sabato 24 settembre 2022

Il signore delle formiche di Gianni Amelio

Aldo Braibanti (1922-2014) è stato un importante intellettuale italiano. Scrittore, poeta, drammaturgo, da giovane anche partigiano e antifascista. Ma c’era una macchia nella sua vita, almeno così pareva alla società codina e perbenista da cui pare non siamo ancora usciti oggi, sebbene non si intentino più processi ispirati al Codice Rocco: era omosessuale. E per di più un intellettuale socratico. Prendeva sotto la sua ala protettiva dei ragazzi, certo, maggiorenni, e li istruiva sulla letteratura e sull’arte, oltre ad amarli.

Cosa ci poteva essere di più esplosivo in un’Italia che aveva di sicuro conosciuto il boom economico ma che riteneva che quel benessere spettasse solo a una parte della società, quella considerata ‘normale’? E infatti la bomba esplode. Il ragazzo amato da Braibanti viene mandato in manicomio dalla famiglia e curato a forza di elettroshock, mentre il nostro intellettuale viene processato per plagio.

Fin qui, niente da recriminare. Il film è impeccabile nel suo rigore, nel suo mostrarci quelle famiglie distrutte dall’interno dal germe dell’omofobia, e quella società dove persino i compagni sono divisi nell’aiutare o meno una persona che di fatto aveva corso gli stessi rischi degli eterosessuali partecipando alla guerra dalla parte giusta della Storia combattendo per bande in montagna in condizioni non certo accoglienti e per di più senza l’ausilio di un esercito regolare. Eppure qualcosa ci suona storto.

 


Ci suona storto quel finale pavloviano, come direbbe Susanna Nicchiarelli (come ha detto lei stessa parlando del cinema in generale e di alcuni suoi difetti comuni in una sua intervista di qualche tempo fa) con la musica lirica addirittura in sottofondo, per far commuovere, ci suonano un po’ storti quei personaggi, soprattutto Lo Cascio e Germano, ingessati senza che questo sia dovuto a una regia kubrickiana che in qualche modo ci restituisca il senso di una società ingessata dove non ci si può muovere, e sorge in noi il dubbio del didascalismo.

Questa è una di quelle recensioni che un po’ mi costano, perché al di là di una piccolissima regia per teatro non ho mai diretto una scena importante, soprattutto cinematografica, e quindi non saprei dire ‘come avrei fatto io le cose’, per essere costruttivi e non demolitivi, tuttavia forse un set(ting) cinematografico come quello di Hammamet era più nelle corde di Amelio che non questo tipo di storia. Non che Amelio non creda a quello che narra, ma la volontà di condannare (pur sacrosanta) non lascia mai che la storia decolli.

Se non nei momenti in cui vengono mostrate le prove delle opere teatrali di Braibanti (ma forse sarà il mio amore per quell’arte?) e allora ecco che qualcosa si percepisce di commovente, una passione vera e propria, il fuoco della creatività. Per il resto anche la storia d’amore è lasciata quasi fuori scena, come se Amelio sapesse di non avere gli strumenti emotivi per sciorinarla sotto i nostri occhi.

 


Ma allora perché raccontare una storia che ci appartiene solo in parte? Perché non cedere il proprio posto a qualcuno più capace di noi di raccontare una storia simile? E chi avrebbe potuto compiere un gesto del genere al posto di Amelio? Sicuramente il fatto che sia lui, regista comunque noto al pubblico, è importante perché la storia circoli. All’uscita dal cinema ho percepito infatti delusione, la delusione di chi si aspettava un nuovo film su Craxi e invece si trova davanti quest’opera di impegno civile.

Impegno civile che pare una bestemmia oggi che tutto è fiction, come lo è stata la serie di Bellocchio su Moro di cui abbiamo parlato anche in questo blog, oggi che tutto deve far evadere e non pensare, ed ecco che allora questa operina in qualche modo non del tutto compiuta risulta comunque importante, per via di ciò che narra e di come ci fa specchio, in un presente dove parte importante del Parlamento si perita di esultare per la bocciatura di una legge contro l’omofobia.

Quindi, in chiusura, non possiamo non prendere questo film come cartina di tornasole di una serie infinita di contraddizioni in cui è chiuso questo nostro tempo, tra rigurgiti passatisti e voglia di disimpegno, come se fosse ancora possibile non lasciarsi trapassare da tutto ciò che accade e provare almeno dei sentimenti rispetto ciò che avviene attorno a noi, perché, presto, potrebbe accadere dentro di noi. Non si sa mai quali possono essere i casi della vita. 


