domenica 31 dicembre 2023

Foglie al Vento di Aki Kaurismaki

Vale la pena andare al cinema e immergersi nelle immagini e nel racconto di questo film. Qualcuno ha già scritto che Kaurismaki oggi come oggi è in un mondo a parte, in un mondo di una classicità tutta sua dove i personaggi che vivono una condizione di solitudine estrema – addirittura quando invitano a cena un ospite devono comprarsi un altro piatto e altre posate – alla fine riescono con un gesto a riappropriarsi della vita non ostante le difficoltà.

Altri hanno notato le citazioni cinematografiche – Chaplin nel finale ad esempio – oppure la composizione fotografica e i colori, frutto delle solite ricerche spasmodiche del regista e del suo fotografo di scena Timo Salminen. Ma il vero motivo per cui andare a vedere questo film è la fiducia nell’umanità che Kaurismaki ancora nutre. Una umanità semplice, con uomini capaci di smettere di bere per amore e donne che ti leggono riviste di gossip mentre te ne stai in coma in ospedale.

E’ la storia di Ansa (Alma Poysti) e Holappa (Jussi Vatanen), lei cassiera di un supermercato licenziata perché ruba prodotti scaduti, lui operaio ubriacone che viene cacciato in malo modo dopo essersi ferito a seguito di un incidente con un macchinario vecchio. Entrambi soli, entrambi alla ricerca di una stabilità impossibile da ottenere in questo nostro mondo, con la radio che costantemente ricorda la guerra nella vicina Ucraina.

 


L’amore non è la risposta, ma è tanto, più di qualcosa. Forse Kaurismaki vuole ricordare, col suo cinema, che non vale la pena rimpicciolire il proprio campo energetico solo perché gli eventi della vita remano contro a tutte le persone che attraversano guai come i suoi due protagonisti, o forse lo vuole ricordare a tutti noi, nessuno escluso. Sta di fatto che la luce riscalda queste fredde giornate autunnali.

Anche al lordo di qualche risata, come quando gli spettatori di The Dead Don’t Die di Jarmusch commentano di aver visto un film che ha ricordato loro il Diario di un Curato di Campagna di Bresson o Il Disprezzo di Godard ad esempio, o come quando Holappa si rifiuta inizialmente di andare al karaoke con l’amico e convivente interpretato da Janne Hyytiainen (già protagonista di Le Luci della Sera) perché ‘I duri non cantano’.

Quarto capitolo di una tetralogia ‘dei perdenti’ assieme ai precedenti Ombre nel Paradiso, Ariel e La Fiammiferaia, Foglie al Vento ci mostra un Kaurismaki in splendida forma, con molte frecce al suo arco anche per il prossimo futuro. Film ‘fuori classifica’ rispetto alle mie visioni di quest’anno perché vive in un universo tutto suo, sono felice abbia chiuso le mie visioni di quest’anno col suo tocco di malinconia agrodolce. 


 

domenica 17 dicembre 2023

20.000 Specie di Api di Estibaliz Urresola Solaguren

Esordio sulla lunga distanza per Solaguren e già Orso d’Argento per la migliore interpretazione alla giovanissima protagonista Sofia Otero. Un cinema allegorico (troppo per molti, non per noi ma ci torniamo) e nello stesso tempo concretissimo nel raccontare un’estate di una bambina transgender di otto anni che cerca di esplorare e capire la propria identità e di farla accettare al mondo che la contiene e che non sempre capisce.

Tra metafore religiose - Santa Lucia che come tutti i santi paga un prezzo per essere sé stessa, e indovinate che nome sceglierà la protagonista al posto di quello assegnatole alla nascita … - e naturalistiche - le api che donano vita con miele e cera ma che fanno anche paura sono a mio avviso una metafora azzeccatissima nel vedere il brulicare umano attorno alla bambina e i suoi ancora da decifrare moti dell’animo - tra statue del nonno che la madre della ragazzina, figlia dell’artista, cerca di copiare per ottenere una cattedra – tutti nel film cercano qualcosa, fosse anche solo la statua di un Santo andata perduta, e questa condizione di fragilità esistenziale comune è un piccolo colpo di genio – e piscine, princìpi d’incendio, costumi da sirene e feste di famiglia.

E’ un cinema appunto basato sulla ricerca del proprio posto nel mondo e sulla ricerca interiore di sé da parte dei personaggi presenti nel film, soprattutto da parte della giovane, della madre e della nonna che sono le figure più presenti e che interagiscono di più l’una con l’altra. E’ chiaro che è il tema che coinvolge, essendo di stretta attualità, ma non solo. Infatti la messa in scena è curatissima e assieme alla fotografia – quegli interni in cui la luce entra e il pulviscolo danza – e all’uso della mdp mai lezioso – e che anzi rischia di passare in secondo piano per quanto è discreto, o forse dovremmo dire, meglio, funzionale – permette una fruizione dove i singoli elementi sottolineano la storia e non distraggono da essa.

 


Per questo la pellicola è la nostra preferita tra quelle viste quest’anno, assieme a un altro film spagnolo recensito altrove – As Bestas di Sorogoyen – e conferma la vitalità del cinema iberico, uno attualmente dei migliori in Europa per solidità delle storie raccontate e per vitalità e precisione della messa in scena, laddove i fratelli maggiori, ad esempio quello francese e italiano, pur avendo brillato in vari episodi almeno quest’anno hanno dimostrato di essersi adagiati un poco sugli allori del loro glorioso passato.

Se quindi volete farvi un emozionante regalo di Natale, 20.000 Specie di Api è uscito nel momento giusto e pertanto spetta a voi approfittarne. Io non posso che appuntarmi un altro, un nuovo nome tra quelli da seguire, sperando che la distribuzione non ci giochi brutti scherzi in futuro. C’è da sperare in altri premi, che senz’altro fungono da catalizzatore perché un film venga portato nelle sale, anche perché in questo modo la qualità delle pellicole potrebbe lievitare e se questo è il livello dell’esordio di Solaguren, senz’altro ci aspettiamo con ansia sorprese degne di questo nome. 


 

lunedì 11 dicembre 2023

Palazzina Laf di Michele Riondino

Tratto dal romanzo Fumo sulla Città di Alessandro Leogrande e diretto da un Michele Riondino al suo esordio come regista, Palazzina Laf riprende certi legami col grande cinema di impegno sociale di autori come Elio Petri. Certo, mancano un Gian Maria Volonté, un Salvo Randone o le musiche di un Ennio Morricone, ma ci sono lo stesso Riondino, Elio Germano e per quanto riguarda il commento musicale c’è Mauro ‘Teho’ Teardo, compositore di musica contemporanea che ha già concorso ai David di Donatello, per dire un premio tra i tanti, come autore di musiche da film.

Primo film – ma non prima opera filmica in assoluto: c’era già stato il documentario di Valentina D’Amico La Svolta – Donne contro l’Ilva del 2010 – a parlare di quello che è stato uno se non il primo esperimento di mobbing di gruppo in Italia, distorsione del mondo del lavoro di cui si parla ancora troppo poco forse perché fa ancora troppa paura e forse perché si andrebbe contro la narrazione di un mondo del lavoro in cui anche la stampa più engagé fa fatica a puntare il dito contro certi impresari o certe multinazionali, Palazzina Laf raggiunge parzialmente lo scopo che si è prefissato.

In effetti, come già hanno notato più blasonati colleghi, manca in quest’opera un certo approfondimento dei personaggi che a Petri, per rimanere a un autore che già abbiamo citato, non mancava: qui non vedrete dialoghi intensi e spaesanti tra un Lulù Massa e un Militina, semmai qualche sparso e rado elemento onirico. E se Riondino nell’interpretare Caterino Lamanna e il suo rapporto ambiguo con Giancarlo Basile (Germano) ci dona un personaggio meno ambiguo di quello interpretato da Di Caprio nell’ultima fatica di Scorsese, ancora meno alfabetizzato alla consapevolezza – e non solo – quindi, c’è chi noterà come i simboli religiosi siano ancora elemento da cui si spera, popolarmente, una salvezza concreta e non metafisica.

