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domenica 5 maggio 2024

Una Spiegazione per Tutto di Gàbor Reisz

Budpest, ai nostri giorni. Abel è un ragazzo di diciotto anni che deve sostenere l’esame di maturità. E’ innamorato di Janka, la sua migliore amica, la quale invece da quando è entrata a scuola prova sentimenti per Jakab, il professore di storia. Abel fa scena muta proprio all’interrogazione in quella materia, e quindi non viene promosso. Incalzato dal padre, finisce con l’inventarsi una scusa: il professore lo ha discriminato per via di una coccarda tricolore che portava sulla giacca. 

Ce ne sarebbe abbastanza per un capolavoro, e invece. Purtroppo Abel è monodimensionale, potrebbe forse avere dei disturbi dell’apprendimento e quindi si potrebbe fare un discorso sul come le istituzioni non siano pronte ad affrontare un caso come il suo, tanto meno in un Paese arretrato dal punto di vista scolastico, ma in realtà è solo storia a non entrargli in quella che lui stesso definisce ‘la sua stupida testa di legno’, e quindi è semplicemente un ragazzo con delle difficoltà di cui però non si vogliono trovare le cause. 

Anche il fatto che ami la ragazza che a sua volta ama il professore di storia è un dettaglio che non viene sfruttato: il blocco di Alex in storia potrebbe essere determinato da una avversione al professore, o alla propria situazione sentimentale in generale. Anche di ciò si parla poco. Alex viene dipinto semplicemente come un inetto (fa una dichiarazione d’amore a Janka mentre questa è ubriaca e incosciente). 

Anche la scena finale, che non vi spoileriamo ma che dipingerebbe Alex come un futuro parassita, non va per niente bene. Capisco che si volesse dare una certa immagine della destra ungherese, e fortunatamente non si dipinge il professore ‘liberale’ come un santo, dato che anch’egli ha problemi nel gestire il lavoro e la famiglia, ma le buoni intenzioni non bastano. 

Manca empatia nei confronti del protagonista, manca la volontà di svelare il perché di quelle chiusure alla realtà (la scuola, i sentimenti che non ingranano) e si lascia tutto così, alla fine lo spettatore potrà sentenziare contro questo ragazzo e pensare di essersi messo in tasca un pezzetto di verità, ma non è così. Anche la giornalista che monta il caso sulla stampa è monodimensionale, nel senso che è una semplice ragazza con idee nazionaliste per via del padre che vedeva tartassato quand’era piccola. 


E qui ci troviamo di fronte a una sintomatologia: guarda caso dove si poteva spingere, ad esempio nel mostrare una persona avida di notizie per fare carriera, qui si è tirato il freno a mano, forse perché regista e sceneggiatori (Reisz stesso assieme a Eva Schulze) sapevano che non potevano mostrare solo personaggi negativi. Ma così l’unico a reggere il film sulle sue spalle è il ragazzo protagonista. 

E’ un peccato. Il film poteva essere molto interessante, se solo si fosse anche qui presa alla lettera la lezione fassbinderiana de Il Viaggio in Cielo di Mamma Kusters o si avesse avuto il coraggio di portare la storia alle sue estreme conseguenze – voglio dire, in quel tipo di famiglia se non sei capace di mantenere l’ordine simbolico ti mettono sotto tutela, anche solo sul piano esistenziale, Alex invece pare sempre più a suo agio nel finale. 

Ecco che quindi l’opera risulta un film a tesi, e pertanto una occasione mancata. Sembrerebbe infatti che le destre ce ne stiano facendo così tante, e così sporche, che chi si occupa di arte non avesse la voglia di arrivare a una fonte, a capire cosa li muove veramente, facendo di questi personaggi delle macchiette, cui non dare eccessivamente addosso per paura di essere tacciati di insensibilità e odio. 

Si salva un poco la struttura del film, a episodi, narrati dal punto di vista soggettivo di ogni personaggio in gioco e poi ricomposti nella parte finale, ma anche qui, un Kurosawa qualsiasi avrebbe avuto più coraggio e avrebbe giocato, siamo di fatti dopo la postmodernità, con lo spettatore come il gatto col topo, per instillargli il dubbio su dove stesse la ‘ragione’ e dove il ‘torto’. 

Reisz – di cui vi lascio questa intervista perché la drammaticità della situazione non è chiara dal film, e potrete quindi toccare questa cosa con mano – è una persona con un passato che pesa sicuramente sul suo sviluppo, che gli è da stimolo, ma in questo film vediamo una mano sicuramente indecisa. Sarebbe il caso di recuperare le sue precedenti pellicole per verificarne in prima persona l’evoluzione …



domenica 14 aprile 2024

La Sala Professori di Ilker Catak

Ogni volta che pensiamo alla scuola inevitabilmente pensiamo alle nostre (dis)avventure con la scuola pubblica, indispensabile strumento di istruzione e formazione alla convivenza sociale e civile ma. In passato si era levata, non ascoltata, la voce di Pasolini a dirci che in fondo anche la scuola è uno strumento coercitivo. Credo, ma non ne sono sicuro, che ci fosse arrivato per ragionamento e non per aver letto Foucault. 

