domenica 14 aprile 2024

La Sala Professori di Ilker Catak

Ogni volta che pensiamo alla scuola inevitabilmente pensiamo alle nostre (dis)avventure con la scuola pubblica, indispensabile strumento di istruzione e formazione alla convivenza sociale e civile ma. In passato si era levata, non ascoltata, la voce di Pasolini a dirci che in fondo anche la scuola è uno strumento coercitivo. Credo, ma non ne sono sicuro, che ci fosse arrivato per ragionamento e non per aver letto Foucault. 

Ma anche Paul B. Preciado recentemente ci ha parlato dell’opzione di sostituire il desiderio che ci abita con le nozioni come di una abitudine nefasta. Ora, il film in oggetto ha come protagonisti ragazzini di dodici anni, quindi in età ancora prepubere, ma non è questo il punto. In questa scuola dove si applica la ‘tolleranza zero’ inevitabilmente (certo, che credevate?) si verificano dei furti. Il corpo docente costringe i capiclasse alla delazione. 

Ma forse la delazione è frutto di una illazione, dato che una insegnante, Carla Nowak (Leonie Benesch) scopre grazie alla videocamera del proprio PC che in realtà a essere colpevole potrebbe essere una segretaria della scuola, madre di uno dei suoi alunni. Di qui il computo dei danni collaterali (fraintendimenti, burocrazia che si oppone all’affrontare i problemi in maniera diretta, il giornalino degli studenti della scuola) aumenterà in maniera esponenziale. 


Catak, regista di origini turche, è per la sua posizione forse il più adatto a raccontarci questa storia fatta di mezze verità, di sentimenti e emozioni che esplodono perché non contemplate dai piani di studi e dalle politiche di democratizzazione. Oggi siamo tutti più consapevoli, forse, ma siamo anche tutti schiavi, come sempre, della kafkiana burocrazia. Non è un caso se il finale, metaforicamente, ci restituisce personaggi che restano delle proprie idee non ostante l’uso della coercizione. 

Al netto di alcune scelte registiche e attoriali ottimali (l’attacco di panico di Carla, ad esempio) il film ci pone di fronte a un bisogno che è quello di raccontare l’attualità ma senza farsi testimonianza civile. Per un verso infatti il riferimento più ovvio è il Fassbinder di Mamma Kunsters va in Cielo, per un altro il pensiero corre a un altro regista immigrato nella Germania contemporanea, quel Fatih Akin che con La Sposa Turca ha ammaliato una intera generazione di cinefili. 

Catak ovviamente ha una sua poetica peculiare, che si lascia apprezzare per come usa fotografia, musica (originale di Marvin Miller più alcuni passaggi di Mendelsson), montaggi e raccordi allo scopo di raccontare una storia scomoda che farà riflettere lo spettatore senza necessariamente portarlo alle proprie esperienze scolastiche, ma aiutandolo a ragionare su come la società di oggi si propone sempre di essere inclusiva a botte di regole e definizioni.



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