Visualizzazione post con etichetta Asghar Farhadi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Asghar Farhadi. Mostra tutti i post

domenica 17 marzo 2024

Inshallah a Boy di Amjad Al Rasheed

Se ne è parlato come dell’ennesimo film contro il patriarcato, ed è così se pensiamo non a un film-manifesto ma a un film che racconta una storia intima e personale mostrandoci i rapporti di forza tra uomini e donne in un Paese come la Giordania, di cui il regista Amjad Al Rasheed è originario, senza sconti, senza veli e con il desiderio di porre domande agli spettatori su un mondo che, se da noi è cambiato – anche se non abbastanza – almeno da qualche decennio, ovunque nel mondo considera la donna come una creatrice di vita e solo in quanto tale degna di tutele.

Ma veniamo alla trama. Nawal (una intensa Mouna Hawa) è una donna sposata il cui marito muore all’improvviso, lasciandola sola con una figlia piccola. Scoprirà col passare del tempo che il marito si era licenziato quattro mesi prima dalla tipografia in cui lavorava, e che forse aveva anche una doppia vita alla curiosità verso la quale decide di non lasciarsi tentare. Purtroppo il cognato viene a esigere un debito, il pagamento di quattro rate del pickup del marito di Nawal saldate le quali tornerebbe in attivo col funerale e la veglia.

In mezzo, incuneati tra le giornate in cui Nawal fa da badante a un’anziana donna e cerca di essere solidale con la nipote di quest’ultima, un collega innamorato che cerca di approfittarsi della solitudine e delle difficoltà della donna per dichiararle finalmente i suoi sentimenti e un fratello che nelle beghe legali tra la donna e il cognato non sa mai che parti prendere, fino a che non si schiera dalla parte della sharia e delle leggi coraniche dimostrando non capacità decisionali ma mancanza di midollo.

 


Per far fronte a tutte queste situazioni, l’unica possibilità per Nawal è mettere in campo la pretesa attesa di un figlio maschio, per dimostrare l’esistenza del quale si lancerà in una serie di iniziative che hanno del rocambolesco. Non entriamo ovviamente nei dettagli per non guastarvi la visione. Come già altre pellicole analizzate in questo blog e provenienti dal mondo musulmano, prendiamo ad esempio un piccolo classico come l’iraniano Un Eroe di Asghar Faradi, Inshallah a Boy riprende le coordinate stilistiche del nostro cinema neorealista e le attualizza sia sul piano stilistico che per quanto riguarda le tematiche.

La macchina da presa indaga situazioni ed emozioni, mentre le musiche, la fotografia e il sound design sottolineano in maniera funzionale al racconto le vicende narrate nella pellicola. Valore aggiunto a questo film è senz’altro il fatto che gli avvenimenti non contengono proclami imposti dall’alto relativi alle tematiche affrontate ma si limitano a mostrarci personaggi nessuno dei quali completamente buono o cattivo ma tutti irretiti, chi più chi meno, in una trama di credenze religiose e sociali che sembrano impossibili da scalciare per riappropriarsi di una propria, impensabile, libertà.

Si soffre quindi presi nelle maglie di quello che è il vero potere, ovvero le credenze cui tutti sottostanno, in quanto individui dotati di una propria sensibilità che è impossibile sviluppare attraverso di esse, ma questo non è un tema tipico solo dei Paesi governati dalla legge islamica, ma un tema comune a tutte le culture del mondo. Forse un primo tentativo di creare un altrove è la cura delle relazioni, come mostra il rapporto tra Nawal e l’anziana di cui è badante la quale è ben più che un oggetto da accudire, per sensibilità della protagonista.

Varrebbe la pena approfondire questo tema, magari con una pellicola apposita, perché no, dato che qui in Europa l’argomento si sta facendo spinoso per via dei costi relativi alle relazioni di cura e alle misure che gli anziani e le loro famiglie stanno approntando ovunque per farvi fronte, annacquando quelle che di conseguenza avrebbero potuto essere incontri forieri di sorprese, come ci ha mostrato, sempre lateralmente, anche Gaspar Noé nel suo ultimo Vortex. 