 


E’ infatti con un funerale, con quei volti pasoliniani, che inizia la pellicola, per poi proseguire con l’introduzione del protagonista che inveisce contro gli operai che si lamentano davanti alle telecamere per la sicurezza inesistente nell’acciaieria. Caterino lavora in cokeria, perché non sa fare altro. E quando gli viene posta di fronte la possibilità di accedere a una maggior sicurezza economica, lui che si deve sposare con la zingara Anna (Eva Cela) e andare ad abitare in una casa più confortevole, anche se a scapito dei suoi colleghi che dovrà tradire facendo la spia nella palazzina del titolo, dove 70 figure specializzate marcivano in nome di una non meglio specificata riorganizzazione aziendale, non se lo farà ripetere due volte.

Non è cattivo Caterino, semplicemente è un uomo che pensa alle proprie misere tasche e che non sa nemmeno cosa sta facendo, come dimostrerà nel corso del processo il suo atteggiamento col Pubblico Ministero e cogli avvocati. Ed è proprio su questa sua dimensione pre-tragica, da sottoproletario – del resto ce lo ha insegnato già il sopra citato Pasolini che ‘innocente’ non significa ‘innocuo’ – che si innesca una vicenda così come la sua conclusione. Il tutto tra una pioggia quasi rosso sangue, segno di un’atmosfera malsana sia dal punto di vista etico che sul piano meramente materiale, tra sogni rivelatori, tra suoni dissonanti e quella voce che nel ricordare certe sperimentazioni contemporanee apre a uno squarcio di angoscia pura, ma di quella che non diventa mai vera tragedia, perché affinché ci sia dramma, ci deve essere consapevolezza.

Tra sindacalisti di buona volontà, tra invalidi che cercano il loro posto in una società che già tratta male le persone normodotate, figurarsi chi è bisognoso di qualche attenzione in più, tra interessi grandi come il portafogli dei proprietari dell’Ilva e piccoli come i loro cuori, Palazzina Laf ci mostra un mondo kafkiano, che rimpicciolisce gli esseri umani lasciando loro solo qualche fisima a ricordare sintomatologicamente tutto ciò che ha negato loro. Un’opera di impegno civile, come non stanno mancando in questo periodo storico in cui i diritti degli individui come quelli della collettività sono stati prima contrapposti e poi entrambi proditoriamente negati. Qualcuno aveva previsto che sarebbe stato proprio per via delle avverse condizioni politiche che l’arte avrebbe iniziato a riproporsi più attiva di prima. Speriamo che non si tratti solo del classico colpo di coda. 


 

venerdì 8 dicembre 2023

Il Male Non Esiste di Ryusuke Hamaguchi

Molte immagini di questa pellicola nascono come commento visivo alle performance della cantante Eiko Ishibashi, autrice delle musiche di Drive My Car del 2001, a testimoniare una continua e proficua collaborazione tra i due. Questo spiegherebbe, a voler essere solo dei tecnici, il perché di quelle inquadrature fisse, quando ad esempio Takumi (Hitoshi Omika) taglia la legna, o di quella lunga carrellata iniziale quasi che la soggettiva fosse quella del corso d’acqua presente nella pellicola.

Le riesci quasi a vedere quelle immagini proiettate sul palco di una performance della musicista collaboratrice di Jim O’Rourke. Ma la cosa interessante è che stanno bene anche nel contesto di un film autonomo. Il Male Non Esiste racconta la storia, collettiva ma anche individuale, di un paesino nella prefettura di Nagano dove un manipolo di persone avide di soldi pensano di impiantare un glamping, ovvero un camping glamour pensato per lo più per giovani artisti nel cuore di una foresta.

Fanno gola i soldi che il governo elargisce dopo la pandemia, e c’è chi farebbe di tutto per intascarsene una fetta. E così si cerca di passare sopra alle esigenze degli abitanti del villaggio di Mizubiki che vivono grazie a un raggiunto, anche se non facile, equilibrio con la natura. Infatti i padri degli abitanti attuali si sono trasferiti lì anch’essi grazie a fondi statali che dopo la guerra gli hanno permesso di coltivare della terra senza spendere una fortuna.


Tocca ai due portavoce della società in oggetto fare il ‘lavoro sporco’, ma mentre cercano di offrire a Takumi un lavoro all’interno del futuro glamping iniziano entrambi a capirne le ragioni. Sarò una piccola tragedia a ribaltare tutto, mostrando come gli affanni degli uomini siano poca cosa rispetto al ‘piano più vasto’. Il Male Non Esiste sembra proprio dirci questo, coi suoi campi e controcampi, con i suoi rumori fuori scena – gli spari dei cacciatori ad esempio – e le sue carcasse di cervo disperse nel bosco.

Ovvie sono le riflessioni sull’uomo e la sua collocazione nel mondo, ma forse questo film vuole dirci qualcosa di più. I cervi sarebbero aggressivi per l’uomo se si abituassero alla sua presenza, come si sente in una conversazione? Non li attaccano solo perché ne hanno paura? E il contatto sarebbe un valore aggiunto per il glamping o un danno per tutta la comunità? E l’eventuale inquinamento della falda acquifera?

Forse l’uomo ha una sua collocazione ‘strana’ in questo ecosistema. Può decidere di lasciarlo intatto e assecondarne i ritmi, come può decidere di stravolgerlo. Ma se a farne le spese è un innocente, ovvero una di quelle persone che ancora non può né prendere decisioni né prendere attivamente parte alla dissoluzione e all’eventuale sconvolgimento dell’equilibrio, allora non è forse nella possibilità stessa di scegliere e nella consapevolezza che risiede in qualche modo una salvezza, o almeno la sicurezza per sé stessi?

 


domenica 3 dicembre 2023

Kissing Gorbaciov di Andrea Paco Mariani e Luigi D’Alife

Sembra un’era geologica fa, di quelle coi dinosauri (che poi sarebbero i protagonisti di questo documentario, in via d’estinzione appunto), eppure c’è stato un mondo in cui ancora la musica non era solo una forma di intrattenimento tra le altre ma era un modo per dire delle cose sul mondo in cui si viveva. C’erano personaggi con una visione della realtà, che avevano chiaro cosa gli piaceva e cosa no, soprattutto, c’erano persone capaci di andare in direzione ostinata e contraria.

Quella musica chiamata rock, o meglio una sua derivazione, il post-punk, aveva prodotto a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta gruppi musicali che in tutto il mondo erano in grado di metterci sotto il naso la fine dei sorci che stavamo facendo a botte di tatcherismo, reaganismo e riflusso. Volete dei nomi? Facile: Devo, Pere Ubu, Joy Division, e qui in Italia in particolare band come i Litfiba e i CCCP Fedeli alla Linea.

Questi ultimi due furono protagonisti di una epica tournée in Russia nel periodo precedente al crollo dell’Unione Sovietica, quando grazie a Gorbaciov e alla glasnost/perestrojka si sperava in un socialismo dal volto umano lontano dagli orrori dello stalinismo. Tutto inizia con una manifestazione dal nome Le Idi di Marzo, che si tiene proprio in quel periodo a Melpignano, in cui vari gruppi rock sovietici e italiani si incontrarono e suonarono dei set roventi e intensi.

 


Melpignano, in Salento, era un paese anomalo rispetto alla democristiana terra italica dell’epoca. Governato da un manipolo di giovani comunisti – non giovani ‘di sinistra’, ma proprio comunisti duri e puri – il paesello era attento alle 2000 anime che conteneva e organizzare un raduno rock era un modo per fare festa tutti assieme. A questo evento seguirà appunto la tournée di Litfiba, CCCP e altri in terra sovietica, con due date, una a Mosca e l’altra a Leningrado.

Ecco un estratto da un comunicato congiunto dai due registi. “L’immagine prelevata dall’archivio non deve essere selezionata come semplice indice che testimoni l’avvenuta realtà di un evento passato, ma deve essere invece interrogata come una rappresentazione, cioè come un simbolo che dia la possibilità di sapere cogliere gli elementi della realtà passata e saperli interpretare nel nostro presente”.

E così il documentario diventa un crocevia dialettico, fatto di campi e controcampi tra le immagini e le foto di repertorio e i commenti dei protagonisti dell’epoca ripresi ai nostri giorni. Interessante che molti di loro messi di fronte alle immagini vivano cose che avevano dimenticato e che lo stesso Ferretti, frontman dei CCCP, si lasci andare a un commento che quasi sembra ricordare quello di Bill Pullman in Strade Perdute di Lynch.