Ma anche Paul B. Preciado recentemente ci ha parlato dell’opzione di sostituire il desiderio che ci abita con le nozioni come di una abitudine nefasta. Ora, il film in oggetto ha come protagonisti ragazzini di dodici anni, quindi in età ancora prepubere, ma non è questo il punto. In questa scuola dove si applica la ‘tolleranza zero’ inevitabilmente (certo, che credevate?) si verificano dei furti. Il corpo docente costringe i capiclasse alla delazione. 

Ma forse la delazione è frutto di una illazione, dato che una insegnante, Carla Nowak (Leonie Benesch) scopre grazie alla videocamera del proprio PC che in realtà a essere colpevole potrebbe essere una segretaria della scuola, madre di uno dei suoi alunni. Di qui il computo dei danni collaterali (fraintendimenti, burocrazia che si oppone all’affrontare i problemi in maniera diretta, il giornalino degli studenti della scuola) aumenterà in maniera esponenziale. 


Catak, regista di origini turche, è per la sua posizione forse il più adatto a raccontarci questa storia fatta di mezze verità, di sentimenti e emozioni che esplodono perché non contemplate dai piani di studi e dalle politiche di democratizzazione. Oggi siamo tutti più consapevoli, forse, ma siamo anche tutti schiavi, come sempre, della kafkiana burocrazia. Non è un caso se il finale, metaforicamente, ci restituisce personaggi che restano delle proprie idee non ostante l’uso della coercizione. 

Al netto di alcune scelte registiche e attoriali ottimali (l’attacco di panico di Carla, ad esempio) il film ci pone di fronte a un bisogno che è quello di raccontare l’attualità ma senza farsi testimonianza civile. Per un verso infatti il riferimento più ovvio è il Fassbinder di Mamma Kunsters va in Cielo, per un altro il pensiero corre a un altro regista immigrato nella Germania contemporanea, quel Fatih Akin che con La Sposa Turca ha ammaliato una intera generazione di cinefili. 

Catak ovviamente ha una sua poetica peculiare, che si lascia apprezzare per come usa fotografia, musica (originale di Marvin Miller più alcuni passaggi di Mendelsson), montaggi e raccordi allo scopo di raccontare una storia scomoda che farà riflettere lo spettatore senza necessariamente portarlo alle proprie esperienze scolastiche, ma aiutandolo a ragionare su come la società di oggi si propone sempre di essere inclusiva a botte di regole e definizioni.



lunedì 30 ottobre 2023

Anatomia di una Caduta di Justine Triet

Vi ricordate Anatomia di un omicidio di Otto Preminger? Con quell’analisi al vetriolo del sistema penale statunitense che però si fa riflessione più ampia sui meccanismi che stanno dietro la giustizia con uno sconforto di base nei confronti degli uomini che dovrebbero far scivolare quei meccanismi ben oliati verso il trionfo? Ecco, qui, in questo film che dal titolo echeggia quel capolavoro, c’è quel lavoro di fioretto di accusa e difesa durante il processo.

Per il reso l’opera Palma D’Oro al Festival di Cannes di quest’anno si vuole thriller hichcockiano sebbene con qualche smagliatura. Fino a due terzi del film ho pensato di trovarmi di fronte al miglior film dell’anno. Ma poi. Per intanto, scordatevi quello che si legge in altre recensioni, ovvero che la protagonista si sdoppia fino a annullarsi nel personaggio della verità giudiziale. Niente di tanto sofisticato, almeno non per i miei occhi.

Ecco, diciamo che Anatomia di una Caduta sarebbe, si fosse svolta la parte centrale non in flashback, un ottimo mélo alla Douglas Sirk o alla Reiner Werner Fassbinder, se preferite, e questa è appunto la parte migliore del film, quella a mio avviso più interessante: l’analisi non confermabile, perché non esiste mai una sola verità, delle relazioni tra madre, padre e figlio, con quello psichiatra ridicolo e risibile che durante il processo si preoccupa – come farebbero veramente quegli specialisti – solo di dimostrare la propria professionalità e non colpevolezza.

Ci sono un paio di colpi di scena, certo, molto intriganti e come dire, molto densi, ma non è questo il punto. Ora, andiamo con ordine? Sandra (l’omonima Huller) è una scrittrice di successo che come in ogni film che si rispetti mescola fantasia e realtà autobiografica nei propri libri. Sta concedendo un’intervista a una giovane studentessa quando improvvisamente il marito (Samuel Theis) inizia a mettere una musica altissima per farsi compagnia, apparentemente, mentre svolge dei lavori in soffitta.