 

domenica 11 settembre 2022

Rimini di Ulrich Seidl

Questo è un film importante, perché mostra delle dinamiche delle relazioni umane che a tutti possono capitare, soprattutto quando ci sono di mezzo gli affetti più cari. Né inno né panegirico pessimista, Seidl con questo film realizzato dopo un decennio di lontananza dalle sale cinematografiche, ci fa vedere un uomo che per gran parte della propria vita è, a modo suo, un ‘puro’.

Richie Bravo infatti è un cantante che tira a campare, come probabilmente ha sempre fatto, della propria arte, al netto di un padre di cui sappiamo solo che oltre che in preda alla demenza senile è anche diciamo eufemisticamente nostalgico che egli mantiene in un istituto. Lo vediamo infatti a inizio film andare a prendere l’anziano genitore per portarlo al funerale della madre assieme anche al fratello.

Richie non condivide le idee politiche del padre, tutt’altro: la sua unica ‘religione’ è infatti l’amore. L’amore delle sue canzoni involontariamente kitsch, che canta sera dopo sera in locali aperti a poche coppie o donne anziane sole riminesi in un autunno che sa di decadenza e vecchiaia dell’anima. E il nostro protagonista fa di tutto per scaldare queste presenze, non solo con la musica.

 


Richie è infatti anche un sex worker, come si direbbe oggi, mestiere che non ne intacca la generosità d’animo con cui lavora e con cui canta. E fin qui, niente di strano o di troppo sconvolgente. Ma presto le cose cambiano. Ecco infatti che una sera, a un concerto in un locale dal nome di ‘007’ arriva Tessa, la figlia che Richie non vede da dodici anni.

Tessa ha bisogno di soldi. Ha deciso che quel genitore, non sappiamo perché, assente, deve ripagarla di tutto ciò che non le ha dato negli anni per la modica cifra di 30.000 euro. E il nostro Richie, colpito nei sentimenti da quella figlia del cui abbandono non sapremo nulla, al netto di una passione smodata per l’alcool e il tabacco e quella ‘strana’ professione, decide di accontentarla, anche se non sarà facile racimolare quella cifra.

Richie non è ricco infatti, e dovrà arrangiarsi. In questo arrangiarsi divente lentamente come la figlia, avido di denaro e non più attento, com’era invece prima, ai sentimenti delle persone che lo avvicinano. E’ questo il punto nodale del film, al di là degli sviluppi materiali che vi lasciamo il piacere di scoprire da soli: una persona a modo suo pura, come abbiamo detto, a contatto con qualcuno che ha trovato una e una sola forma ai propri desideri (i soldi in questo caso), si ‘sporca’.

 


Non che Tessa sia cattiva. Semplicemente ha imparato, anche qui non sappiamo perché, a trasformare i propri vuoti sentimentali in qualcosa che può essere ottenuto facilmente, col ricatto emotivo, per lo meno più facilmente che attraverso una lenta elaborazione del lutto o un lento dialogo con l’altro.

Non è cattivo nemmeno il compagno di Tessa e gli amici di lui, profughi siriani che in Italia vivono ai margini dei margini, dato che nessuno in quest’opera si trova al centro della società che subisce. Eppure. Eppure il bisogno porta a diventare senza scrupoli, a ‘imparare la lezione’. Sarà per questo che, come dirà il padre di Richie a nessuno, nemmeno a sé stesso forse, nel buio della propria stanza, “ognuno ha quello che si merita”.

Ma non è vero. Aveva ragione il ‘primo’ Richie: ognuno merita solo amore. Ma poi la vita è più complicata, e allora ecco che forse questo Rimini è un film politico senza essere di parte, senza essere militante, lascia delle domande a evaporare ai raggi del sole d’inverno, con la neve, in attesa che qualcuno - vero spettatori? - vi mescoli il proprio fiato e dia le proprie risposte. 

 


venerdì 2 settembre 2022

Men di Alex Garland

Confesso che questa è la prima volta che vedo un film di Garland, e che, nella visione, sono rimasto felicemente spiazzato. Pur non avendo fruito opere come Annientamento, di cui leggo meraviglie, quest’ultimo lavoro – ‘analogico’, si affrettano a scrivere i recensori altrove – del regista può spiazzare i fans dell’horror per via di un certo alone surrealista per cui ciò che vediamo non è del tutto spiegabile, ma ci afferra alla gola e non ci lascia più liberi di respirare come prima.

