domenica 19 febbraio 2023

Holy Spider di Ali Abbasi

Nel 2001 a Mashhad, in Iran, un uomo, un veterano della guerra contro l’Iraq, compie diverse uccisioni di prostitute. Come un vero serial killer nostrano. Mosso dall’intento di ripulire la città dalla ‘sporcizia’, quasi fosse l’incarnazione dei demoni di Travis Bickle, si fermerà solo quando le donne ‘immorali’ smetteranno di vendersi. Nella pellicola, vediamo quest’uomo, Saeed Hanaei, che dopo ogni omicidio telefona a un giornalista locale per svelargli il luogo dove potrà essere ritrovato il cadavere.

Una giornalista proveniente da Teheran si mette sulle tracce dell’assassino, mettendo a rischio la propria incolumità per farlo arrestare. Come in gran parte del cinema mediorientale, non c’è spazio per citazioni cinefile quanto per una materia viva, incandescente, ustionante. Come la solidarietà della maggior parte degli abitani della città santa verso l’assassino, e l’immobilismo della polizia. Contrariamente a quanto potremmo pensare, è l’Imam l’unico che ha una visione lucida della situazione.

Da dove deriva quindi l’odio nei confronti degli ultimi (anzi delle ultime), e la misoginia? La domanda rimane aperta e in questo il cinema di Abbasi non fa sconti allo spettatore, che quindi dovrà, al termine della visione, sforzarsi di trovare strumenti adatti a fargli leggere quella realtà, e magari anche interrogarsi sulla propria. Allo spettatore del resto non è risparmiato nulla di quella violenza sui corpi delle donne, in una estetica che a tratti rimanda a Hitchcock, a tratti al fotografo D’Agata.

 


Ma sono rimandi mai dettati dal bisogno di trascendere il reale esteticizzandolo, si tratta invece di tentativi di forzare il reale mostrando lo strazio che c’è dietro l’uccisione di una persona. La prostituzione in fondo, o meglio la sua condanna, in Iran ha funzione feticistica, nel senso che separa le persone rispettose della fede dalle persone bisognose di mantenersi e in difficoltà ma ‘cattive’, facendo così da specchio che nasconde le sperequazioni sociali.

Un po’ come avviene da noi e in tutto il mondo col carcere e un certo tipo di retorica che, guarda caso, tocca sempre più le donne che gli uomini (che infatti in carcere, se ci entrano, ci stanno più a lungo dei ‘colleghi’ maschi). Le società patriarcali infatti sono dotate di meccanismi sottili per separare e costringere all’obbedienza, più che convincere e dialogare o supportare. Non è la relazione che conta, ma stare all’interno di un recinto.

Ecco che allora un omicida può avere agli occhi di una intera società ancora più che per le sue autorità che, dall’alto del loro potere e della loro cultura possono permettersi il famoso ‘distacco’, la funzione di nascondere e indicare nello stesso tempo. Indicare le persone ‘indegne’, nascondendo come sono diventate tali. Il motivo è ovvio: promuovere l’immobilismo della società e impedire che ne vengano messe in discussione le fondamenta.

 


Per il resto la pellicola è un piccolo gioiello, e nel prenderne visione e nel ricordarmi di una precedente visione con Un Eroe di Asghar Farhadi, mi sono chiesto come mai il cinema mediorientale, così vicino al neorealismo italiano, non sia considerato degno di hype come il cinema coreano, ad esempio; gli attori sono tutti bravi nel recitare ogni sfumatura delle loro rispettive parti, e nel mostarci meccanismi psicologici e sociali.

Come la moglie dell’omicida, che passa dall’angoscia alla difesa del marito per autoproteggersi, così come farà poi l’intera società mostrando il vero intento della, mi si passi il termine, puttanofobia, ovvero quanto abbiamo detto qui sopra, il mantenere un immobilismo sociale. Certo, la società iraniana dei primi anni 2000 è diversa da quella odierna, come le attuali rivolte, che proprio in questo weekend sono riprese, stanno dimostrando.

Non ho letto altre recensioni dell’opera in oggetto prima di buttare giù questa di getto, perché so già che dette recensioni saranno tutte positive ma non metteranno in evidenza aspetti di cui a me invece premeva farvi partecipi con questa. Non è infatti ‘il tema’ o ‘la tempestività’ rispetto ai fatti reali a essere interessante, ma la riflessione che pellicole come questa possono muovere. Forse c’è ancora un cinema che può svolgere la funzione di disvelamento di dinamiche sociali disfunzionali e spingerci, uno a uno, a prendere coscienza di come modificarle. 


 

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