“Una distopia, o anche anti-utopia, contro-utopia, utopia
negativa o cacotopia, è una descrizione o rappresentazione di una realtà
immaginaria del futuro, ma prevedibile sulla base di tendenze del presente percepite
come altamente negative, in cui viene presagita un’esperienza di vita
indesiderabile o spaventosa” (Wikipedia Italia). Fin qui tutto bene: cinema e
letteratura sono piene di distopie, da “1984” a “Ghost in the Shell”. Ma cosa
succede se la distopia non è più il futuro, bensì il presente?
Anno 2035. James Cole (Bruce Willis), detenuto per omicidio
e altri reati, viene cooptato da un gruppo di scienziati per un’impresa
eccezionale: tornare nel passato, per la precisione nel 1996, e scoprire da
dove viene un misterioso virus che ha ucciso circa cinque miliardi degli
abitanti della terra prima di mutare e di rendere il pianeta abitabile solo
agli animali. Il primo viaggio nel tempo proietta Cole per errore nel 1990,
dove verrà arrestato e internato in una clinica psichiatrica dove conoscerà la
psichiatra Kathryn Railly (Madeleine Stowe) e il folle, figlio di un noto
virologo, Jeoffrey Goines (Brad Pitt).
Dopo questo primo viaggio nel tempo, dove vediamo i malati
di mente rinchiusi esattamente come gli uomini del futuro, o come gli animali
negli zoo nel corso del film, Cole inizia a sospettare che Goines abbia appreso
proprio da lui la storia del virus e si sente pertanto colpevole di aver forse
posto fine al mondo così come lo conosce. Quando gli viene quindi prospettato
un altro viaggio nel tempo, alla ricerca del misterioso “Esercito delle 12
scimmie”, decide di accettare, non prima ovviamente di un altro errore di
trasbordo temporale che lo porta nella prima guerra mondiale dove si beccherà
una pallottola.
Eccoci dunque nell’”anno giusto”, il famoso 1996. Cole
riesce a rapire la Railly dopo una conferenza, ma dopo una serie di
rocambolesche avventure e altri viaggi nel tempo, Cole capisce che in realtà il
“piano” di Goines era esclusivamente quello di realizzare un’azione animalista
(liberare gli animali di uno zoo) e che quindi qualcun altro – riconosciuto
dalla dottoressa in aeroporto – era responsabile del diffondersi del virus per
il mondo. Tutto questo, tra paranoie, messa in discussione continua della
realtà percepibile, allucinazioni (la voce misteriosa che suggerisce a Cole
cosa fare tra un viaggio nel tempo e l’altro), citazioni di Hitchcock (Cole e
la Railly che si truccano per sfuggire alla polizia in un cinema in cui viene
proiettato “La Donna Che Visse Due Volte” e “Gli Uccelli”), e sghembe
inquadrature alla Orson Welles che sono un po’ il marchio di fabbrica dei film
di Gilliam dai tempi di “Brazil”.
Liberamente ispirato al film “La Jetée” (1962) del cineasta
di culto Chris Marker, il film di Gilliam mette tanta carne al fuoco. La follia
di una società dove gli uomini sono ridotti a consumatori senza un altro scopo
che l’accumulo compulsivo, la normalizzazione di qualsiasi forma di malessere –
non arriveremo alla ribellione cosciente - tramite la psichiatria, la dittatura
scientifica dopo la pandemia del futuro e quindi l’impossibilità di affrontare
il tabù della morte dal punto di vista simbolico e culturale, l’impossibilità
di modificare il tempo e l’illusione di poter avere un ruolo nello scacchiere
dell’evoluzione (o involuzione/estinzione?) umana.
Significativo da questo punto di vista è il sogno che fa
Cole ogni volta che si addormenta. Infatti da bambino aveva assistito,
nell’aeroporto dove da adulto verrà colpito da una pistola appartenente a un
poliziotto, all’omicidio del proprio sé adulto (l’impossibilità di raggiungere
se stessi che già avevamo visto nella recensione di “Strade Perdute” di Lynch).
Durante le diverse versioni di questo sogno, cambiano i soggetti presenti nel
sogno stesso: ora c’è Jeffrey Goines che gli intima di spostarsi, ora c’è
Kathryn Railly che urla straziata dopo che egli è stato colpito alle spalle
dall’arma da fuoco, queste visioni ci lasciano con un dubbio fortissimo: è
l’incontro col reale che ci permette di focalizzare più nitidamente i ricordi,
oppure una realtà qualsiasi può alterare la nostra memoria mescolando con essa
frammenti più o meno casuali? Dov’è, dunque, la “verità” storica di un
determinato individuo?
Inizialmente Gilliam avrebbe voluto Nick Nolte nei panni di
Cole e Jeff Bridges (che già aveva lavorato col regista in “La Leggenda del Re
Pescatore”) nei panni di Goines, ma la Universal rifiutò queste assegnazioni e
ritenne Willis più adatto per il ruolo di protagonista. Per quanto riguarda Brad
Pitt, il film di Gilliam si inserisce perfettamente nella creazione del suo
‘mito’, in quanto distribuito in contemporanea con “Seven” di David Fincher e
un anno dopo “Intervista col Vampiro” e “Vento di Passioni”. La Stowe invece
venne scelta dopo che Gilliam la provinò per il suo adattamento
cinematografico, poi abbandonato, di “A Tales of Two Cities”.
Visto dopo 15 anni dalla sua uscita nelle sale, questa
pellicola di Gilliam risulta essere probabilmente la sua seconda migliore
produzione in assoluto dopo il capolavoro “Brazil”, con cui condivide il tema
della pseudo-onnipotenza della scienza/burocrazia, la fotografia di Roger Pratt
e molte scelte registiche (l’uso di lenti che deformano la prospettiva).
Inoltre, data l’attuale pandemia, il film risulta probabilmente quello più
profetico in assoluto. L’incredulità ai germi di Goines e in generale il suo
malessere vago di fronte al consumismo, che lo porta ad essere al massimo
adorato leader di una dozzina di ‘liberali pipparoli’, per usare un’espressione
dello stesso personaggio interpretato da Pitt, rispecchia certi ‘complottismi’
da social odierni.
La creazione in laboratorio del virus è anch’esso un tema
che ha rimbalzato molto per la rete e che è stato diffuso dalla stampa di
destra. Infine, il tema dell’inutilità dell’uomo con l’automazione, la perdita
di centralità del lavoro e l’impossibilità dell’individuo di realizzarsi anche
solo come consumatore felice, secondo il modello neoliberista, è un’altra delle
tematiche centrali del film che oggi si sono tristemente realizzate. Ma su
tutto, campeggia il discorso della Stowe sull’onnipotenza della psichiatria:
“La psichiatria come religione, noi decidiamo chi è pazzo e chi non lo è.
Voglio il beneficio del dubbio, sto perdendo la fede”.
Articolo di: Gian Paolo Galasi