 


Lontano dall’agiografia per un mondo perduto, quello del blocco sovietico, che gli stessi protagonisti, ad esempio gruppi rock underground russi, criticano apertamente (“mio padre è un fascista / Mussolini è un fascista / Stalin è un fascista” declama una canzone), è chiaro il gioco punk della band di Zamboni e compagni che pur partendo da una fascinazione “per l’acciaio e il cemento”, per la solidità, ha l’atteggiamento di chi usa quella stessa fascinazione come dispositivo dissacrante per criticare il mondo in cui vive, cioè il nostro.

Ma se la storia dei CCCP è ormai nota a tutti – ricordiamo che in questo stesso periodo a Reggio Emilia c’è una mostra riguardo la storica band, e che, al netto delle ristampe di tutti gli album, i quattro protagonisti si sono esibiti poco tempo fa in un concerto, o meglio in un “Gran Galà Punkettone” – è quell’amarcord negato, che sfocia non nella malinconia ma in un quasi-nichilismo che di quella storia è figlio legittimo, a fare da fil rouge dell’opera e, direbbe Roland Barthes, da punctum.

Ecco che quindi chi vorrà immergersi nelle immagini e nei suoni di quest’opera proverà lo stesso spaesamento che provavano i protagonisti e i comprimari – il pubblico, ça va sans dire – dell’epoca di fronte a una creatura più grande dei suoi creatori perché in fondo il desiderio è, in quanto principio di trasformazione, sempre ingestibile da parte di chi lo contiene. Anche solo per averci ricordato tutto ciò, e quanto è grande la confusione sotto il cielo, è valsa sicuramente la pena di esserci. Anche stavolta. 


 

lunedì 27 novembre 2023

La Chimera di Alice Rohrwacher

Arthur (Josh O’Connor) è appena uscito di prigione. Non ha voglia di rivedere i suoi vecchi amici che lo hanno lasciato catturare dai carabinieri mentre faceva il palo per loro, tombaroli – ovvero trafugatori di materiali prelevati da tombe etrusche – di ‘professione’. Vuole solo tornare nella sua dimora, una casetta di amianto, lavarsi ed essere lasciato in pace. Ma Arthur ha un dono prezioso: “sente” dove sono le tombe e sa indicare con precisione dove iniziare a scavare. Non può dunque essere lasciato in disparte.

Ogni tanto va a trovare Flora (Isabella Rossellini), madre della amata e perduta per sempre Beniamina (Yile Yara Vianello), la quale ha preso sotto la sua ala protettrice Italia (Carol Duarte) che, senza farsi accorgere, tiene un paio di bimbi in casa, con la scusa di pagare all’anziana donna con la servitù le proprie lezioni di canto. Arthur presto si fa convincere a tornare in affari coi vecchi amici per un tale Spartaco, ricettatore da loro mai visto in faccia nel cui studio portano quanto rubato dalle antiche tombe, non ostante la paura per gli spiriti dei morti.

Ma presto una immensa tomba con la statua in marmo di una importante divinità verrà trovata, e a questo punto alla storia viene impressa una svolta. Non vi raccontiamo di più ma vi anticipiamo solo che questo La Chimera è di fatto un film allegorico, dove la vita semplice di chi è senza denaro ma è in contatto col sacro e col mistero viene contrapposta alla fame di ricchezza che toglie umanità e spessore alle persone che abita, pasolinianamente.

 


Tuttavia l’intento allegorico di cui sopra a volte prevale sul racconto e gli elementi fantastici perdono di conseguenza forza. Apprezziamo moltissimo lo sforzo ma questo equilibrio era a nostro avviso più riuscito nella pellicola precedente di Rohrwacher, ovvero Lazzaro Felice del 2018. Eppure non ostante ciò ci sentiamo di esprimere un plauso per la pellicola, sapendo che siamo in Italia nel 2023 e che aver realizzato un’opera del genere oggi non dev’essere stato affatto facile.

Ci teniamo pertanto volentieri dubbi e perplessità in attesa di vedere come evolverà il lavoro della regista, potenzialmente molto interessante al punto da aver portato questo capitolo fino a Cannes quest’anno, dove, pur essendo stato in concorso per la Palma d’Oro, si è accontentato del non disprezzabile premio AFCAE – se ne è insignito in passato Parasite di Bong Joon-Ho. Il legame con la spiritualità forse andava indagato in maniera più approfondita, ma il fatto che oggi ancora se ne senta il bisogno ci pare ottima cosa.

Come affermava Jung e come nota l’antropologia, infatti, i nostri avi avevano un legame con il mondo dei morti e della fantasia, e il fatto di averlo superato potrebbe significare per la nostra contemporaneità solo l’aver reciso i legami con quella dimensione, e non averla assorbita e trasformata. Ben venga pertanto un lavoro come quello qui in esame dove si cerca, forse in maniera un poco naif, forse con una convinzione da rafforzare, di tornare un poco indietro nel tempo e di verificare se la nostra psiche di uomini contemporanei non abbia rinunciato a qualcosa di importante.

Il cinema può del resto servire anche a questa operazione, che è simbolica e quindi molto diversa da ciò che si fa sul lettino dell’analista. Non me ne voglia quindi il lettore se parlo di psiche: non penso che il cinema e quest’opera in particolare dovrebbero sostituire il lavoro dello specialista e di più per le masse, tutt’altro: il cinema come gli antichi aedi potrebbe restituirci un modo di ‘sentire’ più che di ‘ragionare’ e pertanto ci auguriamo di vedere altri lavori simili in futuro, solo un poco più strutturati. 


 

domenica 19 novembre 2023

The Old Oak di Ken Loach

Chi pensa che Loach faccia film ideologici e con l’umanità divisa tra buoni (i poveri, i lavoratori) e cattivi (i ricchi) stavolta troverà filo da torcere per le proprie accuse. Infatti il regista e il suo fido sceneggiatore Paul Laverty tessono un (ottimo) lavoro in cui i nemici degli ultimi sono spesso i penultimi, disumanizzati da una vita di sacrifici e bocconi amari. Ma andiamo con ordine, pur senza svelare troppo della trama.

In un piccolo paese dell’Inghilterra del Nord, che dà proprio sulla costa, arrivano un gruppo di profughi siriani tra cui la giovane fotografa Yara (Ebla Mari). E già quell’incipit fatto di voci fuori campo a commento dell’arrivo del pullman con a immagine solo le foto della giovane, con un punto di vista soggettivo, ci fa pensare a Fellini, certo un Fellini militante ma la mente va pur sempre all’incipit, muto e in bianco e nero, di E La Nave Va, che di certo resta uno dei film più politici del regista italiano.

Ovviamente il film è incentrato sulle difficoltà dell’integrazione, tra profughi spaventati e pieni di cicatrici non solo interiori (sulle quali però vige una delicata ellisse), e gli abitanti di un paesino un tempo relativamente florido per via del lavoro in miniera mancato il quale si è navigato a vista tra le macerie, per così dire. Ci pensa TJ Ballantyne (Dave Turner), proprietario del diroccato pub Old Oak, a cercare di fare ‘la cosa giusta’, sotto forma di un improvvisato ristorante per i poveri del quartiere locali e non.

 


Ma le cose non andranno per il verso giusto, e anche se il finale è agrodolce, perché qualcosa alla fine si muove in senso positivo, tuttavia resta l’amarezza di una difficoltà e diffidenza di fondo nel mostrare la quale Loach non ci fa sconti. Il mio pensiero è andato infatti a quelle manifestazioni contro i centri di accoglienza di cinque o sei anni fa, coi beni destinati ai rifugiati distrutti dagli abitanti dei quartieri poveri delle nostre città.

Realismo quindi, consapevolezza che il bisogno di comunità sicure e floride, di possibilità di sopravvivenza, ma non solo, negati, producono ‘mostri’ dentro ognuno di noi. Ci sono richiami a pellicole passate di Loach, ad esempio la scena di Yara nella cattedrale che ascolta il coro è una esemplificazione di quel ‘vogliamo non solo il pane ma anche le rose’ che campeggiava sugli striscioni dell’omonimo film.

Ma Loach è comunque magistrale anche nel rappresentare i personaggi ‘negativi’, dai ragazzini che bullizzano e filmano in modo esemplificativo un coetaneo siriano accusato di aver seminato il panico tra le ragazze della scuola e più in generale capro espiatorio delle frustrazioni di un sistema scolastico non adeguato ad integrare perché in difficoltà anche in assenza di immigrati, ai clienti di Ballantyne che cercano nel pub e nelle pinte di birra un porto franco dove lasciar fuori le storture del mondo.