 

La studentessa lascia la casa impossibilitata a registrare la scrittrice, mentre il di lei figlio Daniel (Milo Machado Graner), ipovedente a causa di un tragico incidente, porta il cane a sgranchirsi le zampe sulla neve. Al ritorno troverà a tastoni il padre cadavere, apparentemente precipitato dalla soffitta della loro dimora. Di qui, a seguito dell’impossibilità da parte dei coroner di escludere un intervento terzo nella tragedia, il processo per la moglie, unica presente in casa e quindi imputabile.

Fortunatamente per Sandra, a difenderla c’è l’amico di una vita nonché avvocato interpretato da Swann Arlaud che dovrà fare slalom tra le accuse sempre più pressanti del Pubblico Ministero, cosa che farà con grande determinazione. In mezzo, tutto ciò che abbiamo scritto nella prima parte di questa recensione. Poi il finale, che non vi sveliamo per quelli di voi che hanno piacere nel godersi un film ‘vergini’ di nozioni, eventuali condanne o assoluzioni.

Lo ribadisco: la parte che mi ha convinto di più è quella dell’analisi delle tensioni familiari, con una Huller bravissima nell’esporre le ragioni e la visione della vita di coppia col marito di Sandra, per di più in una lingua che non è la sua. Ne emergono luci e ombre di un rapporto con una personalità forse troppo fragile da un lato, con tanto di velleità frustrate, e di una forse troppo egoriferita dall’altra, capace di giustificare tutto ciò che la riguarda con una maturità che però di fronte alle pressioni del marito cede alla rabbia più spesso di quanto essa stessa voglia ammettere.

La parte che mi ha convinto di meno è quella appunto del raggiungimento della verità processuale, e non perché debole, ma perché non condotta con la stessa sensibilità e intelligenza di quella precedentemente da me esposta. Eppure se dovessi consigliare questo film, lo farei senza problemi: e pazienza se tutti si soffermeranno sulle somiglianze con Hitch, mentre quelli che per me sono i veri referenti del lavoro in oggetto ve li ho già forniti nel corso di questa modesta recensione. 


 

sabato 20 maggio 2023

Peter Von Kant di François Ozon

E se a dirigere questo film ci fosse stato Abel Ferrara? Anzi, diciamola tutta: questo film è un remake di New Rose Hotel del geniale newyorchese. C’è la macchina da presa di Von Kant/Fassbinder, ad esempio, che cattura l’immagine del giovane Ali – il quale assomiglia tantissimo a Ninetto Davoli da giovane più che all’attore de La Paura Mangia L’Anima – e ci sono le gigantografie di Ali appese dappertutto.

Guardare tutto per non vedere nulla. Come nella pellicola con protagonisti Willem Dafoe e una giovane Asia Argento, così qui il desiderio è sia principio di individuazione che organismo proprio che produce dissipazione nel soggetto che lo cova. Peccato che Ozon viri troppo verso il melodramma e sia fedele in modo didascalico a Le Lacrime Amare fassbinderiane.

E così Peter Von Kant risulta a tratti questo orso grottesco innamorato e con mutande leopardate che si aggira nel suo regno, la casa che si è comprato con il successo internazionale come cineasta, a volte addirittura un orso ballerino, tradito dalle persone che a lui devono il successo e della cui sincerità egli avrebbe bisogno ma di cui non ha mai certezza e contezza.

 


Sono i soldi e il potere a rendere i rapporti umani insicuri. Madre e figlie mantenute, Sidonie e Ali che si nutrono della creatività e della genialità del protagonista per poi pugnalarlo alle spalle, l’alcool e la coca che corrono a fiumi. Ma il melodramma poteva essere qualcosa di più, un congegno preciso e tagliente, mentre per come è impostata quest’opera si trattiene tutto a un livello più deresponsabilizzante per lo spettatore.

Il quale osserva ma non si immedesima mai, non si perde mai con Peter nel desiderio per Ali, anche se le espressioni di estasi, d’amore o di dolore ci sono tutte e sono leggibilissime. Ma sono esterne, non vengono da dentro e quindi non colpiscono visceralmente. Sono quasi didascaliche. Anche quando rinfaccia a madre e figlia di essere delle macchine succhiasoldi – soprattutto la madre – non si entra mai nel vivo a livello emotivo. La temperatura non sale mai.

Ed ecco allora che forse sarebbe servito un lavoro più di scavo, ma forse sono i tempi odierni a voler essere più condiscendenti con un pubblico cui fare qualche innocente buffetto, mai uno schiaffo educativo come quei vecchi partres familias del vecchio cinema New Wave da tutto il mondo sapevano tirarci. Peccato perché invece l’occasione era ghiotta. E allora che quest’opera serva almeno a riaccendere i riflettori su un corpus, quello fassbinderiano, dove invece la precisione del chirurgo e l’empatia vanno a braccetto senza colpo ferire.