mercoledì 25 maggio 2022

Un Eroe di Asghar Farhadi

Vedo le prime immagini dell’ultima fatica di Farhadi, recuperato colpevolmente dopo essermelo perso la scorsa stagione in un cinema d’essai a Milano proprio ieri pomeriggio, ed improvvisamente penso al neorealismo. Poi tornato a casa mi metto a spulciare la rete e scopro che proprio quella stagione del cinema italiano il regista iraniano ha voluto omaggiare con questo Un Eroe. Orbene, non è solo il rapporto tra padre e figlio a ricordare capisaldi della storia nostrana della settima arte, ma tutto ciò che vediamo sullo schermo 

Un Eroe ci parla di una persona comune. Una di quelle persone che avrebbero suscitato la simpatia di un Fabrizio De André, tanto per capirci. Un uomo che finisce in carcere per debiti con gli strozzini, denunciato dall’uomo che gli ha fatto da garante e che è anche il padre della sua ex moglie. In permesso premio, architetta con la propria attuale compagna – ancora nascosta alla società perché i due non sono ancora sposati – di vendere delle monete trovate da lei in una borsa a una fermata del tram e iniziare a pagare i debiti effettuati per iniziare una propria, purtroppo fallimentare, attività finanziaria. Ma poi ci ripensa: uno strano senso di giustizia prevale, e l’uomo decide di restituire le monete d’oro alla legittima proprietaria.

Questa è solo l’inizio dell’odissea dei protagonisti di questo film, ma vi serva per capire di che cosa stiamo parlando. Ci troviamo, credo, di fronte a un cinema necessario. Chi mi segue dalle origini sa quanto ami il cinema ‘inconscio’ e visionario di Fellini e Lynch, ma sa anche che amo moltissimo pellicole più vicine alla realtà quotidiana delle persone. Non ci sono grandi monologhi in questo film, ma ci sono personaggi che si dibattono in mezzo a mostruose macchine burocratiche e a mostruose sfortune che ne fanno emergere non il vero carattere – pia illusione di stampo veterocattolico in verità, figlia di quell’etica che impone di soffrire per purificarsi – ma la piena frustrazione e la rabbia, quella che può solo peggiorare le cose.

 


Lontano da ogni atteggiamento moralista, lo sguardo di Farhadi, già vincitore di due Oscar e onorato della presenza in Croisette con questo lavoro, è molto simile a quello dei fratelli Dardenne. La disperazione o la tenerezza, come quando l’uomo promette al figlio che non si sposerà se lui non vuole, sono il più possibile autentici o comunque credibili, come lo sono i personaggi secondari presi dalle loro paure burocratiche o dai loro rancori personali. Farhadi non giudica nessuno, semplicemente ci mette di fronte a dei fatti a volte con attento minimalismo – gli accenni a un suicidio in carcere, il proliferare delle ‘voci’ contrarie al protagonista in rete – a volte con crudo realismo, ma mai con la volontà di drammaticizzare eccessivamente o di fornire spunti per una qualsiasi forma di moralismo.

Apprendiamo quindi con dispiacere della causa civile intentata a Farhadi per plagio. Pare infatti che il fatto di cronaca drammatizzato in questa pellicola fosse anche alla base di un film di una studentessa di Farhadi, quel All Winners All Losers realizzato da Azadeh Masihzadeh rintracciabile senza tanta fatica su youtube. Questo perché ognuno di voi possa accedere anche a questa pellicola, fare un raffronto, farsi un’idea in attesa che il tribunale iraniano si pronunci. Da parte nostra non possiamo non notare come almeno una certa parte del mondo stia producendo pellicole che in qualche modo raccontano la vicenda di persone comuni, potremmo anche essere noi se solo lasciassimo cadere la maschera del perbenismo, e di avvenimenti reali o realistici. Questo mentre da noi proliferano supereroi con il beneficio di una ben descritta, a volte, psicologia.

Un peccato perché la filmografia di Farhadi è piena di gemme. Dal precedente Tutti Lo Sanno, con Penélope Cruz e Javier Bardem, storia di un rapimento e riscatto dall’atmosfera tesa e cupa dalla quale emergono tutte le tensioni sotterranee e i rancori legati al denaro e alle proprietà dei protagonisti, fino ai premi Oscar – ma non solo – di Una Separazione del 2011 e Il Cliente del 2016, ovvero un divorzio e uno stupro passati al setaccio dei raggi X dell’anima, le pellicole del regista iraniano classe 1972 sono sempre stati piccoli gioielli. Spero che nessuno pensi che io stia scrivendo la sua difesa dalle accuse di plagio, perché non è questo il punto. Siamo tutti multidimensionali, e Farhadi potrebbe essere contemporaneamente un ottimo regista e un plagiario. Chiediamo quindi a chi ci legge la stessa mente aperta che ci vuole per godersi i suoi film.

 


Del resto il pluripremiato regista non è nuovo a polemiche, come quando rifiutò di presentarsi a ritirare l’Oscar, appunto, per Il Cliente, motivando la propria assenza come protesta per le leggi restrittive nei confronti degli stranieri in viaggio per gli Stati Uniti da alcuni Paesi, Iran incluso. La sua motivazione in quell’occasione fu che egli non era d’accordo nel dividere il mondo in due categorie, gli ‘amici’ e i ‘nemici’, in nome di una visione delle cose più complessa, come la realtà rappresentata, appunto, nelle sue pellicole. Varrebbe forse la pena premiare questi atteggiamenti, che non sanno di polemica sterile – è vero, c’era Trump al potere all’epoca, ma siamo sicuri che un’altra amministrazione avrebbe preso altre decisioni in fatto di politica estera? – ma di prese di posizione meditate.

Staremo dunque a vedere come finirà la causa di cui vi abbiamo riferito, tuttavia sarebbe un peccato non vedere le due pellicole e confrontarle, visto che ce n’è la possibilità, e godersi così, collateralmente a un processo di conoscenza, due pellicole di un cinema poco conosciuto ma che vanta nomi interessanti e produzioni che non solo ricordano il nostro cinema, da molti riconosciuto come il più bello del mondo – Farhadi cita spesso i nostri Rossellini, Fellini e Pasolini – ma che potrebbero essere messi sullo stesso livello di produzioni di nazioni più blasonate – una su tutte la Corea del Sud, e vi chiedo di non fraintendermi essendo io un fan di Kim Ki-duk, come sa chi mi legge con costanza – per mere questioni di appeal commerciale.

Che dire in chiusura, dunque? Farhadi firma un’opera controversa ma matura, di quelle che alla visione in sala fomentano le signore bene – l’ho notato ieri con piacere che molte sbottavano a monosillabi di fronte agli atteggiamenti ‘scorretti’ del protagonista, con un personaggio prinicipale che assomiglia a molte persone che finiscono ovunque nel mondo in prigione – non per cattiveria o per una propensione a delinquere, ma per un mix di cattiva sorte e cedimento all’ideologia del tentare, appunto, la sorte, il che non si traduce certo da parte nostra in un elogio dell’immobilismo, ma leggete Bukowski se volete capirci, perché il sogno americano non è solo negli Stati Uniti ma è stato esportato ovunque con la ahem, democrazia – e che dovrebbe quindi, incidentalmente, farci riflettere, soprattutto quando dalla pellicola veniamo a sapere che nel sistema legislativo iraniano si può sfuggire alla pena di morte pagando. Uno sproposito, ma pagando. E allora, ci avvisa Farhadi, non chiamatela giustizia, perché è solo un’altra forma di business. Non potremmo essere più d’accordo. 


 

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