 


In questo senso la pellicola è lodevole perché non macchiettizza i personaggi che dipinge ma ne mostra comunque l’umanità, anche quando questa è rattrappita dalle brutture della vita fino a non sentire ragioni. C’è sempre un cuore umano che batte in quei petti, sebbene ferito e pronto a cercare una rivalsa. Non mancano frecciatine a una società che non sa più reagire verso i potenti, ma che si accontenta di attaccare i più deboli accusati di toglierci anche le briciole che i potenti appunto ci lascerebbero.

Ecco che quindi The Old Oak con quell’insegna dalle lettere cascanti è un po’ il simbolo di una umanità che si intestardisce, comunque, a tirare avanti e a realizzare un po’ di solidarietà umana. Se avete frequentato anche solo un poco ambiti dove ci si rimbocca le maniche, sicuramente vi sarete un poco commossi nel vedere le foto di Yara scorrere sulle note della musica siriana e le facce di chi almeno per un po’ si è goduto un pasto gratuito senza doversi vergognare per le proprie difficoltà.

Ma anche se non vi siete mai trovati in mezzo a queste situazioni, vedrete che verrete comunque toccati dall’umanità di tutti i personaggi di questo film, comprenderete le reazioni e le ragioni di tutti o quasi e senza parteggiare vi troverete a riflettere e financo a commuovervi, e questo non ostante le critiche negative dei Cahier du Cinéma. Ma solo la partecipazione a Cannes 2023 certifica di aver assistito, anche quest’anno, a una edizione di qualità se persino un film che non ha ottenuto riconoscimenti è di questa caratura. 

 


lunedì 13 novembre 2023

Lubo di Giorgio Diritti

Nel 1939, durante la seconda guerra mondiale, Lubo Moser (Franz Rogowski, già protagonista tra l'altro di Disco Boy), uno jenisch o ‘zingaro bianco’ come venivano chiamati i nomadi di origine germanica o celtica, viene inviato come soldato al fronte. Nel frattempo la sua famiglia viene smembrata, e la moglie muore in un tragico incidente mentre si ribella alle forze dell’ordine. Lubo allora decide di reagire, ruba l’identità di un fiduciario di alcune famiglie ebraiche – di cui non sa nulla – dopo averlo ucciso e si mescola con la società civile dell’epoca in cerca di informazioni.

Scopre così un giro legato alla pedopornografia – dato che il fondatore dello Hilsfwerk fur die Kinder der Landstrasse aveva appunto ricevuto una condanna per quel tipo di reati – in buona sostanza, ovvero che apparentemente rispettabili uomini appartenenti alla borghesia e con quel tipo di pulsioni le soddisfavano togliendo i figli a chi dalla società non veniva tutelato ma era considerato un pericolo, con l’aggravante delle teorie educative di stampo religioso.

Non è tutto qui: Moser infatti riesce anche a rifarsi una vita con una cameriera ai piani (Valentina Bellé) di uno degli alberghi dove soggiorna sotto mentite spoglie, e da lei ottiene anche un nuovo figlio, che subirà il trattamento dei suoi figli precedenti. Una volta in mano alla giustizia con una accusa pendente per omicidio, seppur sotto insufficienza di prove, Moser cercherà di fare giustizia a modo suo denunciando la rete di pedofili legata all’associazione per l’educazione dell’infanzia di cui era venuto a conoscenza.

Tratto da fatti realmente accaduti e ispirato al libro di Mario Cavatore “Il Seminatore”, il film di Giorgio Diritti ha alcune pecche di sceneggiatura che attribuiscono al protagonista una monodimensionalità che stride con la realtà storica. Moser infatti è sì un uomo che cerca di ricostruire la propria famiglia, ma è anche l’uomo che ha ucciso un innocente e ne ha rubato l’identità condannando così un certo numero di ebrei allo sterminio.

 


E ovviamente nulla dell’impatto che la Storia ha sulla vita del soggetto in questione viene menzionato o mostrato nella pellicola. Anzi, dopo che Moser è venuto a sapere da un uomo che sta indagando sulla vicenda e che nulla sa ancora di lui dell’accaduto, lo si vede nella scena successiva che suona l’armonica incantato dalla propria musica, non esattamente una scelta esemplare, ma piuttosto una estetizzazione forzata che rende poco credibile ciò che avviene in seguito e soprattutto nel finale di cui non anticipiamo nulla.

Sebbene infatti la Confederazione Svizzera dopo una serie di processi si troverà pure a dover risarcire le vittime dello sfruttamento di cui parlavamo, il modo in cui si è arrivato a questa verità appare nel film piuttosto semplificato. Ma come può un uomo ambire alla verità, anche solo per motivi personali, se a sua volta si macchia di un crimine nei confronti di una porzione di umanità e pare per di più non avere nessun rimorso, quando non addirittura una ostilità da anarchico nei confronti delle leggi dello Stato che, però, non gli spetta per mancanza di limpidezza?

Nessuna risposta a queste domande nel film. Ecco che allora Lubo ci sembra un lavoro potenzialmente importante ma pasticciato nella realizzazione. Non sappiamo se per complessità eccessiva dell’opera – che, lo ammettiamo, difficile da realizzare lo dev’essere stata – o se per poca chiarezza delle fonti storiche, dato che non abbiamo letto il romanzo da cui il film è tratto e ce ne dispiace. Ma il dipingere un mondo disperante, senza eroi, sarebbe stato forse meno edificante eppure più realistico.

Certo, si trattava allora di avere nervi saldi e mani, a livello di scrittura, abili, cosa che Diritti e Fredo Valla, autore in proprio di documentari e già collaboratore del regista in Un Giorno Devi Andare di dieci anni fa tra gli altri, dimostrano almeno qui di non possedere del tutto. Non ci sentiamo di sconsigliare a priori la visione dell’opera, importante per temi e comunque interessante come realizzazione, ma vi consigliamo di tenere presenti le nostre critiche prima di sedervi in sala e durante la proiezione.

 


domenica 5 novembre 2023

Il Libro delle Soluzioni di Michel Gondry

Acclamato con la sua opera seconda Se Mi Lasci Ti Cancello (qualcuno dovrebbe punire in un girone infernale apposito chi attribuisce certi titoli in italiano ai film stranieri … ) ovvero Eternal Sunshine of a Spotless Mind, film distopico con Jim Carrey, Kate Winslet, Kirsten Dunst e Mark Ruffalo, come uno tra i migliori autori della sua generazione, capace di accontentare pubblico e critica, Gondry ha proseguito la sua carriera con film come L’Arte del Sogno e Be Kind Rewind.

Non un regista comune, dotato di una fantasia rutilante, fuori dagli schemi. In quest’ultima fatica, intitolata Il Libro delle Soluzioni, Gondry si occupa di metacinema ma lo fa a modo suo, da alieno. E proprio alla musica occorre riferirsi se vogliamo capire meglio di cosa si tratta. C’è una scena in cui il regista Mark Becker (Pierre Niney) guida un’intera orchestra allo scopo di creare i temi dei personaggi e poi una musica d’atmosfera che sembra uscita dalla penna di qualche autore del Novecento.

Ecco, Gondry sembra un Captain Beefheart alle prese con la propria passione per la surrealtà, una surrealtà che non deve molto a Bréton ma tanto alla propria individuale fantasia, per quanto riguarda il rapporto con la materia cinema. Siamo tutti abituati a vedere lavori metacinematografici (“questa masturbazioncella del set nel set” come la chiamava sprezzante Carmelo Bene) che ci ha fornito invero opere notevoli, da Effetto Notte a Otto e Mezzo, e ovviamente quest’opera ne condivide la malinconia di fondo. 


