E così si (ri)parte da Sbatti il Mostro in Prima Pagina. Da quel comizio (vero) di un giovane La Russa che poi lasciava spazio ai (finti) manifestanti comunisti che assaltavano la sede de Il Giornale, non Il Giornale di Montanelli che ancora non esisteva ma un Giornale di destra qualsiasi di cui era direttore un magistrale Gian Maria Volonté. Solo che qui, addì 2022, abbiamo un gruppo di esagitati comunisti che nel 1978 assaltano una armeria che si trova vicino a un cinema nel quale, lo apprendiamo dalla significativa locandina, viene proiettato un’Anima Persa con un ammiccante Gassman.
E’ già qui la differenza ideologica. Perché un film sulla storia è, come anche un libro di storia, romanzo travestito da filologia (esiste la filologia dei sentimenti e delle motivazioni? No, e allora), una nuova interpretazione a uso e consumo del futuro che si vuole edificare. La grande differenza tra il cinema di impegno civile post-Moro, e non possiamo prescindere da un’altra interpretazione di Volonté, ovvero Il Caso Moro di Giuseppe Ferrara, e quello di oggi, è che quello era succube di un clima di condanna morale verso chi Moro lo aveva avversato, mentre il cinema di impegno di oggi, beh, non mi spetta tracciare profili come fossi un poliziotto della critica, ma ce lo diranno gli avvenimenti in che direzione sta andando.
Diciamo semplicemente che la differenza tra Volonté e Gifuni è significativa assai. Gian Maria Volonté ha interpretato due volte sul grande schermo il politico DC: la prima in Todo Modo di Elio Petri, distopia politicamente scorrettissima come oggi non si potrebbe più fare per via del lavaggio del cervello che ci ha fatto prima Berlusconi e le sue televisioni e poi la destra estrema tramite i social networks (ebbene sì, sono loro la vera dittatura, non la inesistente, almeno politicamente, “sinistra”), e poi col film di Ferrara che vi ho già citato.
Orbene, il Volonté non solo ha analizzato ogni minimo movimento di Moro, compreso il suo respiro, al punto da renderne la somiglianza fisica così imbarazzante da costringere Petri a buttare intere sequenze per evitare una probabile denuncia (ricordiamo che il Moro di Petri, mai chiamato per nome ma sempre come “il Presidente”, è un brutale assassino oltre che un erotomane e un politicante corrotto) ma si è anche trascritte tutte le lettere, ricopiandole a mano, scritte dal politico mentre era incarcerato dalle BR.
Di fronte a un tale sforzo, cosa fa Gifuni? Segue la moda lanciata in questi ultimi anni ad esempio da Amelio con il Craxi/Favino di Hammamett, e anche se Gifuni non ha bisogno di quintali di trucco per assomigliare all’onorevole Moro, ne copia i gesti e i birignao ma svuotandoli di senso. Ad esempio nel discorso che Moro tiene davanti a tutte le correnti della DC nel 1978, poco prima del proprio rapimento, per convincerle a allargare l’alleanza di governo e comprendere anche il PCI, la fisicità che accompagna le parole è palesemente un esercizio attoriale, e non un sottolineare col corpo il senso delle parole, come farebbe qualsiasi uomo politico navigato nella realtà.
Certo, siamo in epoca di post-verità, e quindi la somiglianza col vero diventa un feticcio e non il sintomo di un lavoro attoriale serio come è stato ben due volte per Volonté. Non è nemmeno colpa di Gifuni, e probabilmente nemmeno di Bellocchio: diciamo semplicemente, “o tempora, o mores”. Dunque, proseguiamo nell’analisi del film. Innanzitutto le prime due ore e mezza di pellicola su cinque cui abbiamo assistito sono i primi due episodi e mezzo su cinque ora terminati di una serie su Moro che andrà in onda sulla Rai a partire dal prossimo autunno.
Altri critici, che forse hanno già visto tutto il montato, hanno parlato di film a tesi in senso positivo per quest’opera. Noi non ci sentiamo di sottoscrivere. Innanzitutto se si prosegue sul tono di queste prime due ore e passa, la tesi di fondo sarebbe che il rapimento Moro è stato architettato dalle BR e basta, e che ogni ulteriore tentativo di capire ‘chi c’era dietro’ è inutile complottismo. Se Bellocchio stesse, e per ora non possiamo dire né sì né no, dalla parte di un fantomatico negoziatore statunitense che viene a dare man forte a Cossiga nel secondo episodio.
Che dire allora? Che pensare di libri come Trame Atlantiche o Delitto Moro: La Grande Menzogna in cui un acuto osservatore come l’ex senatore del PCI Sergio Flamigni fa ben più che mera dietrologia, carte alla mano? Certo, io stesso ho scritto qui sopra che i libri di storia sono romanzi ben architettati, ma i documenti seppure da interpretare non possono essere meramente stralciati e dichiarati non pervenuti. C’è dunque da chiedersi chi sarà a trarre giovamento da questa (nuova?) lettura dell’affaire Moro. Solo il futuro potrà dirlo. Per ora, parliamo di sintomo, nozione che non solo i lacaniani dovrebbero ormai aver iniziato a comprendere. E teniamo i nostri sensi ben tesi in attesa tra qualche tempo della seconda parte del film.
Ultima notazione, quell'autocitare I Pugni in Tasca come a dire che di fronte alla tragedia di Moro i delitti famigliari sarebbero (stati) ben poca cosa, e non degna nemmeno di attenzione da parte di un semplice tutore della legge, figurarsi cosa ne dovrebbe pensare il Tribunale della Storia, che in qualche modo ci fa pensare a un non meglio precisato tentativo di rileggere il proprio passato autoriale come mero peccato di gioventù, non si capisce se con autoindulgenza o autocondanna - che sia questa linea sottile e l'ambiguità che comporta la cifra di questo Bellocchio? Si capisce allora forse anche il perché di come è stato confezionato questo prodotto, visivamente uguale a molti altri realizzati in serie per la nostra televisione ...



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