 

domenica 19 febbraio 2023

Holy Spider di Ali Abbasi

Nel 2001 a Mashhad, in Iran, un uomo, un veterano della guerra contro l’Iraq, compie diverse uccisioni di prostitute. Come un vero serial killer nostrano. Mosso dall’intento di ripulire la città dalla ‘sporcizia’, quasi fosse l’incarnazione dei demoni di Travis Bickle, si fermerà solo quando le donne ‘immorali’ smetteranno di vendersi. Nella pellicola, vediamo quest’uomo, Saeed Hanaei, che dopo ogni omicidio telefona a un giornalista locale per svelargli il luogo dove potrà essere ritrovato il cadavere.

Una giornalista proveniente da Teheran si mette sulle tracce dell’assassino, mettendo a rischio la propria incolumità per farlo arrestare. Come in gran parte del cinema mediorientale, non c’è spazio per citazioni cinefile quanto per una materia viva, incandescente, ustionante. Come la solidarietà della maggior parte degli abitani della città santa verso l’assassino, e l’immobilismo della polizia. Contrariamente a quanto potremmo pensare, è l’Imam l’unico che ha una visione lucida della situazione.

Da dove deriva quindi l’odio nei confronti degli ultimi (anzi delle ultime), e la misoginia? La domanda rimane aperta e in questo il cinema di Abbasi non fa sconti allo spettatore, che quindi dovrà, al termine della visione, sforzarsi di trovare strumenti adatti a fargli leggere quella realtà, e magari anche interrogarsi sulla propria. Allo spettatore del resto non è risparmiato nulla di quella violenza sui corpi delle donne, in una estetica che a tratti rimanda a Hitchcock, a tratti al fotografo D’Agata.

 


Ma sono rimandi mai dettati dal bisogno di trascendere il reale esteticizzandolo, si tratta invece di tentativi di forzare il reale mostrando lo strazio che c’è dietro l’uccisione di una persona. La prostituzione in fondo, o meglio la sua condanna, in Iran ha funzione feticistica, nel senso che separa le persone rispettose della fede dalle persone bisognose di mantenersi e in difficoltà ma ‘cattive’, facendo così da specchio che nasconde le sperequazioni sociali.

Un po’ come avviene da noi e in tutto il mondo col carcere e un certo tipo di retorica che, guarda caso, tocca sempre più le donne che gli uomini (che infatti in carcere, se ci entrano, ci stanno più a lungo dei ‘colleghi’ maschi). Le società patriarcali infatti sono dotate di meccanismi sottili per separare e costringere all’obbedienza, più che convincere e dialogare o supportare. Non è la relazione che conta, ma stare all’interno di un recinto.

Ecco che allora un omicida può avere agli occhi di una intera società ancora più che per le sue autorità che, dall’alto del loro potere e della loro cultura possono permettersi il famoso ‘distacco’, la funzione di nascondere e indicare nello stesso tempo. Indicare le persone ‘indegne’, nascondendo come sono diventate tali. Il motivo è ovvio: promuovere l’immobilismo della società e impedire che ne vengano messe in discussione le fondamenta.

 


Per il resto la pellicola è un piccolo gioiello, e nel prenderne visione e nel ricordarmi di una precedente visione con Un Eroe di Asghar Farhadi, mi sono chiesto come mai il cinema mediorientale, così vicino al neorealismo italiano, non sia considerato degno di hype come il cinema coreano, ad esempio; gli attori sono tutti bravi nel recitare ogni sfumatura delle loro rispettive parti, e nel mostarci meccanismi psicologici e sociali.

Come la moglie dell’omicida, che passa dall’angoscia alla difesa del marito per autoproteggersi, così come farà poi l’intera società mostrando il vero intento della, mi si passi il termine, puttanofobia, ovvero quanto abbiamo detto qui sopra, il mantenere un immobilismo sociale. Certo, la società iraniana dei primi anni 2000 è diversa da quella odierna, come le attuali rivolte, che proprio in questo weekend sono riprese, stanno dimostrando.

