Dunque. Bellocchio si è sorrentinizzato. Per (quasi) sua stessa ammissione. In un incontro col pubblico dopo la proiezione di Esterno Notte Parte 2 ieri pomeriggio infatti, il regista ha parlato de Il Divo e di The New Pope come di prodotti innovativi e interessanti (nulla di male, sia chiaro) arrivando, con Gifuni che gli faceva da sponda, a paragonare quei lavori ai film di Volonté con Elio Petri come Todo Modo. E qui non possiamo che dissentire. Troviamo infatti Sorrentino un autore furbo, un ‘autore’ in senso ideologico (quel titolo gli serve per un surplus di vendita di sé) che è capace di inserire dettagli grotteschi quando parla del potere magari, come nel film su Andreotti, ma un ‘autore’ lontanissimo da un Petri che invece lavorava sullo straniamento brechtiano per tutta una pellicola facendo arrabbiare tutte le parti chiamate in causa, ad esempio ne La Classe Operaia, e non di strapparci un sorrisetto sornione perché ora con la giusta distanza dalla storia sappiamo tutti cosa era il Potere in quel periodo in Italia.
Ne sia riprova lo sdegno che ha accolto l’ultimo Nanni Moretti, che in sala portava tensioni tutte contemporanee. Ecco, Petri, come Moretti ai giorni nostri, agiva ‘in medias res’, mentre Sorrentino ammicca sempre all’intelligenza dello spettatore quando l’arte invece può anche giocare a farci sentire stupidi. E non a rendere grotteschi i personaggi che ci presenta. Abbiamo detto dei terroristi, come Faranda, protagonista del quarto episodio della serie, il primo proiettato ieri pomeriggio. Mi ha colpito molto l’esordio in sala, a fine proiezione, di Bellocchio, che ci ha detto di come i nevrotici fantasticherebbero certe situazioni mentre gli psicotici (sottotesto: i brigatisti) le mettono in atto. Mi è venuto in mente perché Deleuze e Guattari nel loro testo Millepiani dicevano esattamente l’opposto. Gli psicotici non sono infatti quelli pericolosi per la società, semmai è la società ad essere pericolosa per gli psicotici. Distanza, per autori appartenuti a una stessa generazione, non da poco, trovate?
Ma poi quei brigatisti con psicologie da cartone animato, con Faranda stessa che di fronte alle immagini televisive della moglie di uno dei carabinieri che si getta piangendo sulla tomba del marito pare avere un sussulto di pentimento e poi si indurisce nel suo ruolo, mentre noi scopriamo da un successivo dialogo col compagno Morucci che lei si sarebbe lasciata convincere da lui in una impresa che parrebbe ora, nelle intenzioni di lui, non più rivoluzionaria ma rivoltosa (e come facevano i compagni a leggere TAZ di Hakim Bey se quel testo non era ancora stato scritto?). Ecco, come hanno evidenziato in un comunicato i ragazzi di Milano in Movimento, con cui mi trovo d’accordo, in Italia tramite film e serie TV si rendono complessi e quindi appetibili ogni tipo di personaggio, dai mafiosi agli ‘ndranghetisti, ma un momento di confronto serio coi brigatisti ancora pare impossibile. Così, non perché io ammiri i brigatisti, ma solo per amore non tanto del paradosso quanto del mettere in luce le contraddizioni del nostro tempo.
E dunque eccoli sullo schermo, Margherita Buy nei panni della moglie di Moro e Fausto Russo Alesi in quelli di Cossiga, il “ciclotimico” che “meriterebbe la seminfermità mentale” secondo le parole di Moro a un prete poco prima dell’esecuzione. Un Moro interpretato da un Gifuni molto più convincente che non nel primo episodio secondo quanto vi abbiamo già riferito – ma Gifuni ha portato Moro a teatro per un lungo periodo, quindi la scelta era quasi d’obbligo o quanto meno molto sensata: il suo studio peraltro assomiglia molto proprio a quello storico di Volonté, senza nulla togliergli in autonomia e risultati – ma non ostante la bravura degli attori tutti non possiamo non notare come, a parte qualche iniezione di visionarietà appunto sorrentiniana, che a questo punto acquisisce senso per il suo essere meno rutilante di quella petriana ma funzionale a svecchiare un certo cinema impegnato, quest’ultimo ancora resti in debito nei confronti del ricatto dell’asciuttezza e del rigore imposto proprio dall’omicidio dell’onorevole democristiano.
