccato da Eastwood col bel Un Mondo Perfetto, e sui sentimenti, come già I Ponti di Madison County, Cry Macho è anche una pellicola che tocca il tema del cosa significhi essere uomini spostando il problema dall’ottica identitaria a quella relazionale. Certo, “questa cosa dell’essere macho è sopravvalutata”, ma soprattutto sono i desideri, da quello di diventare domatore di cavalli alle prime vicissitudini sentimentali a completare un percorso di formazione che permetterà al giovane protagonista non di arrivare a un lieto fine bensì a maturare una decisione quali che siano poi le vicissitudini che noi non vedremo nella pellicola.

Peccato pertanto per una certa lentezza nella seconda parte del film, e per un eccessivo utilizzo del miele, ma si sa che i vecchi sono più sentimentali dei giovani – credo, almeno – e che in fondo vivere una relazione utilitaristica coi propri genitori è un problema che il cinema si pone da quando ha smesso di credere alla psicanalisi vecchio modello e a rendersi conto che sono i figli a rischiare, e non il contrario. Ma di questo tema abbiamo già discusso molto, e se anche Eastwood non è Lynch, tuttavia aspettiamo sempre con piacere le sue pellicole sperando che possano stupirci. Questa volta il miracolo è avvenuto a metà.