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domenica 8 maggio 2022

Lo Stato Vs Billie Holiday di Lee Daniels

Il genere del biopic di musicisti dall’aura mitica (Ray di Taylor Hackford e Bird di Clint Eastwood su tutti) è stato affrontato a più riprese dal cinema americano e non solo. Spesso infatti siamo di fronte a esseri umani prodigiosi, dai doni artistici eccelsi e dalle vite altrettanto intense. E’ sicuramente questo il caso di Billie Holiday, al secolo Eleanora Fagan, figlia di una prostituta, abusata a soli 10 anni da un cliente della madre, e per questo presto schiava dell’eroina che in qualche modo ne placava un poco gli umori e l’indole autodistruttiva, dotata di una voce unica, ancora  oggi metro di paragone per chiunque, donna, voglia affrontare la vocalità in ambito jazz.

Il fatto è che la voce di Billie aveva un vissuto unico. Basta ascoltare un disco come Lady in Satin per rendersi conto che quella pasta sonora fatta di alcool, eroina e vita poteva cantare blues dolenti, torch songs piene di malessere esistenziale, ma anche una canzone come Strange Fruit, fredda e terribile cronaca di un linciaggio, senza colpo ferire. Per questo motivo l’FBI tenterà a più riprese di mettere in croce la Holiday accusandola del reato di tossicodipendenza, facendola pedinare e addirittura amare da un agente neanche tanto in incognito. Ma qui c’è tutta Billie, i cui uomini erano per lo più impresari papponi che le succhiavano la linfa vitale lasciandole solo le briciole.

A dirla tutta questo Lo Stato VS Billie Holiday trasuda un bel po’ di retorica, e anche se ciò che narra è tutto vero, quello che manca, come in molti prodotti di entertainment anche socialmente consapevole made in USA è l’uso delle pause e dello spazio, che consentano allo spettatore di riflettere sé stesso e le proprie pulsioni, qui completamente assente, e l’interrogazione, ancora, dello spettatore stesso, rispetto al suo desiderio nei confronti di ciò che sta vedendo. Il film di Lee Daniels (Precious, The Butler) manca, come alcune delle sue opere precedenti, proprio di questo aspetto. Per non contare poi della messa in scena della musica. 


Sarà perché ho appena finito di leggere dei saggi di Amiri Baraka sul jazz, ma la Holiday era unica perché ha preso delle canzonette (Tin Pan Alley) e una manciata di brani blues e li ha trasformati in inni al masochismo insito nella vita di chi si suppone sia nato schiavo e debba restare tale (T’Ain’t Nobody Business if I Do, Fine and Mellow), ma la genesi artistica della musica di Billie Holiday è appena sfiorata, a differenza di quanto fa, lo citavamo all’inizio, Taylor Hackford con il soul di Ray Charles la cui genesi artistica nel film è integrata con pennellate vivide ed efficaci.

Bene quindi i locali fumosi – come certe foto iconiche finite anche sulle copertine dei dischi Blue Note d’epoca – e bene che la piccola Eleonora viva in ambienti dove si ascolta Bessie Smith, ma le sue peculiarità artistiche vengono purtroppo lasciate da parte. In questo modo anche il contrasto tra la creatività, che reca sempre con sé qualcosa di gioioso, e l’esistenza tra uomini squallidi e razzismo perde in forza, dandoci della Holiday una visione troppo monodimensionale – tranne che per ciò che tutti ormai abbiamo imparato per educazione, voglio dire.

Ecco allora che sarebbe valsa la pena dare più spazio anche a un ‘comprimario’ come il sassofonista Lester Young, la cui presenza qui è risibile, quale insostituibile partner creativo dall’approccio indolente, pigro e ironico a fare da controcanto alla voce profonda e vissuta di Lady Day. E a dirla tutta, manca un approccio che modernizzi la relazione tra cantante e show business. Troppo simile la scena di Billie portata via a forza dai suoi musicisti mentre la polizia irrompe sul palco con quella di Straight Outta Compton quando gli NWA intonano Fuck Da Police, fermo restando i tempi e il genere musicale differenti. 


Oggi che un artista come Childish Gambino ha puntato il dito contro il mondo dell’entertainment contemporaneo con la sua This Is America, occorrerebbe forse fare un passo avanti e non due indietro. La stessa Holiday infatti ha dichiarato a più riprese di essere rimasta una schiava, anche se ben pagata, e questo per la struttura stessa della macchina che la conteneva. Ecco che allora le pulsioni autodistruttive, la droga, gli uomini sfruttatori, si spiegano benissimo: non ricordo più quale attivista ha dichiarato che vivere in un ambiente sistemicamente razzista è come essere sottaceti in salamoia, nel senso che gli individui ne sono profondamente impregnati.

Ma, dicevamo, non è solo la società a essere intrisa di pregiudizi: la macchina da business dell’intrattenimento è infatti ideologicamente costruita per mantenere lo status quo, ed ecco quindi che anche nel film si sottolinea come la Holiday fosse diventata la controparte ‘cattiva’ della più ‘rispettabile’ Ella Fitzgerald, che però una canzone come Strange Fruit non l’ha mai cantata. Insomma, un po’ come chi ha contrapposto Martin Luther King a Malcolm X. Ricordate, no? Varrebbe forse la pena paragonare la macchina da business di quell’epoca a quella odierna allora, dove non c’è spazio per l’impegno oppure esso c’è solo se viene affrontato lasciando lo spettatore al riparo dalle proprie pulsioni negative, come se ci si potesse appellare a una sua innocenza e non a una sua effettiva correità.

