lunedì 10 aprile 2023

La Cospirazione del Cairo di Tarik Saleh

La prestigiosa università del Cairo, da cui provengono gli imam più integerrimi e ferrati in materia religiosa, si fregia da sempre di essere indipendente dal potere politico. In gioco, del resto, c’è la laicità delle istituzioni (apparente o meno). Ma per aumentare il prestigio delle istituzioni, e ottenere imam che non entrino in contraddizione con il cosiddetto potere temporale, da sempre si trama nell’ombra.

Quando muore il Grande Imam al-Azhar, si scatena la lotta per la successione. Le istituzioni, tramite la polizia e i suoi osservatori o meglio spie, si muove per eleggerne uno gradito al Presidente. Un giovane studente, proveniente da un paese di pescatori e figlio di uno di questi, viene reclutato per spiare uno degli Imam favoriti, di cui riesce a farsi umile servitore, allo scopo di carpirne i segreti e eliminarlo dal novero dei papabili successori del Grande Imam defunto.

C’è tutto in questo film: le trame all’ombra del potere religioso (a proposito, a quando una operazione analoga nel nostro Vaticano?), la sua commistione col potere politico, le regole che vengono bypassate perché in fondo la vita è più grande o più meschina, a seconda dei punti di vista, e ci sono i metodi coercitivi della polizia egiziana.

Eppure qualcosa non torna. Ad esempio quel ragazzo. Perché si presta? Solo per ingenuità? Solo perché è stato involontariamente uno scomodo testimone? Cosa gli gira per la testa e nell’animo? Non lo sapremo mai. E così Tarik Saleh, regista di origine egiziana e nazionalità svedese, non grato al proprio paese di origine per via della sua opera prima Omicidio al Cairo del 2017, mette il proverbiale dito nella piaga ma non arriva fino in fondo.

Mi sarei aspettato di più da un film che ha vinto anche un premio a Cannes proprio come miglior sceneggiatura e che invece certo, si regge in piedi notevolmente ma lascia un retrogusto amaro, come di incompiutezza. L’ombra del didascalismo, rischio connaturato a questo tipo di opere, si stende potente e non ho potuto fare a meno di notare come nemmeno un sussulto si sia impadronito di me in sala.

 


Anche il paragone che è stato fatto in sede di recensione da qualcuno con Il Nome della Rosa di Annaud non torna a favore della pellicola, con cui il nostro film condivide difetti e debolezze. E allora va bene puntare il dito contro il potere, ma solo se, come abbiamo già sottolineato, lo si fa puntando un secondo dito contro sé stessi o contro i personaggi che si sono creati, per renderli umani e credibili.

Il film è stato girato a Istanbul nella Moschea di Solimano – la vera moschea egiziana essendo interdetta al regista, come è facilmente intuibile – e in controcampo in una vita cittadina notturna piena di intrighi che sembrano scivolare addosso al protagonista, facile a lasciarsi legare da personaggi più o meno opachi senza che una goccia di nero petrolio gli penetri nell’anima.

Adam è un ragazzo appassionato di cultura, soprattutto quella islamica, ama leggere, e alla fine il padre cede e lo invia alla moschea. Qui sembra peccare in ogni tipo possibile di ingenuità, ma alla fine ne esce senza macchie né fisiche né spirituali, cosa assai improbabile. Il regista avrebbe potuto farne una figura che si considera vittima degli eventi magari evidenziandone i lati macchiettistici, oppure renderlo un doppio di sé stesso e conferirgli quindi maggiore interesse.

In realtà al film non mancano riferimenti autobiografici, dato che lo stesso nonno di Saleh era un umile pescatore, ma tutto si ferma a questo legame molto superficiale. Insomma, non c’è quello scavo nietzschiano, quello del proverbiale abisso, in quest’opera cinematografica. C’è solo la condanna e il disvelarsi di meccanismi facilmente intuibili, del resto, ma manca il tentativo di scendere più in profondità.

Anche lo spettatore non si sentirà sporco alla fine della visione, e questa è forse la mancanza più grande dell’opera. Non esistono anche da noi cospirazioni e giochi di potere? Non li subiamo tutti i giorni con le nostre vite? Non vengono queste ultime plasmate passivamente? Eppure non siamo povere vittime. Non per tutto il tempo almeno. Dov’è allora il nostro libero arbitrio? Per cosa lo barattiamo? A queste domande il film non risponde. E questa è la sua debolezza. 

 


Nessun commento:

Posta un commento