lunedì 30 ottobre 2023

Anatomia di una Caduta di Justine Triet

Vi ricordate Anatomia di un omicidio di Otto Preminger? Con quell’analisi al vetriolo del sistema penale statunitense che però si fa riflessione più ampia sui meccanismi che stanno dietro la giustizia con uno sconforto di base nei confronti degli uomini che dovrebbero far scivolare quei meccanismi ben oliati verso il trionfo? Ecco, qui, in questo film che dal titolo echeggia quel capolavoro, c’è quel lavoro di fioretto di accusa e difesa durante il processo.

Per il reso l’opera Palma D’Oro al Festival di Cannes di quest’anno si vuole thriller hichcockiano sebbene con qualche smagliatura. Fino a due terzi del film ho pensato di trovarmi di fronte al miglior film dell’anno. Ma poi. Per intanto, scordatevi quello che si legge in altre recensioni, ovvero che la protagonista si sdoppia fino a annullarsi nel personaggio della verità giudiziale. Niente di tanto sofisticato, almeno non per i miei occhi.

Ecco, diciamo che Anatomia di una Caduta sarebbe, si fosse svolta la parte centrale non in flashback, un ottimo mélo alla Douglas Sirk o alla Reiner Werner Fassbinder, se preferite, e questa è appunto la parte migliore del film, quella a mio avviso più interessante: l’analisi non confermabile, perché non esiste mai una sola verità, delle relazioni tra madre, padre e figlio, con quello psichiatra ridicolo e risibile che durante il processo si preoccupa – come farebbero veramente quegli specialisti – solo di dimostrare la propria professionalità e non colpevolezza.

Ci sono un paio di colpi di scena, certo, molto intriganti e come dire, molto densi, ma non è questo il punto. Ora, andiamo con ordine? Sandra (l’omonima Huller) è una scrittrice di successo che come in ogni film che si rispetti mescola fantasia e realtà autobiografica nei propri libri. Sta concedendo un’intervista a una giovane studentessa quando improvvisamente il marito (Samuel Theis) inizia a mettere una musica altissima per farsi compagnia, apparentemente, mentre svolge dei lavori in soffitta.

 

La studentessa lascia la casa impossibilitata a registrare la scrittrice, mentre il di lei figlio Daniel (Milo Machado Graner), ipovedente a causa di un tragico incidente, porta il cane a sgranchirsi le zampe sulla neve. Al ritorno troverà a tastoni il padre cadavere, apparentemente precipitato dalla soffitta della loro dimora. Di qui, a seguito dell’impossibilità da parte dei coroner di escludere un intervento terzo nella tragedia, il processo per la moglie, unica presente in casa e quindi imputabile.

Fortunatamente per Sandra, a difenderla c’è l’amico di una vita nonché avvocato interpretato da Swann Arlaud che dovrà fare slalom tra le accuse sempre più pressanti del Pubblico Ministero, cosa che farà con grande determinazione. In mezzo, tutto ciò che abbiamo scritto nella prima parte di questa recensione. Poi il finale, che non vi sveliamo per quelli di voi che hanno piacere nel godersi un film ‘vergini’ di nozioni, eventuali condanne o assoluzioni.

Lo ribadisco: la parte che mi ha convinto di più è quella dell’analisi delle tensioni familiari, con una Huller bravissima nell’esporre le ragioni e la visione della vita di coppia col marito di Sandra, per di più in una lingua che non è la sua. Ne emergono luci e ombre di un rapporto con una personalità forse troppo fragile da un lato, con tanto di velleità frustrate, e di una forse troppo egoriferita dall’altra, capace di giustificare tutto ciò che la riguarda con una maturità che però di fronte alle pressioni del marito cede alla rabbia più spesso di quanto essa stessa voglia ammettere.

La parte che mi ha convinto di meno è quella appunto del raggiungimento della verità processuale, e non perché debole, ma perché non condotta con la stessa sensibilità e intelligenza di quella precedentemente da me esposta. Eppure se dovessi consigliare questo film, lo farei senza problemi: e pazienza se tutti si soffermeranno sulle somiglianze con Hitch, mentre quelli che per me sono i veri referenti del lavoro in oggetto ve li ho già forniti nel corso di questa modesta recensione. 


 

lunedì 23 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese

Ispirato a fatti realmente accaduti negli anni ’20 del secolo scorso, racchiusi nel libro omonimo di David Grann del 2017, l’ultima fatica di Martin Scorsese racconta la vicenda della tribù nativa degli Osage in Oklahoma e del tentativo da parte di un gruppo di bianchi, vicesceriffo William Hale (Robert De Niro) in testa, di rubar loro terre e ricchezze sposandone le donne e facendoli ammalare o uccidendoli in tutti i modi possibili.

Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) è la pedina principale di questo gioco, uomo che nell’esercito durante la guerra ha fatto il cuoco ma che si è preso comunque una brutta malattia allo stomaco, il quale spinto appunto dal ricco parente sposa Mollie (Lily Gladstone) per carpirne i beni mobili e immobili. E’ la banalità del male il focus del film: il personaggio interpretato da DiCaprio non è infatti né buono né cattivo.

E’ solo un personaggio abituato ad obbedire, a non usare la propria testa, e come obbedisce allo zio fino quasi a uccidere la propria consorte, così obbedirà poi all’FBI e al Governo federale nel denunciarlo una volta che le maglie della giustizia gli si stringono addosso. Ma quando arriva il momento del confronto con la moglie, si tira indietro, facendo così capire di non essere lì con la testa e forse nemmeno troppo col corpo, mero strumento dell’esecuzione della volontà altrui.

 


Tre ore e mezza di film che volano, non ostante abbia registrato stanchezza nelle file dietro la mia – la quarta come di prammatica – sotto forma di risate e visite al gabinetto molto frequenti da un certo momento in poi. Che il pubblico si prenda le sue libertà è un conto, che debba essere educato ancora nel 2023 allo stare in sala risulta lapalissiano quanto straniante. Ma non siamo qui per giudicare, ci interessa soltanto riportare l’effetto che il film di Scorsese ha avuto su chi ne ha preso visione.

Personalmente ho scelto una domenica pomeriggio proprio per avere il tempo giusto per gustarmelo, in una sala giustamente semipiena e con qualche dubbio che mi ronza in testa. Non ho visto di certo un capolavoro come Taxi Driver o come L’ultima Tentazione di Cristo, ma nemmeno un film moscio come, giudizio di cui mi assumo la responsabilità, Silence – sarà che col mio passato cattolico a differenza del regista in esame non ho intenzione di trovare una quadra: la religione a me è stata imposta ed è quanto di più lontano ci sia dal mio sentire, come stabilito una volta appropriatomi della mia esistenza.

Ma francamente non capisco nemmeno chi ha definito quest’opera come stanca, come non coinvolgente. Personalmente l’ho trovata anche lontana dal rischio retorica, dato che ogni personaggio è preso in trappola in una rete di relazioni, pensieri e conseguenze – sulla propria psiche come sul proprio fisico – da essere maledettamente realistico. In fondo siamo dalle parti di Hannah Arendt e della sua ‘banalità del male’, come già accennato. L’unica cosa che mi sento di rimproverare al regista è di averci dato un De Niro troppo monocorde, nel suo essere cattivo ‘e basta’, o meglio senza averci concesso di comprendere le motivazioni intime che lo spingono ad agire come agisce … 

 


domenica 8 ottobre 2023

Kafka a Teheran di Ali Asgari e Alireza Khatami

Data l’assonanza col nostro miglior neorealismo, il cinema mediorientale avrebbe potenzialmente una marcia in più nel nostro Paese, e invece anche stavolta questo Kafka a Teheran è stato distribuito solo nelle maggiori città del territorio, anche se, speriamo, molti potranno recuperarlo in rassegne e cineforum che in provincia non mancano mai e allietano le serate invernali di tutti coloro che fanno fatica, magari per motivi lavorativi, a fare un salto in città quando i film sono freschi di uscita. .

Film costituito da nove episodi, in ognuno dei quali un o una protagonista viene inquadrata con la telecamera fissa per tutta la durata dell’episodio, andando così a costruire un quadro straniante e claustrofobico assieme – l’interlocutore del protagonista, o se preferite l’antagonista, è sempre invisibile – Kafka a Teheran ci mostra la quotidianità di donne e uomini che hanno a che fare con la burocrazia o con esigenti datori di lavoro, in poche parole col potere.

E infatti non è tanto il Kafka della Metamorfosi a farci l’occhiolino dal titolo, quanto quello de Il Processo, saldando così intelligentemente il mondo iraniano con quello occidentale in un film che trvalica la denuncia della teocrazia: non a caso almeno due dei nove racconti, quello con protagonista una donna alla ricerca di occupazione, e quello che vede un uomo intento a sottoporsi a un esame psicologico per la patente, a tratti ricordano il nostro di mondo: sarà il caso di parlare di intersezionalità nella denuncia della burocrazia?

 


Cosa importante, poiché se così non fosse il film si presterebbe a un gioco di sguardi fugaci tra “noi” e “loro” allo scopo di assicurarci la nostra sospirata superiorità di Occidentali che hanno rinnegato da almeno tre secoli le ortodossie religiose e le loro commistioni col potere – almeno in apparenza. E invece lo sguardo sui protagonisti non è mai quello meramente di denuncia, in altre parole i personaggi non sono mai solo vittime.