Ecco che allora l’operazione di questa pellicola, pur interessante a sprazzi, si fa ideologica e retorica in quanto la Holiday ci fa la figura dell’artista geniale e dal passato terribile – figura drammatica in senso classico per eccellenza, certo, ma – e nello stesso tempo si ricollega proprio a quel Bird di Eastwood dove l’ignaro – ma fino a quanto innocente? – Eastwood paragona proprio Bird e Diz come fossero due volti, quello autodistruttivo e quello conscio, dell’anima dell’oppresso. Qui siamo un passo oltre, ma non per un eccesso di coraggio del regista, ma perché fortunatamente almeno da questo punto di vista la società è diventata più consapevole. Ma si è mai visto un film notevole per inerzia? Certo che no. Al limite tale opera può essere considerata sintomatica. 


 

sabato 4 dicembre 2021

Cry Macho di Clint Eastwood

Ho sempre avuto un rapporto di amore e odio nei confronti di Clint Eastwood. Un regista che a volte tira fuori dei favoloni come Potere Assoluto, dove interpreta l’antagonista di un presidente degli Stati Uniti tutto fuorché d’un pezzo e riesce ad averla vinta, oppure The Changeling – sì, per me è un favolone – dove Angelina Jolie riesce a uscire dalle maglie del potere psichiatrico e a recuperare il figlio. Insomma, cinema consolatorio. 

Per di più, di recente l’attore e regista americano se ne era uscito con degli strani endorsement a Trump che mi avevano fatto drizzare i – pochi – capelli in testa. Non che ci fosse da stupirsene, se si comprende la filosofia dietro Bird, il film realizzato da Clint con Forest Withaker nei panni del jazzista bebop Charlie Parker, un saggio su genio e sregolatezza che oscura tutta la parte di odio interiorizzato e ferite interiori che una vittima del razzismo può sviluppare. E quindi mi sono ritrovato a pensare che è normale cadere dalla metafisica al conservatorismo, purtroppo.

 


Però. Come dice Salvo Randone nel film di Petri, c’è un però. E questo però sono certe pellicole come Million Dollar Baby con la bravissima Hilary Swank, dove si mette sotto la lente del microscopio sia il mondo della boxe che, con esso, il sogno americano del self made man. Oppure The Mule, dove la riflessione sul diventare vecchi si scontra con la realtà del mercato clandestino e della vita vera, e la ricerca di un senso diventa qualcosa di meno astratto e più concreto. E allora ti dici che vale comunque la pena dare una chance ai nuovi film di Eastwood, per capire cosa è maturato in lui come persona dall’ultima volta che vi siete incontrati in sala.

E dunque, anno domini 2021, è tempo di Cry Macho. Macho è il gallo del tredicenne Rafo (Eduardo Minett), figlio conteso da due genitori che hanno sempre usato la prole come strumento di reciproco ricatto, e che ha imparato presto che la strada poteva essere, con tutti i rischi connessi, la sua migliore amica. Eastwood è invece Mike Milo, un vecchio allevatore di cavalli che dopo un incidente che ne ha stroncato la carriera e la perdita in un incidente di moglie e figlio ha trovato consolazione e rovina nell’alcool. 

Il suo scopo è quello di riportare a casa in Texas il figlio dell’amico che gli ha fatto un sacco di favori economici in nome di una vecchia amicizia, sottraendolo alla poco accorta e poco affettuosa madre. Ma l’interesse dell’uomo non è solo una nobile paternità, bensì interessi economici, per i quali vorrebbe utilizzare nei confronti della moglie il figlio quale leva. Rafo e Mike sono dunque accomunati non solo dal condividere un viaggio pieno di insidie, ma anche dall’essere pedine di giochi più grandi di loro.

 


Eppure non tutti sono gretti e violenti. In un piccolo paese dove i due giungono dopo aver perso la macchina e contemporaneamente braccati dalla polizia federale, conoscono Marta e le sue figlie e nipoti. Potrebbe nascere una storia d’amore, ma le circostanze stringono e Rafo decide di attraversare il confine – ma siamo nel 1980, non c’era ancora il muro sul confine col Messico, solo blandi e più umani controlli della polizia – mentre Mike pensa di restare a vivere la sua vecchiaia in Messico. 

Film sulla paternità, tema già toccato da Eastwood col bel Un Mondo Perfetto, e sui sentimenti, come già I Ponti di Madison County, Cry Macho è anche una pellicola che tocca il tema del cosa significhi essere uomini spostando il problema dall’ottica identitaria a quella relazionale. Certo, “questa cosa dell’essere macho è sopravvalutata”, ma soprattutto sono i desideri, da quello di diventare domatore di cavalli alle prime vicissitudini sentimentali a completare un percorso di formazione che permetterà al giovane protagonista non di arrivare a un lieto fine bensì a maturare una decisione quali che siano poi le vicissitudini che noi non vedremo nella pellicola.

Peccato pertanto per una certa lentezza nella seconda parte del film, e per un eccessivo utilizzo del miele, ma si sa che i vecchi sono più sentimentali dei giovani – credo, almeno – e che in fondo vivere una relazione utilitaristica coi propri genitori è un problema che il cinema si pone da quando ha smesso di credere alla psicanalisi vecchio modello e a rendersi conto che sono i figli a rischiare, e non il contrario. Ma di questo tema abbiamo già discusso molto, e se anche Eastwood non è Lynch, tuttavia aspettiamo sempre con piacere le sue pellicole sperando che possano stupirci. Questa volta il miracolo è avvenuto a metà.