Se ne è parlato come dell’ennesimo film contro il patriarcato, ed è così se pensiamo non a un film-manifesto ma a un film che racconta una storia intima e personale mostrandoci i rapporti di forza tra uomini e donne in un Paese come la Giordania, di cui il regista Amjad Al Rasheed è originario, senza sconti, senza veli e con il desiderio di porre domande agli spettatori su un mondo che, se da noi è cambiato – anche se non abbastanza – almeno da qualche decennio, ovunque nel mondo considera la donna come una creatrice di vita e solo in quanto tale degna di tutele.
Ma veniamo alla trama. Nawal (una intensa Mouna Hawa) è una donna sposata il cui marito muore all’improvviso, lasciandola sola con una figlia piccola. Scoprirà col passare del tempo che il marito si era licenziato quattro mesi prima dalla tipografia in cui lavorava, e che forse aveva anche una doppia vita alla curiosità verso la quale decide di non lasciarsi tentare. Purtroppo il cognato viene a esigere un debito, il pagamento di quattro rate del pickup del marito di Nawal saldate le quali tornerebbe in attivo col funerale e la veglia.
In mezzo, incuneati tra le giornate in cui Nawal fa da badante a un’anziana donna e cerca di essere solidale con la nipote di quest’ultima, un collega innamorato che cerca di approfittarsi della solitudine e delle difficoltà della donna per dichiararle finalmente i suoi sentimenti e un fratello che nelle beghe legali tra la donna e il cognato non sa mai che parti prendere, fino a che non si schiera dalla parte della sharia e delle leggi coraniche dimostrando non capacità decisionali ma mancanza di midollo.
Per far fronte a tutte queste situazioni, l’unica possibilità per Nawal è mettere in campo la pretesa attesa di un figlio maschio, per dimostrare l’esistenza del quale si lancerà in una serie di iniziative che hanno del rocambolesco. Non entriamo ovviamente nei dettagli per non guastarvi la visione. Come già altre pellicole analizzate in questo blog e provenienti dal mondo musulmano, prendiamo ad esempio un piccolo classico come l’iraniano Un Eroe di Asghar Faradi, Inshallah a Boy riprende le coordinate stilistiche del nostro cinema neorealista e le attualizza sia sul piano stilistico che per quanto riguarda le tematiche.
La macchina da presa indaga situazioni ed emozioni, mentre le musiche, la fotografia e il sound design sottolineano in maniera funzionale al racconto le vicende narrate nella pellicola. Valore aggiunto a questo film è senz’altro il fatto che gli avvenimenti non contengono proclami imposti dall’alto relativi alle tematiche affrontate ma si limitano a mostrarci personaggi nessuno dei quali completamente buono o cattivo ma tutti irretiti, chi più chi meno, in una trama di credenze religiose e sociali che sembrano impossibili da scalciare per riappropriarsi di una propria, impensabile, libertà.
Si soffre quindi presi nelle maglie di quello che è il vero potere, ovvero le credenze cui tutti sottostanno, in quanto individui dotati di una propria sensibilità che è impossibile sviluppare attraverso di esse, ma questo non è un tema tipico solo dei Paesi governati dalla legge islamica, ma un tema comune a tutte le culture del mondo. Forse un primo tentativo di creare un altrove è la cura delle relazioni, come mostra il rapporto tra Nawal e l’anziana di cui è badante la quale è ben più che un oggetto da accudire, per sensibilità della protagonista.
Varrebbe la pena approfondire questo tema, magari con una pellicola apposita, perché no, dato che qui in Europa l’argomento si sta facendo spinoso per via dei costi relativi alle relazioni di cura e alle misure che gli anziani e le loro famiglie stanno approntando ovunque per farvi fronte, annacquando quelle che di conseguenza avrebbero potuto essere incontri forieri di sorprese, come ci ha mostrato, sempre lateralmente, anche Gaspar Noé nel suo ultimo Vortex.

