sabato 18 marzo 2023

Disco Boy di Giacomo Abbruzzese

C’erano una volta le migrazioni nei paesi colonialisti. Ci sono ancora a dire la verità. Ma queste migrazioni sono faccenda complessa, soprattutto per le tracce culturali che lasciano nei paesi di approdo, sempre che questi siano così permeabili da permettere un minimo di integrazione e di elaborazione culturale. Qui in Italia ad esempio questo non sta avvenendo e, ci spiace dirlo, la colpa delle situazioni di pericolosità sociale su cui i media stanno accendendo i riflettori, ve lo direbbe qualsiasi sociologo, sono colpa della società che accoglie, e non degli individui che cercano di penetrare al suo interno per diventarne parte.

All’opposto nell’Inghilterra post Seconda Guerra Mondiale, bisognosa di manodopera a basso costo e quindi bramosa di braccia, gambe e in generale di forza lavoro, si era incentivata l’immigrazione dalle ex colonie. Gli immigrati, certo, avevano conosciuto forme anche forti di razzismo nella Terra di Albione, ma a fronte della possibilità di fare lavori malpagati e spesso anche pericolosi, che comunque era una forma di integrazione minimale ma migliore del farli bivaccare per le strade o in prigioni appositamente costruite.

Nel tempo libero questi immigrati avevano dato vita a un movimento musicale-culturale che sfocierà poi, alla fine degli anni Settanta, con l’importazione della techno da Detroit o in generale dagli Stati Uniti, e il mescolarsi di quest’ultima con i poliritmi caraibici e la loro integrazione nei sound system di provenienza giamaicana, nel fenomeno dei rave, fenomeno molto diverso da quello che conosciamo oggi, addomesticato e sbiancato, ma fondamentalmente basato sul presupposto della festa e del ballo come riscatto sociale.

 


E in Francia? Lo vediamo nella pellicola d’esordio di Giacomo Abbruzzese, questo Disco Boy: qui la Legione Straniera come forza paramilitare si occupa di tutte quelle azioni che una polizia disciplinata sotto l’egida statale non potrebbe compiere, e pertanto può entrare a farne parte chiunque, come dice l’istruttore: fascisti, sostenitori dell’Armata Rossa, clandestini, criminali: tutti sono i benvenuti, e dopo cinque anni di militanza se si sopravvive si ha il diritto al passaporto francese e la speranza in una vita migliore.

Aleksei e l’amico Mikhail fuggono dalla Bielorussia inizialmente con un permesso di soggiorno temporaneo per seguire una partita di calcio, fuggono a bordo di un camion pagandone il proprietario perché li porti sulla strada verso la Francia e poi a bordo di un gommone trovano la separazione. Aleksei riesce ad arrivare in Francia e qui si arruola, come abbiamo accennato, nella Legione Straniera.

La sua prima missione sarà ambientata in Nigeria: dovrà salvare due cittadini francesi ostaggio di un movimento di liberazione nazionale capitanato da Jomo, che oltre ai balli leggendari per gli abitanti del luogo con la sorella Udoka (la performer e artista Laetitia Ky) sa maneggiare benissimo il Kalashnikov e ha una netta propensione al comando. Jomo morirà durante un combattimento notturno proprio per mano di Aleksei, che da quel momento, ritornato a Parigi, non riesce a dimenticare il proprio primo omicidio.

 


Questa è la prima parte del film, la più intrigante. Nel raccontare invece le peregrinazioni e gli incubi parigini la pellicola si perde in una psichedelia di maniera per arrivare poi a un finale estetizzante di cui, sebbene si capisca il messaggio, ovvero il perdersi in un mondo di finzione, si poteva fare volentieri a meno a favore magari di un percorso di consapevolezza seppur doloroso. Si badi, non è il cosa viene raccontato a non incontrare il nostro entusiasmo, ma il come.

La fotografia di Hélène Louvart, già alle prese con il Lazzaro Felice della nostra Alice Rohrwacher e con alcuni episodi della serie L’Amica Geniale, è perfetta e ha molte idee interessanti, ma pare che spesso si faccia prendere la mano e smetta di raccontare allo scopo di mostare, in modo puro e semplice. Non così la colonna sonora di Vitalic (un dj francese) che invece pur ambendo a essere essenziale sa mettere ciccia attorno alle ossa, e di qualità.

Spiace quindi che Disco Boy, vincitore dell’Orso d’Argento proprio per la fotografia, non abbia osato di più e si sia accontentato di giocare a contrapporre mondi in disfacimento il cui grido risuona nel vuoto dell’inerzia occidentale a una decadenza di facciata e di maniera. Come se nel nostro mondo non esistesse più nessun tentativo di fare qualcosa di diverso, anche solo coltivando un tic o una mania, o una disfunzione. E pertanto l’ombra del moralismo si affaccia sulle ultime scene, sebbene anticipate da una analisi secca e lucida.

 


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