Non ho letto altre recensioni dell’opera in oggetto prima di buttare giù questa di getto, perché so già che dette recensioni saranno tutte positive ma non metteranno in evidenza aspetti di cui a me invece premeva farvi partecipi con questa. Non è infatti ‘il tema’ o ‘la tempestività’ rispetto ai fatti reali a essere interessante, ma la riflessione che pellicole come questa possono muovere. Forse c’è ancora un cinema che può svolgere la funzione di disvelamento di dinamiche sociali disfunzionali e spingerci, uno a uno, a prendere coscienza di come modificarle. 


 

mercoledì 25 maggio 2022

Un Eroe di Asghar Farhadi

Vedo le prime immagini dell’ultima fatica di Farhadi, recuperato colpevolmente dopo essermelo perso la scorsa stagione in un cinema d’essai a Milano proprio ieri pomeriggio, ed improvvisamente penso al neorealismo. Poi tornato a casa mi metto a spulciare la rete e scopro che proprio quella stagione del cinema italiano il regista iraniano ha voluto omaggiare con questo Un Eroe. Orbene, non è solo il rapporto tra padre e figlio a ricordare capisaldi della storia nostrana della settima arte, ma tutto ciò che vediamo sullo schermo 

Un Eroe ci parla di una persona comune. Una di quelle persone che avrebbero suscitato la simpatia di un Fabrizio De André, tanto per capirci. Un uomo che finisce in carcere per debiti con gli strozzini, denunciato dall’uomo che gli ha fatto da garante e che è anche il padre della sua ex moglie. In permesso premio, architetta con la propria attuale compagna – ancora nascosta alla società perché i due non sono ancora sposati – di vendere delle monete trovate da lei in una borsa a una fermata del tram e iniziare a pagare i debiti effettuati per iniziare una propria, purtroppo fallimentare, attività finanziaria. Ma poi ci ripensa: uno strano senso di giustizia prevale, e l’uomo decide di restituire le monete d’oro alla legittima proprietaria.

Questa è solo l’inizio dell’odissea dei protagonisti di questo film, ma vi serva per capire di che cosa stiamo parlando. Ci troviamo, credo, di fronte a un cinema necessario. Chi mi segue dalle origini sa quanto ami il cinema ‘inconscio’ e visionario di Fellini e Lynch, ma sa anche che amo moltissimo pellicole più vicine alla realtà quotidiana delle persone. Non ci sono grandi monologhi in questo film, ma ci sono personaggi che si dibattono in mezzo a mostruose macchine burocratiche e a mostruose sfortune che ne fanno emergere non il vero carattere – pia illusione di stampo veterocattolico in verità, figlia di quell’etica che impone di soffrire per purificarsi – ma la piena frustrazione e la rabbia, quella che può solo peggiorare le cose.

 


Lontano da ogni atteggiamento moralista, lo sguardo di Farhadi, già vincitore di due Oscar e onorato della presenza in Croisette con questo lavoro, è molto simile a quello dei fratelli Dardenne. La disperazione o la tenerezza, come quando l’uomo promette al figlio che non si sposerà se lui non vuole, sono il più possibile autentici o comunque credibili, come lo sono i personaggi secondari presi dalle loro paure burocratiche o dai loro rancori personali. Farhadi non giudica nessuno, semplicemente ci mette di fronte a dei fatti a volte con attento minimalismo – gli accenni a un suicidio in carcere, il proliferare delle ‘voci’ contrarie al protagonista in rete – a volte con crudo realismo, ma mai con la volontà di drammaticizzare eccessivamente o di fornire spunti per una qualsiasi forma di moralismo.

Apprendiamo quindi con dispiacere della causa civile intentata a Farhadi per plagio. Pare infatti che il fatto di cronaca drammatizzato in questa pellicola fosse anche alla base di un film di una studentessa di Farhadi, quel All Winners All Losers realizzato da Azadeh Masihzadeh rintracciabile senza tanta fatica su youtube. Questo perché ognuno di voi possa accedere anche a questa pellicola, fare un raffronto, farsi un’idea in attesa che il tribunale iraniano si pronunci. Da parte nostra non possiamo non notare come almeno una certa parte del mondo stia producendo pellicole che in qualche modo raccontano la vicenda di persone comuni, potremmo anche essere noi se solo lasciassimo cadere la maschera del perbenismo, e di avvenimenti reali o realistici. Questo mentre da noi proliferano supereroi con il beneficio di una ben descritta, a volte, psicologia.