 

Eh sì, perché essere creativi implica una notevole effusione di energie. Non è una cosa per i deboli di cuore. Ma veniamo alla trama. Mark è un regista la cui opera non piace ai produttori. Con l’aiuto delle fide Sylvia (Frankie Wallack), Gabrielle (Camille Rutherford), di cui si innamora, e di Charlotte (Blanche Gardin) riesce a rubare gli hard disk con tutto il girato e a portarlo a casa della matrigna Denise (Françoise Lebrun)

Mark decide inoltre di buttare le sue medicine, quelle con cui sta cercando di curare la depressione. Non vuole più sentirsi manipolato. Due sono quindi le cose che deciderà di fare: finire il film e dedicarsi al Libro delle Soluzioni, un volume che dovrà contenere soluzioni geniali per ogni conflitto. In mezzo, l’acquisto di una casa diroccata per farne il proprio studio di produzione, la nomina a sindaco del paesello di provincia in cui si è arroccato Mark, e la sua storia d’amore con Gabrielle.

Difficile scrivere qualcosa di adeguato per quest’opera cinematografica: la serietà di una recensione stona con l’andamento anarchico e scanzonato, ma non per questo poco significativo, del lavoro di Gondry. Trattare di temi come la malattia mentale e la creatività senza patire il confronto coi grandi del passato era impossibile, e allora Gondry ha scelto una strada obliqua e personale per non trovarsi in difficoltà. Diremmo che è riuscito a farci passare un’ora e mezza piuttosto interessati a capire dove voleva andare a parare, e avere avuto l’attenzione degli spettatori, piuttosto divertiti, non è cosa da poco oggi. 


 

lunedì 30 ottobre 2023

Anatomia di una Caduta di Justine Triet

Vi ricordate Anatomia di un omicidio di Otto Preminger? Con quell’analisi al vetriolo del sistema penale statunitense che però si fa riflessione più ampia sui meccanismi che stanno dietro la giustizia con uno sconforto di base nei confronti degli uomini che dovrebbero far scivolare quei meccanismi ben oliati verso il trionfo? Ecco, qui, in questo film che dal titolo echeggia quel capolavoro, c’è quel lavoro di fioretto di accusa e difesa durante il processo.

Per il reso l’opera Palma D’Oro al Festival di Cannes di quest’anno si vuole thriller hichcockiano sebbene con qualche smagliatura. Fino a due terzi del film ho pensato di trovarmi di fronte al miglior film dell’anno. Ma poi. Per intanto, scordatevi quello che si legge in altre recensioni, ovvero che la protagonista si sdoppia fino a annullarsi nel personaggio della verità giudiziale. Niente di tanto sofisticato, almeno non per i miei occhi.

Ecco, diciamo che Anatomia di una Caduta sarebbe, si fosse svolta la parte centrale non in flashback, un ottimo mélo alla Douglas Sirk o alla Reiner Werner Fassbinder, se preferite, e questa è appunto la parte migliore del film, quella a mio avviso più interessante: l’analisi non confermabile, perché non esiste mai una sola verità, delle relazioni tra madre, padre e figlio, con quello psichiatra ridicolo e risibile che durante il processo si preoccupa – come farebbero veramente quegli specialisti – solo di dimostrare la propria professionalità e non colpevolezza.

Ci sono un paio di colpi di scena, certo, molto intriganti e come dire, molto densi, ma non è questo il punto. Ora, andiamo con ordine? Sandra (l’omonima Huller) è una scrittrice di successo che come in ogni film che si rispetti mescola fantasia e realtà autobiografica nei propri libri. Sta concedendo un’intervista a una giovane studentessa quando improvvisamente il marito (Samuel Theis) inizia a mettere una musica altissima per farsi compagnia, apparentemente, mentre svolge dei lavori in soffitta.

 

La studentessa lascia la casa impossibilitata a registrare la scrittrice, mentre il di lei figlio Daniel (Milo Machado Graner), ipovedente a causa di un tragico incidente, porta il cane a sgranchirsi le zampe sulla neve. Al ritorno troverà a tastoni il padre cadavere, apparentemente precipitato dalla soffitta della loro dimora. Di qui, a seguito dell’impossibilità da parte dei coroner di escludere un intervento terzo nella tragedia, il processo per la moglie, unica presente in casa e quindi imputabile.

Fortunatamente per Sandra, a difenderla c’è l’amico di una vita nonché avvocato interpretato da Swann Arlaud che dovrà fare slalom tra le accuse sempre più pressanti del Pubblico Ministero, cosa che farà con grande determinazione. In mezzo, tutto ciò che abbiamo scritto nella prima parte di questa recensione. Poi il finale, che non vi sveliamo per quelli di voi che hanno piacere nel godersi un film ‘vergini’ di nozioni, eventuali condanne o assoluzioni.

Lo ribadisco: la parte che mi ha convinto di più è quella dell’analisi delle tensioni familiari, con una Huller bravissima nell’esporre le ragioni e la visione della vita di coppia col marito di Sandra, per di più in una lingua che non è la sua. Ne emergono luci e ombre di un rapporto con una personalità forse troppo fragile da un lato, con tanto di velleità frustrate, e di una forse troppo egoriferita dall’altra, capace di giustificare tutto ciò che la riguarda con una maturità che però di fronte alle pressioni del marito cede alla rabbia più spesso di quanto essa stessa voglia ammettere.

La parte che mi ha convinto di meno è quella appunto del raggiungimento della verità processuale, e non perché debole, ma perché non condotta con la stessa sensibilità e intelligenza di quella precedentemente da me esposta. Eppure se dovessi consigliare questo film, lo farei senza problemi: e pazienza se tutti si soffermeranno sulle somiglianze con Hitch, mentre quelli che per me sono i veri referenti del lavoro in oggetto ve li ho già forniti nel corso di questa modesta recensione. 


 

lunedì 23 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese

Ispirato a fatti realmente accaduti negli anni ’20 del secolo scorso, racchiusi nel libro omonimo di David Grann del 2017, l’ultima fatica di Martin Scorsese racconta la vicenda della tribù nativa degli Osage in Oklahoma e del tentativo da parte di un gruppo di bianchi, vicesceriffo William Hale (Robert De Niro) in testa, di rubar loro terre e ricchezze sposandone le donne e facendoli ammalare o uccidendoli in tutti i modi possibili.

Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) è la pedina principale di questo gioco, uomo che nell’esercito durante la guerra ha fatto il cuoco ma che si è preso comunque una brutta malattia allo stomaco, il quale spinto appunto dal ricco parente sposa Mollie (Lily Gladstone) per carpirne i beni mobili e immobili. E’ la banalità del male il focus del film: il personaggio interpretato da DiCaprio non è infatti né buono né cattivo.

E’ solo un personaggio abituato ad obbedire, a non usare la propria testa, e come obbedisce allo zio fino quasi a uccidere la propria consorte, così obbedirà poi all’FBI e al Governo federale nel denunciarlo una volta che le maglie della giustizia gli si stringono addosso. Ma quando arriva il momento del confronto con la moglie, si tira indietro, facendo così capire di non essere lì con la testa e forse nemmeno troppo col corpo, mero strumento dell’esecuzione della volontà altrui.

 


Tre ore e mezza di film che volano, non ostante abbia registrato stanchezza nelle file dietro la mia – la quarta come di prammatica – sotto forma di risate e visite al gabinetto molto frequenti da un certo momento in poi. Che il pubblico si prenda le sue libertà è un conto, che debba essere educato ancora nel 2023 allo stare in sala risulta lapalissiano quanto straniante. Ma non siamo qui per giudicare, ci interessa soltanto riportare l’effetto che il film di Scorsese ha avuto su chi ne ha preso visione.

Personalmente ho scelto una domenica pomeriggio proprio per avere il tempo giusto per gustarmelo, in una sala giustamente semipiena e con qualche dubbio che mi ronza in testa. Non ho visto di certo un capolavoro come Taxi Driver o come L’ultima Tentazione di Cristo, ma nemmeno un film moscio come, giudizio di cui mi assumo la responsabilità, Silence – sarà che col mio passato cattolico a differenza del regista in esame non ho intenzione di trovare una quadra: la religione a me è stata imposta ed è quanto di più lontano ci sia dal mio sentire, come stabilito una volta appropriatomi della mia esistenza.