Harper (l’attrice Jessie Buckley) è una donna che ha visto il marito morire suicida mentre stavano divorziando. Nelle parole di lui (Rory Kinnear) il suicidio avrebbe fatto sì che lei non si sarebbe mai liberata dai sensi di colpa. Era uno stratagemma, insomma, per far sì che la loro unione risultasse eterna. C’è stato un momento, quando Geoffrey si butta dal piano di sopra, in cui i loro sguardi si incontrano per un’ultima volta. Ma Harper non sa se in quel lasso di tempo lui l’ha vista.

Lei decide quindi di ritirarsi per un certo periodo in un manoir in campagna. Per elaborare il lutto in solitudine. E qui iniziano gli incontri bizzarri. Perché la campagna non è mai stata un posto per donne, con quegli uomini con idee ancora ‘medievali’, come il prete con cui Harper si confida e che le dice che gli uomini picchiano le donne a volte, e che questa è la realtà, o forse perché strani culti pagani, come quello del misterioso Uomo Verde di cui il regista ha studiato declinazioni in tutta Europa, non ti lasciano tranquillo e aprono porte su mondi misteriosi.

 


Ma andiamo con ordine. Harper cammina nel bosco, trova una galleria, scopriremo appartenente a una vecchia ferrovia in disuso, e si mette a giocare con l’eco della propria voce, in una delle scene più belle della pellicola in oggetto dato che ci lascia cogliere la natura vitale e di profonda connessione con sé e le cose della protagonista, a differenza delle sue controparti maschili. Ed ecco che alla parte opposta del tunnel un uomo la intercetta e si mette a correre verso di lei.

Harper fugge, raggiunge casa, ci si chiude dentro ma l’uomo misterioso, per di più nudo, continua a insidiarla. Ecco che la polizia da lei chiamata lo fermerà giusto in tempo. Ma non basta. Dopo l’incontro con un altro strano ragazzo disturbato e col prete di cui sopra, che se ne prende cura, Harper torna nel pub del paese vicino al manoir e scopre che la polizia ha dovuto liberare il folle. Stizzita, abbandona padrone di casa e poliziotto e si rintana in casa.

E’ una amica che pensa di venire a dar man forte alla nostra eroina, ma proprio quando le due stanno per comunicarsi l’indirizzo del luogo da raggiungere la situazione inizia a precipitare e a farsi sia orrorifica che surreale. Non vogliamo anticiparvi altro, per non togliervi il piacere della visione, vogliamo solo dirvi che se sul piano generale la metafora delle relazioni uomo donna è chiara, sul piano diegetico il susseguirsi degli eventi resta misterioso eppure non si sente per nulla un senso di incompiutezza, tutt’altro.

 


Se cercherete in rete altre recensioni oltre questa, ne troverete di tenore diverso. C’è chi ne parla come di un film interessante, c’è chi lo stronca perché il messaggio sarebbe evidente mentre la messa in scena sarebbe incerta. Non è così. Il surrealismo da sempre chiede allo spettatore di abbandonare la razionalità e ‘fidarsi’. Non dell’artista, ma del proprio istinto, delle proprie emozioni. E a noi questo film ha comunicato molto, da questo punto di vista.

La tensione che a un certo punto esplode, il mistero che si fa fitto, su quelle presenze maschili ognuna delle quali rimane quasi incinta dell’altra, in un tunnel dell’orrore senza fine, con ogni personaggio che avanza le proprie pretese, per lo più ossessioni sessuali, sulla protagonista, fino all’agnizione finale e all’arrivo della luce del mattino successivo. No, le cose non accadono per caso nei film di Garland. Per lo meno non in questo film.

La costruzione è sapiente, dal richiamo a Eva la donna peccatrice al tunnel misterioso fino alle presenze che abitano la casa, tutto ciò che vedrete in questo film è frutto non della fantasia di una persona ma di un inconscio messo al servizio della scrittura di scena. Fruire di questo inconscio significa prendere confidenza con la vostra parte non conscia, non razionale. E’ per questo che il film funziona. E’ per questo che vale la pena fruirlo. Possibilmente su di un grande schermo.