Un peccato perché la filmografia di Farhadi è piena di gemme. Dal precedente Tutti Lo Sanno, con Penélope Cruz e Javier Bardem, storia di un rapimento e riscatto dall’atmosfera tesa e cupa dalla quale emergono tutte le tensioni sotterranee e i rancori legati al denaro e alle proprietà dei protagonisti, fino ai premi Oscar – ma non solo – di Una Separazione del 2011 e Il Cliente del 2016, ovvero un divorzio e uno stupro passati al setaccio dei raggi X dell’anima, le pellicole del regista iraniano classe 1972 sono sempre stati piccoli gioielli. Spero che nessuno pensi che io stia scrivendo la sua difesa dalle accuse di plagio, perché non è questo il punto. Siamo tutti multidimensionali, e Farhadi potrebbe essere contemporaneamente un ottimo regista e un plagiario. Chiediamo quindi a chi ci legge la stessa mente aperta che ci vuole per godersi i suoi film.

 


Del resto il pluripremiato regista non è nuovo a polemiche, come quando rifiutò di presentarsi a ritirare l’Oscar, appunto, per Il Cliente, motivando la propria assenza come protesta per le leggi restrittive nei confronti degli stranieri in viaggio per gli Stati Uniti da alcuni Paesi, Iran incluso. La sua motivazione in quell’occasione fu che egli non era d’accordo nel dividere il mondo in due categorie, gli ‘amici’ e i ‘nemici’, in nome di una visione delle cose più complessa, come la realtà rappresentata, appunto, nelle sue pellicole. Varrebbe forse la pena premiare questi atteggiamenti, che non sanno di polemica sterile – è vero, c’era Trump al potere all’epoca, ma siamo sicuri che un’altra amministrazione avrebbe preso altre decisioni in fatto di politica estera? – ma di prese di posizione meditate.

Staremo dunque a vedere come finirà la causa di cui vi abbiamo riferito, tuttavia sarebbe un peccato non vedere le due pellicole e confrontarle, visto che ce n’è la possibilità, e godersi così, collateralmente a un processo di conoscenza, due pellicole di un cinema poco conosciuto ma che vanta nomi interessanti e produzioni che non solo ricordano il nostro cinema, da molti riconosciuto come il più bello del mondo – Farhadi cita spesso i nostri Rossellini, Fellini e Pasolini – ma che potrebbero essere messi sullo stesso livello di produzioni di nazioni più blasonate – una su tutte la Corea del Sud, e vi chiedo di non fraintendermi essendo io un fan di Kim Ki-duk, come sa chi mi legge con costanza – per mere questioni di appeal commerciale.

Che dire in chiusura, dunque? Farhadi firma un’opera controversa ma matura, di quelle che alla visione in sala fomentano le signore bene – l’ho notato ieri con piacere che molte sbottavano a monosillabi di fronte agli atteggiamenti ‘scorretti’ del protagonista, con un personaggio prinicipale che assomiglia a molte persone che finiscono ovunque nel mondo in prigione – non per cattiveria o per una propensione a delinquere, ma per un mix di cattiva sorte e cedimento all’ideologia del tentare, appunto, la sorte, il che non si traduce certo da parte nostra in un elogio dell’immobilismo, ma leggete Bukowski se volete capirci, perché il sogno americano non è solo negli Stati Uniti ma è stato esportato ovunque con la ahem, democrazia – e che dovrebbe quindi, incidentalmente, farci riflettere, soprattutto quando dalla pellicola veniamo a sapere che nel sistema legislativo iraniano si può sfuggire alla pena di morte pagando. Uno sproposito, ma pagando. E allora, ci avvisa Farhadi, non chiamatela giustizia, perché è solo un’altra forma di business. Non potremmo essere più d’accordo.