Ma francamente non capisco nemmeno chi ha definito quest’opera come stanca, come non coinvolgente. Personalmente l’ho trovata anche lontana dal rischio retorica, dato che ogni personaggio è preso in trappola in una rete di relazioni, pensieri e conseguenze – sulla propria psiche come sul proprio fisico – da essere maledettamente realistico. In fondo siamo dalle parti di Hannah Arendt e della sua ‘banalità del male’, come già accennato. L’unica cosa che mi sento di rimproverare al regista è di averci dato un De Niro troppo monocorde, nel suo essere cattivo ‘e basta’, o meglio senza averci concesso di comprendere le motivazioni intime che lo spingono ad agire come agisce … 

 


domenica 8 ottobre 2023

Kafka a Teheran di Ali Asgari e Alireza Khatami

Data l’assonanza col nostro miglior neorealismo, il cinema mediorientale avrebbe potenzialmente una marcia in più nel nostro Paese, e invece anche stavolta questo Kafka a Teheran è stato distribuito solo nelle maggiori città del territorio, anche se, speriamo, molti potranno recuperarlo in rassegne e cineforum che in provincia non mancano mai e allietano le serate invernali di tutti coloro che fanno fatica, magari per motivi lavorativi, a fare un salto in città quando i film sono freschi di uscita. .

Film costituito da nove episodi, in ognuno dei quali un o una protagonista viene inquadrata con la telecamera fissa per tutta la durata dell’episodio, andando così a costruire un quadro straniante e claustrofobico assieme – l’interlocutore del protagonista, o se preferite l’antagonista, è sempre invisibile – Kafka a Teheran ci mostra la quotidianità di donne e uomini che hanno a che fare con la burocrazia o con esigenti datori di lavoro, in poche parole col potere.

E infatti non è tanto il Kafka della Metamorfosi a farci l’occhiolino dal titolo, quanto quello de Il Processo, saldando così intelligentemente il mondo iraniano con quello occidentale in un film che trvalica la denuncia della teocrazia: non a caso almeno due dei nove racconti, quello con protagonista una donna alla ricerca di occupazione, e quello che vede un uomo intento a sottoporsi a un esame psicologico per la patente, a tratti ricordano il nostro di mondo: sarà il caso di parlare di intersezionalità nella denuncia della burocrazia?

 


Cosa importante, poiché se così non fosse il film si presterebbe a un gioco di sguardi fugaci tra “noi” e “loro” allo scopo di assicurarci la nostra sospirata superiorità di Occidentali che hanno rinnegato da almeno tre secoli le ortodossie religiose e le loro commistioni col potere – almeno in apparenza. E invece lo sguardo sui protagonisti non è mai quello meramente di denuncia, in altre parole i personaggi non sono mai solo vittime.

A tratti infatti i nostri si ribellano, e tra l’altro in alcuni casi – vedasi una delazione che finisce a sorpresa con un ricatto – la posizione iniziale si ribalta o è lì lì per farlo. Rivelatore allora la scena finale, che non vi riveliamo ma che ha un alto valore simbolico, quasi a mostrarci un mondo addormentato ma pronto a ricoprirsi di macerie. Non potrebbe essere altrimenti in un universo dove gli individui debbono guardare con attenzione ogni proprio passo perdendo così spesso la linea dell’orizzonte.

Ecco che allora Kafka a Teheran si rivela non come un film perfetto né geniale – la rabbia è troppa per essere dominata e entrare a far parte di una ‘visione’ artistica innovativa – ma è un’opera che, pur soffrendo di limiti oseremmo dire ideologici come la volontà di usare sempre la telecamera fissa, come già detto, e questo a partire dalla visione della città iniziale, tuttavia si mostra vitale e insolita per un certo humor nero assai ‘freddo’ che lascia lo spettatore con la sensazione di un pericolo imminente e non evitabile, da affrontare anzi il prima possibile. 


 

domenica 1 ottobre 2023

Talk to Me di Danny e Michael Philippou

Talk to Me è uno di quei film destinati a dividere. Intanto per le sue non nobili origini: a dirigerlo e sceneggiarlo sarebbero due youtuber australiani. Poi perché non è un film che gioca con la suspense, nel senso che gli sviluppi sono facilmente intuibili e si capisce presto “come andrà a finire”, non ostante si maneggi comunque in maniera efficace il disorientamento “morale” (a un certo punto non si riesce più a capire chi sono i buoni e chi i cattivi, diciamo in maniera spicciola) e questo, ben accettato nei confini di un altro caposaldo del cinema di genere, ovvero il noir, non sempre è un dettaglio benvenuto da parte degli amanti dei film horror.

Questo significa che Talk to Me è un film non solo contaminato, ma è anche un film che parla del mondo degli adolescenti agli adulti, e lo fa sfidandoli su un terreno dove i registi sanno già che rischieranno di perdere, ovvero cercando di sospendere la loro incredulità in quello che per molti è solo cinema di intrattenimento, forse anche di serie B. Eppure la pellicola in oggetto è davvero ben riuscita.

Innanzitutto le dinamiche interpersonali tra i personaggi non sono né stereotipate né macchiettizzate, ma sono anzi assai realistiche. L’incomunicabilità, la difficoltà a prendersi sul serio e di conseguenza a prendere l’altro sul serio è senz’altro il tema dominante, e direi che ci si potrebbe scrivere un saggio a partire da film come questi, con le giuste nozioni di psicologia e sociologia a corredare il tutto. Infine, gli effetti speciali sono asciutti e sono presenti il giusto, come anche l’elemento orrorifico, al punto che potremmo parlare quasi di un film ai confini tra horror e surreale.

 


Eppure i Philippou non ambiscono a travalicare i confini del genere, nel senso che non si vergognano di fare un horror, anche perché il genere non è da oggi che è stato sdoganato e che ha mostrato svariati esempi di possibilità autoriali, e quindi non ci sarebbe nemmeno il bisogno di provare imbarazzo per sé stessi. Ed è questo uno dei punti di forza dell’opera che stiamo analizzando.

Tutti gli altri dettagli, fotografia, recitazione – ma vi avvisiamo: abbiamo visto la versione doppiata! – montaggio e sceneggiatura sono ottimi, e il film che pure può destabilizzare chi cerca nel cinema la lotta del bene certo contro un male scontato, non lascia comunque con l’amaro in bocca chi cerca, ed è disposto a trovarle anche in un’opera horror, emozioni e idee più complesse.

Il rapporto con la famiglia, cosa è famiglia, la fluidità nei rapporti, l’elaborazione del lutto, la frustrazione del non comprendersi, la rabbia, la volontà di allontanare chi reca con sé problematiche che non si vuole imparare a gestire, sono tutte tematiche presenti nel film e che pure non tolgono forza all’elemento sovrannaturale che giustamente ne è al centro. Potremmo dire che se dubitiamo dei personaggi e delle loro pulsioni, o delle loro verità come dei loro ruoli, è perché, in fondo, è nella nostra vita che ci tocca fare i conti con quei dubbi e quelle incertezze. Il fatto che questa materia sia materia di un’opera filmica non è certo cosa da poco. 

 


domenica 24 settembre 2023

Il Caftano Blu di Maryam Touzani

Ricordo a fatica uno scritto del filosofo Gilles Deleuze sul barocco, sulla piega, e un aggiornamento di quel discorso che spostava il tutto sulla piaga della performance art contemporanea da parte della critica Francesca Alfano Miglietti. In buona sostanza il barocco, simboleggiato dalle pieghe ricche di dettagli dell’Estasi di Santa Teresa, porta a riflettere sull’assenza di interiorità, quasi che questa sia solo il rovescio dell’esteriorità.

Non sembri una discettazione da poco perché questo Il Caftano Blu, che si apre sulle immagini delle pieghe del tessuto, in realtà ci mostra tre personaggi alle prese con un quotidiano apparentemente banale, come lo potrebbero vivere in tanti, e quindi forse superficiale. E’ l’attenzione al dettaglio, lo sguardo della regia, che ci mostra il travaglio e la ricchezza di quei tre personaggi sul piano interiore, quasi che esso possa essere mostrato ribaltando la superficie.

Mina e il marito Halim hanno un negozio di sartoria fatta a mano in una medina del Marocco. E già siamo all’elogio della lentezza, dell’arte che ha bisogno di tempo per prendere vita e rivelarsi in tutta la sua ricchezza. I due assumono il giovane Youseff in qualità di apprendista. Tutto sembra procedere secondo copione, ma il desiderio di Yousseff per Halim e la malattia di Mina che prende potere in maniera devastante scompaginano tutto.

