Molte immagini di questa pellicola nascono come commento visivo alle performance della cantante Eiko Ishibashi, autrice delle musiche di Drive My Car del 2001, a testimoniare una continua e proficua collaborazione tra i due. Questo spiegherebbe, a voler essere solo dei tecnici, il perché di quelle inquadrature fisse, quando ad esempio Takumi (Hitoshi Omika) taglia la legna, o di quella lunga carrellata iniziale quasi che la soggettiva fosse quella del corso d’acqua presente nella pellicola.
Le riesci quasi a vedere quelle immagini proiettate sul palco di una performance della musicista collaboratrice di Jim O’Rourke. Ma la cosa interessante è che stanno bene anche nel contesto di un film autonomo. Il Male Non Esiste racconta la storia, collettiva ma anche individuale, di un paesino nella prefettura di Nagano dove un manipolo di persone avide di soldi pensano di impiantare un glamping, ovvero un camping glamour pensato per lo più per giovani artisti nel cuore di una foresta.
Fanno gola i soldi che il governo elargisce dopo la pandemia, e c’è chi farebbe di tutto per intascarsene una fetta. E così si cerca di passare sopra alle esigenze degli abitanti del villaggio di Mizubiki che vivono grazie a un raggiunto, anche se non facile, equilibrio con la natura. Infatti i padri degli abitanti attuali si sono trasferiti lì anch’essi grazie a fondi statali che dopo la guerra gli hanno permesso di coltivare della terra senza spendere una fortuna.
Tocca ai due portavoce della società in oggetto fare il ‘lavoro sporco’, ma mentre cercano di offrire a Takumi un lavoro all’interno del futuro glamping iniziano entrambi a capirne le ragioni. Sarò una piccola tragedia a ribaltare tutto, mostrando come gli affanni degli uomini siano poca cosa rispetto al ‘piano più vasto’. Il Male Non Esiste sembra proprio dirci questo, coi suoi campi e controcampi, con i suoi rumori fuori scena – gli spari dei cacciatori ad esempio – e le sue carcasse di cervo disperse nel bosco.
Ovvie sono le riflessioni sull’uomo e la sua collocazione nel mondo, ma forse questo film vuole dirci qualcosa di più. I cervi sarebbero aggressivi per l’uomo se si abituassero alla sua presenza, come si sente in una conversazione? Non li attaccano solo perché ne hanno paura? E il contatto sarebbe un valore aggiunto per il glamping o un danno per tutta la comunità? E l’eventuale inquinamento della falda acquifera?
Forse l’uomo ha una sua collocazione ‘strana’ in questo ecosistema. Può decidere di lasciarlo intatto e assecondarne i ritmi, come può decidere di stravolgerlo. Ma se a farne le spese è un innocente, ovvero una di quelle persone che ancora non può né prendere decisioni né prendere attivamente parte alla dissoluzione e all’eventuale sconvolgimento dell’equilibrio, allora non è forse nella possibilità stessa di scegliere e nella consapevolezza che risiede in qualche modo una salvezza, o almeno la sicurezza per sé stessi?