A tratti infatti i nostri si ribellano, e tra l’altro in alcuni casi – vedasi una delazione che finisce a sorpresa con un ricatto – la posizione iniziale si ribalta o è lì lì per farlo. Rivelatore allora la scena finale, che non vi riveliamo ma che ha un alto valore simbolico, quasi a mostrarci un mondo addormentato ma pronto a ricoprirsi di macerie. Non potrebbe essere altrimenti in un universo dove gli individui debbono guardare con attenzione ogni proprio passo perdendo così spesso la linea dell’orizzonte.

Ecco che allora Kafka a Teheran si rivela non come un film perfetto né geniale – la rabbia è troppa per essere dominata e entrare a far parte di una ‘visione’ artistica innovativa – ma è un’opera che, pur soffrendo di limiti oseremmo dire ideologici come la volontà di usare sempre la telecamera fissa, come già detto, e questo a partire dalla visione della città iniziale, tuttavia si mostra vitale e insolita per un certo humor nero assai ‘freddo’ che lascia lo spettatore con la sensazione di un pericolo imminente e non evitabile, da affrontare anzi il prima possibile. 


 

domenica 1 ottobre 2023

Talk to Me di Danny e Michael Philippou

Talk to Me è uno di quei film destinati a dividere. Intanto per le sue non nobili origini: a dirigerlo e sceneggiarlo sarebbero due youtuber australiani. Poi perché non è un film che gioca con la suspense, nel senso che gli sviluppi sono facilmente intuibili e si capisce presto “come andrà a finire”, non ostante si maneggi comunque in maniera efficace il disorientamento “morale” (a un certo punto non si riesce più a capire chi sono i buoni e chi i cattivi, diciamo in maniera spicciola) e questo, ben accettato nei confini di un altro caposaldo del cinema di genere, ovvero il noir, non sempre è un dettaglio benvenuto da parte degli amanti dei film horror.

Questo significa che Talk to Me è un film non solo contaminato, ma è anche un film che parla del mondo degli adolescenti agli adulti, e lo fa sfidandoli su un terreno dove i registi sanno già che rischieranno di perdere, ovvero cercando di sospendere la loro incredulità in quello che per molti è solo cinema di intrattenimento, forse anche di serie B. Eppure la pellicola in oggetto è davvero ben riuscita.

Innanzitutto le dinamiche interpersonali tra i personaggi non sono né stereotipate né macchiettizzate, ma sono anzi assai realistiche. L’incomunicabilità, la difficoltà a prendersi sul serio e di conseguenza a prendere l’altro sul serio è senz’altro il tema dominante, e direi che ci si potrebbe scrivere un saggio a partire da film come questi, con le giuste nozioni di psicologia e sociologia a corredare il tutto. Infine, gli effetti speciali sono asciutti e sono presenti il giusto, come anche l’elemento orrorifico, al punto che potremmo parlare quasi di un film ai confini tra horror e surreale.

 


Eppure i Philippou non ambiscono a travalicare i confini del genere, nel senso che non si vergognano di fare un horror, anche perché il genere non è da oggi che è stato sdoganato e che ha mostrato svariati esempi di possibilità autoriali, e quindi non ci sarebbe nemmeno il bisogno di provare imbarazzo per sé stessi. Ed è questo uno dei punti di forza dell’opera che stiamo analizzando.

Tutti gli altri dettagli, fotografia, recitazione – ma vi avvisiamo: abbiamo visto la versione doppiata! – montaggio e sceneggiatura sono ottimi, e il film che pure può destabilizzare chi cerca nel cinema la lotta del bene certo contro un male scontato, non lascia comunque con l’amaro in bocca chi cerca, ed è disposto a trovarle anche in un’opera horror, emozioni e idee più complesse.

Il rapporto con la famiglia, cosa è famiglia, la fluidità nei rapporti, l’elaborazione del lutto, la frustrazione del non comprendersi, la rabbia, la volontà di allontanare chi reca con sé problematiche che non si vuole imparare a gestire, sono tutte tematiche presenti nel film e che pure non tolgono forza all’elemento sovrannaturale che giustamente ne è al centro. Potremmo dire che se dubitiamo dei personaggi e delle loro pulsioni, o delle loro verità come dei loro ruoli, è perché, in fondo, è nella nostra vita che ci tocca fare i conti con quei dubbi e quelle incertezze. Il fatto che questa materia sia materia di un’opera filmica non è certo cosa da poco.