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lunedì 23 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese

Ispirato a fatti realmente accaduti negli anni ’20 del secolo scorso, racchiusi nel libro omonimo di David Grann del 2017, l’ultima fatica di Martin Scorsese racconta la vicenda della tribù nativa degli Osage in Oklahoma e del tentativo da parte di un gruppo di bianchi, vicesceriffo William Hale (Robert De Niro) in testa, di rubar loro terre e ricchezze sposandone le donne e facendoli ammalare o uccidendoli in tutti i modi possibili.

Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) è la pedina principale di questo gioco, uomo che nell’esercito durante la guerra ha fatto il cuoco ma che si è preso comunque una brutta malattia allo stomaco, il quale spinto appunto dal ricco parente sposa Mollie (Lily Gladstone) per carpirne i beni mobili e immobili. E’ la banalità del male il focus del film: il personaggio interpretato da DiCaprio non è infatti né buono né cattivo.

E’ solo un personaggio abituato ad obbedire, a non usare la propria testa, e come obbedisce allo zio fino quasi a uccidere la propria consorte, così obbedirà poi all’FBI e al Governo federale nel denunciarlo una volta che le maglie della giustizia gli si stringono addosso. Ma quando arriva il momento del confronto con la moglie, si tira indietro, facendo così capire di non essere lì con la testa e forse nemmeno troppo col corpo, mero strumento dell’esecuzione della volontà altrui.

 


Tre ore e mezza di film che volano, non ostante abbia registrato stanchezza nelle file dietro la mia – la quarta come di prammatica – sotto forma di risate e visite al gabinetto molto frequenti da un certo momento in poi. Che il pubblico si prenda le sue libertà è un conto, che debba essere educato ancora nel 2023 allo stare in sala risulta lapalissiano quanto straniante. Ma non siamo qui per giudicare, ci interessa soltanto riportare l’effetto che il film di Scorsese ha avuto su chi ne ha preso visione.

Personalmente ho scelto una domenica pomeriggio proprio per avere il tempo giusto per gustarmelo, in una sala giustamente semipiena e con qualche dubbio che mi ronza in testa. Non ho visto di certo un capolavoro come Taxi Driver o come L’ultima Tentazione di Cristo, ma nemmeno un film moscio come, giudizio di cui mi assumo la responsabilità, Silence – sarà che col mio passato cattolico a differenza del regista in esame non ho intenzione di trovare una quadra: la religione a me è stata imposta ed è quanto di più lontano ci sia dal mio sentire, come stabilito una volta appropriatomi della mia esistenza.

Ma francamente non capisco nemmeno chi ha definito quest’opera come stanca, come non coinvolgente. Personalmente l’ho trovata anche lontana dal rischio retorica, dato che ogni personaggio è preso in trappola in una rete di relazioni, pensieri e conseguenze – sulla propria psiche come sul proprio fisico – da essere maledettamente realistico. In fondo siamo dalle parti di Hannah Arendt e della sua ‘banalità del male’, come già accennato. L’unica cosa che mi sento di rimproverare al regista è di averci dato un De Niro troppo monocorde, nel suo essere cattivo ‘e basta’, o meglio senza averci concesso di comprendere le motivazioni intime che lo spingono ad agire come agisce …