 


Ecco, lungi dall’essere un elogio del dolore, o lontano dall’essere un grido verso un Dio con la maiuscola o la minuscola, come lo scriverebbe l’anarchico Artaud, questo film mostra che anche il dolore può essere un’opportunità. Un’opportunità di apertura all’altro, e dunque a sé stessi. Una possibilità per lasciarsi andare. Le confessioni di Halim alla moglie, l’invito di Mina al marito a non credere di non essere degno d’amore, qualunque esso sia, compreso quello omosessuale, le cicatrici sul seno di lei che il marito sfiora con delicatezza.

Questa è parte della materia, incandescente nelle mani di altri, ma delicata e dai toni elegiaci sotto lo sguardo attento di Touzani, quasi che non fosse più il tempo di sperimentare con la forma ma sia arrivato il momento di sperimentare con la lentezza, quella che ci permette di contare i respiri, quella che ci permette di capire di che materia sono costituiti i nostri moti d’animo, quella infine che ci lascia prendere decisioni al di là di quello che è il potere politico o il tornaconto economico.

Questo film, che è veramente rivoluzionario, è stato scelto dal Marocco per essere inviato alla premiazione per l’Oscar al miglior film straniero, e il premio lo meriterebbe tutto. Ci troviamo di fronte a corpi mutanti a causa della malattia, a anime oppresse prima e liberate poi dalla solidarietà e dalla voglia di vivere, a un tempo che si dilata e che coinvolge anche lo spettatore in un ballo, come quello dei tre protagonisti alla finestra, che sembra una promessa di redenzione in questo mondo non ostante la finitezza che reca con sé l’essere umano. Se non è rivoluzione questa … 

 



domenica 17 settembre 2023

Enzo Jannacci. Vengo Anch’io di Giorgio Verdelli

Temo sempre le operazioni-amarcord, perché tendiamo tutti a vedere il nostro passato con un’occhio indulgente e a paragonare con esso impietosamente il presente, che semplicemente non è il tempo della nostra giovinezza e da cui è fisiologico dunque sentirsi lasciati un po’ fuori gioco. Detto questo, il qui presente Enzo Jannacci. Vengo Anch’io non è la prima operazione riassuntiva della carriera del geniale cantautore milanese.

Ricordo chiaramente di aver visto altre operazioni simili, sebbene più brevi, su canali tematici RAI a tardissima notte, e di averne comunque goduto. I protagonisti sono più o meno sempre quelli: i primi collaboratori dell’artista, quindi Dario Fo, Giorgio Gaber, Cochi e Renato, gli amici di ‘seconda generazione’ come Paolo Rossi, Diego Abatantuono e Gabriele Salvatores, i ‘figli d’arte’ come Vasco Rossi (sarà per molti una sorpresa ma il rocker di Zocca attribuisce a Jannacci l’ispirazione per più di uno dei suoi brani, come spiega benissimo nelle interviste allegate al film).

Non dimentichiamo i collaboratori sparsi, da Mia Martini agli amici del figlio Paolo come J Ax e Elio, e, nota di merito, a Jannacci viene attribuita con esattezza la paternità di un brano come Via Del Campo (nel senso che il milanese rinvenne una melodia del ‘500, la fece ascoltare al genovese dopo averci arrangiato qualcosa di sensato e proprio e il genovese dette vita, su quella melodia, a Via Del Campo … si finì amichevolmente ma comunque tirando di mezzo gli avvocati, come ricorda con esattezza Dori Ghezzi).

 


Il fatto è che, come ci ricorda Vecchioni, Enzo Jannacci aveva un talento naturale per sparigliare le carte. A differenza dei cantautori ‘nobili’ (Guccini, Faber, ma potremmo dire anche Tenco), che sceglievano di stare dalla parte del dolore sempre e comunque, il Nostro invece toccava anche le corde comiche con la propria arte, ma senza farti capire da che parte sarebbe andato a parare.

Senza parlare poi di quel modo di esprimersi a volte criptico che era tipico dei bluesmen come Charley Patton, mi sento di aggiungere dottamente. Eh sì, perché come i musicisti provenienti dal Delta del Mississippi cantavano di vagabondi e personaggi di ogni risma, così Jannacci cantava i ‘diversi’ di ogni risma senza sconti per nessuno, includendo spesso lo sguardo dello spettatore quasi questi fosse un personaggio in più, riuscendo quindi pirandellianamente a sfondare la quarta parete.

Nel documentario vengono anche raccontate l’amicizia e la collaborazione con Zavattini, e alcuni tentativi di dedicarsi all’arte della recitazione teatrale finiti con un clamoroso insuccesso – ma non era uomo da mezze misure il Nostro: a volte come a Sanremo godeva di scelte suicide, artisticamente parlando. Non pensiate che l’atmosfera del documentario sia quella della celebrazione, quanto quella della narrazione da parte di amici, e quindi una celebrazione sì ma della vita in sé.

 


Dai primi trascorsi nella band di Celentano con Gaber alla collaborazione con un curioso Boldi batterista, accediamo agli ultimi anni e agli ultimi successi, fino a una toccante lettera scritta a Vasco in persona e una serie di collaborazioni ‘minori’ come quella con Ramazzotti e Ruggeri in una inedita veste di coristi.

Non è strano allora che l’aspetto critico – non tutte le collaborazioni ad esempio furono di peso, il sospetto è che alcuni personaggi cercarono di ricambiare la curiosità dell’artista milanese allo scopo di accedere a un gradino superiore, quello della cultura, passaggio che da soli non sarebbero mai riusciti a ottenere – venga meno, ma senza far mancare comunque un ritratto a tutto tondo dell’uomo. Difficile pensare a un documentario su Jannacci dove non si rida, ad esempio.

Ecco che allora si esce dalla sala con la sensazione di avere alcune idee più chiare sull’artista, cosa che francamente non fa mai male, ma non sulle epoche da lui attraversate, ad esempio. Gli anni Sessanta, gli anni Settanta, e poi il riflusso, cosa furono per Jannacci? Era davvero così impermeabile e monolitico, era davvero così ontologicamente coerente con se stesso e incorruttibile dagli umori del mondo là fuori? Per queste e altre domande, dovremo aspettare un altro documentario … 


 

domenica 10 settembre 2023

Io Capitano di Matteo Garrone

Leone d’Argento per la miglior regia e Premio Mastroianni per il miglior attore emergente (il senegalese Seydou Sarr), l’ultima fatica di Matteo Garrone è forse destinata a far parlare di sé come sempre avviene in questa Europa ‘sazia e disperata’ (come cantavano trent’anni fa i CCCP Fedeli alla Linea). Non ricordo più quale performer di arte contemporanea – ma ricordo trattarsi di una donna – disse qualche anno fa: nel mondo quando un artista tocca temi sensibili si parla dei temi, in Europa invece si dibatte dell’opera d’arte stessa.

Infatti non sono mancate, anche se giustificate, le critiche a questo lavoro di Garrone. Un’Africa troppo cartolinesca nella prima parte, l’utilizzo di una troupe tutta italiana e non mista – cosa che avrebbe permesso una contaminazione narrativa senz’altro più interessante – e delle musiche seppur ispirate tuttavia troppo didascaliche, soprattutto nella scena del ballo quasi all’inizio della pellicola. Eppure, mentre aspettavo di entrare in sala, chi stava uscendo dalla visione precedente la mia confidava di non essere consapevole del percorso narrato dal film, e quindi la sua funzione l’opera ce l’ha, decisamente.

Seydou e Moussa sono due cugini sedicenni che, dal Senegal, decidono di partire per l’Europa, per mantenere le proprie famiglie e diventare musicisti di successo. Per realizzare il proprio sogno di vedere bianchi che gli chiedono autografi attraverseranno il deserto, l’inferno delle prigioni libiche, i lager, la traversata su una bagnarola che sta in acqua per miracolo piena di uomini, donne e bambini. Ma il realismo non è tutto in questo film. Certo lo stregone può sembrare un poco di maniera, ma le sequenze oniriche fanno pensare un po’ a Pasolini e un po’ al miglior Kusturica, anche senza avere la spinta interiore di quegli autori che però era unica e irripetibile.



Rimane la sensazione di aver visionato una pellicola leggermente patinata, nel senso che se ci fosse stato Bunuel alla macchina da presa, o anche solo un Bressane, l’aspetto magico sarebbe sorto autonomamente dalle immagini, così come forse questa commistione sarebbe stata più allucinatoria, violenta e quindi reale per lo spettatore. Ma siamo in Italia nel 2023, e quindi non possiamo lamentarci più di tanto. Certo, come hanno sottolineato in tanti, ci sono registi locali, premiati anche da noi a Cannes ad esempio, come Moussa Traoré, Mati Diop, o Moussa Sene Absa.

