sabato 15 aprile 2023

As Bestas. La Terra della Discordia di Rodrigo Sorogoyen

As Bestas è senz’altro la pellicola migliore uscita quest’anno in Italia, almeno tra quelle che abbiamo visionato. Ti tiene incollato allo schermo a partire da quelle inquadrature iniziali nella taverna tra contadini ubriachi che bevono e giocano. Ma la fotografia caravaggesca stavolta serve per mostrare personalità drammaticamente scisse tra il bisogno di una qualche familiarità reciproca, di un riposo e un ristoro, e la rabbia che cova come fuoco sotto la cenere.

As Bestas è un film ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto in Galizia nel 2010. Una coppia francese si trasferì in quelle lande per dedicarsi all’agricoltura sostenibile, come meta finale di vari viaggi per il mondo. Rifiutata una discreta somma offerta da una compagnia norvegese per impiantare pale eoliche sul terreno del villaggio, facendo perdere i soldi in oggetto anche ai contadini autoctoni, tra questi ultimi e la suddetta coppia inzia un balletto degli screzi tra vicini che, mal monitorato anche dalla polizia locale, si concluderà tragicamente.

As Bestas è un thriller, ma il vero nodo non è, o meglio non è solo, se ci sarà una qualche agnizione o uno scioglimento finale, bensì quali ragioni spingono intimamente le persone a comportarsi come si comportano, dagli abitanti del paese ai poliziotti alla moglie e alla figlia del protagonista. Lo scavo psicologico in questo film è importante, e non potrebbe essere altrimenti.

Se negli anni Settanta Masao Adachi con AKA Serial Killer cercava di dimostrare con un uso peculiare della MdP certe teorie sociogenetiche tipiche dell’epoca, Sorogoyen invece tenta di regalare a ogni personaggio almeno un momento in cui finire sotto il riflettore della macchina cinema e di restituirci con qualche pennellata un ritratto il più possibile a tutto tondo di sé e, tramite esso, del mondo di cui fa parte.

 


Ovviamente non mancano i riferimenti a una Europa che non potrebbe essere più disunita a causa di un certo campanilismo che infarcisce le varie autonarrazioni, ma soprattutto a causa dell’onnipresente denaro e dell’incapacità di pensare a una vita degna senza di esso, o comunque considerandolo come fosse un elemento fondativo, quasi mitico, forse addirittura magico.

Ma è il confronto tra madre e figlia quello più duro, quello senza sconti, quello pronto a far ribaltare le posizioni iniziali grazie all’ascolto reciproco e alla capacità di tenersi saldi alle proprie, paradossali, radici. E’ infatti la donna francese quella più legata alla terra che la circonda e che calpesta, e la sua capacità di coltivarla è pari solo all’amore per l’uomo che ha seguito in quel luogo ostile.

Queste salde basi le permetteranno di resistere alle avversità e non importa, pare dirci il finale, se si arriverà alla agognata giustizia: bastano pochi segnali, il ritrovamento di una videocamera non più funzionante, per dimostrarle quello che in cuor suo la protagonista femminile sa già, ovvero che il suo attaccamento alla terra e al marito sono una forza vitale e non mortifera come invece paventava la figlia.

Ci sono voluti circa vent’anni allora, ma se le domande che si faceva Lars Von Trier in Dancer In The Dark a proposito di quanto sia forte l’amore in contrapposizione alle leggi e al denaro erano legittime, qui abbiamo finalmente la risposta che aspettavamo. E’ stata una lunga, lenta elaborazione, ma alla fine ora sappiamo che invece della catarsi può aspettarci qualcosa di addirittura migliore e definitivo. 

 



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