Certo, il viaggio dal Senegal alla Libia e poi la traversata del Mediterraneo sono rotte complesse, e sono state narrate con abilità, ma da questo punto di vista, si poteva fare di più come già detto. Eppure. Eppure vale forse la pena lasciarsi andare a queste immagini, a una urgenza che spinge le persone alla fratellanza e ad aiutarsi vicendevolmente che noi Europei abbiamo perso – se non nella versione rabbiosa di alcune cronache di questi giorni.

E proprio per aver descritto, alla fine, dei personaggi umani, umanissimi, va premiata questa pellicola di Garrone – che proprio al realismo magico dichiara di essersi ispirato – con almeno una visione. Non sappiamo come vivranno qui da noi quei ragazzi, ma come disse una volta il vignettista Vauro, un africano che arriva a dormire sui marciapiedi d’Europa la notte ha comunque vinto la lotteria. Cosa significherà vivere tra di noi, nelle nostre città, e cosa significherà avere a che fare con la fame e una vita di espedienti, è una narrazione che si farà un’altra volta sebbene già i Dardenne ce ne abbiano dato un assaggio – di cui qui avete trovato ampio resoconto. 

 


domenica 3 settembre 2023

Gli Oceani Sono i Veri Continenti di Tommaso Santambrogio

Lav Diaz ha spopolato, per via dei primi che ha vinto – Pardo D’Oro, Leone d’Oro, un paio di Premi Orizzonti solo nel nostro Paese – e per via del comunque discreto successo di pubblico. Non stupisce dunque che sia diventato modello ammirato e stimato da una congerie di nuovi registi che sono alla ricerca di un modello di riferimento, ideale e dialettico.

I conti tornano dunque, sulla carta. Meno se si fruisce quest’opera di Tommaso Santambrogio, classe 1992 e varie opere nel proprio curriculum, tra cui il recente documentario Taxiboi (2023) e L’Ultimo Spegne la Luce (2021). Questo Gli Oceani … è il completamento di un precedente corto del 2019 e racconta le vicende di tre gruppi di personaggi: una coppia di artisti, due bambini amanti del football, e una anziana vedova di guerra.

Le storie si intrecciano come da tradizione, fino al finale in cui tutte e tre le narrazioni trovano modo di sostare in una unica inquadratura alla stazione di un treno, ma qualcosa non torna. Manca il ritmo a quest’opera. Manca il dramma, il pathos. Se Santambrogio conosce bene sia il linguaggio della fiction che quello del documentario, quest’opera sembra mescolare entrambe senza che il lavoro finale se ne avvantaggi.  


 

Peccato perché verso la fine assistiamo a una rappresentazione in un teatro di marionette che è di rara delicatezza e poesia, e che sicuramente ripagherà voi spettatori del prezzo del biglietto – anche perché alcune scene mostrano la preparazione dello spettacolo e quindi chi osserva è in qualche modo doppiamente preparato, dagli avvenimenti precedenti prima e dalle note d’autore, diciamo così, poi.

Si vuole un’opera sul desiderio, sull’attesa, sulla frustrazione o sulla sua realizzazione – più tramite l’arte che tramite la vita – purtroppo anche i momenti più drammatici almeno sulla carta, come quel pianto sconsolato della vedova mentre asciuga le lettere del marito che un acquazzone ha infradiciato, non decollano del tutto e ci lasciano con una sensazione di amaro in bocca, di si poteva fare di più.

Bene per compenso che Santambrogio abbia scelto una La Havana di periferia, lontana quindi dai racconti cartolineschi delle zone più cool quali quelle vivisezionate da Wenders nel suo Buena Vista Social Club, ad esempio. Opera sulle tre età della vita – l’infanzia, la maturità e la vecchiaia – forse ha la pretesa di essere eccessivamente filosofica e esemplare, quando le vicende narrate sono a dirla tutta molto comuni e quindi si sarebbero forse dovute sviscerare meglio invece che raccontarle semplicemente all’interno di una cornice pensante.

Nel complesso quindi un lavoro interessante, con dei picchi notevoli che riscattano una generale mancanza di consapevolezza narrativa accettabile in una opera prima ma che, non essendo la pellicola in oggetto tale, ci fa incuriosire verso gli altri lavori del regista, sicuramente da recuperare, nella speranza che i lampi di lirismo intravisti in questo lavoro si moltiplichino e ci stupiscano. 


 

venerdì 25 agosto 2023

La Bella Estate di Laura Lucchetti

Film tratto da un racconto di Cesare Pavese su cui dovremo soprassedere, colpevolmente, per mancata presa visione, La Bella Estate è la storia del passaggio dall’adolescenza all’età adulta di Ginia (Yile Vianello), una giovane ragazza di umili origini contadine che si guadagna da vivere come sarta, seppure abbia ambizioni da stilista. A farla deviare dal suo percorso piccolo borghese è Amelia (Deva Cassel alla sua prima apparizione cinematografica), modella di nudo per vari pittori nella Torino degli anni Quaranta.

Lo sregolamento dei sensi, per usare una espressione pomposa che però rende bene quanto raccontato nella pellicola, ovvero l’intreccio di ambizioni artistiche e di vita (erotica) porterà Amelia alla malattia e Ginia a dover ricominciare daccapo, e pure dal basso. Ci si perdoni lo spoiler, come dicono i giovani, ma partire dalla fine è d’obbligo per venire a capo di un’opera affascinante ma confusa – non sappiamo se sono le fonti dell’opera o l’ispirazione della regista ad esserlo: indagheremo.

Lo dico per esperienza personale, dato che, mi si perdoni se divago e smetto i panni (anch’io) del kritiko, avendo lavorato in teatro col (mio) corpo nudo e avendo notato che tutte quelle pulsioni e tensioni (sarà la mia età?) poco c’entrano con l’essere privi di protezioni. Tutt’altro. A un corpo senza abiti si apre un mare di possibilità infinite, e proprio il sentore di questa libertà spaventosa gioca a sfavore degli artisti che vengono immancabilmente indicati come perversi e infantili da chi ha la coda di paglia – o da chi è, ahem, fedele alla linea (una qualsiasi).


 

Ma – e qui reindosso i panni del kritiko – sarebbe bastato a Lucchetti relazionarsi coi primi film di Antonioni per scrollarsi di dosso – scusate questo continuo tramestìo di panni – ogni possibile moralismo. Il fatto è che il passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta è delicata per tutti, a causa di quel farsi Crono divoratore dei figli della società di cui facciamo parte, per quasi tutti. Affrontare questo tema non è facile. Ci hanno però provato in tanti, e spiace dirlo ma da questo punto di vista il film all’oggetto non è tra i più riusciti.

Si salvano certi elementi di sensualità assai contemporanea, come il ballo di Ginia e Amelia sotto lo sguardo di una camera mai così attenta al dettaglio senza farsi maniacale dal punto di vista del desiderio, quasi un istante di poesia, oppure l’amplesso tra Ginia e il pittore che di lì a poco la introdurrà all’attività di modella, un amplesso che ambiguamente è ripreso, per via di una sottrazione del sonoro, dal punto di vista di lui – l’unico dei due che gode, e già questa è una spia importante.

Ma, lo voglio sottolineare, questa storia di dissoluzione, per quanto realistica, è troppo filtrata da un punto di vista moralistico e tace tante cose che forse sarebbero dovute essere narrate. Magari in un’altra epoca, magari non in quella fascista. Ma sarebbero potute esistere tranquillamente. E allora spiace che Lucchetti non sia fatta almeno della pasta di quella simpatica coppia di attempati moralisti marxisti Straub e Huillet, cui si può perdonare appunto il moralismo per via del fuoco e delle fiamme della passione, questa sì quasi erotica, per la libertà.

Manca la connessione tra la perdita di libertà storica – non basta chiudere la finestra mentre parla Mussolini per fare i conti con la politica purtroppo – e la perdita di libertà individuale, la quale determina l’impossibilità di sperimentare. Resta una pellicola di cui ricorderemo gli attori, le immagini, la fotografia, la musica, insomma molto, ma della cui anima profonda ed equivoca non sentiremo la mancanza.