Ecco perché allora, forse, tornare oggi su quei giorni e quegli avvenimenti. Forse il desiderio profondo (inconfessato? Inconfessabile? O forse lampante?) di Bellocchio potrebbe essere proprio quello di svecchiare quella parte di settima arte più legata all’impegno civile restituendo allo spettatore e a chi ci lavora direttamente, attori, registi, fotografi, un minimo di desiderio di giocare. Dato che, come si diceva a proiezione ferma, “il buio ci è amico” e allora forse vale la pena lasciarlo interagire con noi. Certo, Petri con quel buio imbastiva partite a scacchi di precisione geometrica, mentre qui siamo ancora fermi a certi dettagli, ma non scordiamoci cosa è passato in mezzo, cosa sono stati per noi gli anni Ottanta ad esempio, senza contare cosa significa avere una casa di produzione che ti acquista i diritti di intere pellicole per poi tenerle ferme, mai più distribuite, dopo un timido passaggio in sala, per non mettere in imbarazzo chi ancora gestisce il Potere in Italia.
E allora ecco che, con tutti i difetti ideologici e artistici di questa operazione, capiamo che forse oggi era impossibile fare di meglio, sebbene quei brigatisti di cartone faranno fare commenti moralistici a tutti i padri di famiglia fermi col birrone gelato e la frittatona di cipolle privati della partita di calcio trasmessa non più in chiaro sulla televisione pubblica. Non so quanto tempo ci vorrà ancora perché al cinema o in televisione si veda un prodotto culturale capace di affrontare con coraggio quel periodo, invece di mostrarci dei brigatisti che si allenano a sparare a una macchina in un retropalazzo qualsiasi. No, mi spiace, ma non è andata così: per uccidere cinque carabinieri di scorta lasciando vivo l’ostaggio principale devi essere stato allenato da qualche esercito o servizio, non ti ci improvvisi facendo due prove colla mitragliatrice rubata chissà dove.
Senza contare poi dove era ubicato, e con che vicini di casa, il palazzo in cui è stato nascosto l’onorevole Moro. Tutti dettagli che Bellocchio omette, e che il pubblico da quel che ho potuto constatare gli perdona (complice?). Forse la verità storica, che certo non necessariamente dev’essere l’obiettivo di una serie TV, fa paura o genera ansie profonde in un paese al cinquantottesimo posto nel mondo per la libertà di stampa ma ai primi in Europa per livello di corruzione, tutti indizi di uno Stato che ancora non si è reso autonomo da influenze provenienti dall’esterno e che non lo sarà ancora per chissà quanto tempo. Nel frattempo vi consiglio anche la visione del bel documentario Com’è NATO un Golpe: Il Caso Moro di Tommaso Cavallini, con interviste a Carlo Palermo, Sergio Flamigni, Carlo D’Adamo e altri.
Potrebbe interessarvi infatti confrontare la finzione della serie di Bellocchio con un documentario (che io ho recuperato lo scorso anno in una visione pubblica sempre nello stesso cinema dove ho visto Esterno Notte ieri pomeriggio) per notare le differenze di prospettiva: nel documentario le personalità di Cossiga, Faranda, Andreotti, Paolo VI sono meno in evidenza ma la visuale sul periodo storico si amplia a dismisura e credo che alcuni di voi potrebbero trovarsi anche stupiti e sorpresi. Certo un prodotto artistico col documentario dovrebbe avere un elemento in comune, ovvero il far sentire, almeno oggidì, lo spettatore meno onnisciente e più inadeguato, giusto per comunicargli quella urgenza che poi dovrebbe indirizzarlo nella vita di tutti i giorni, dato che i documenti sono reperibili in qualsiasi biblioteca, assieme a vari testi che li interpretano e che gli danno una prospettiva.
Vi lascio con questo consiglio infine, con questa possibilità di confronto, e magari se ci riuscite (io l’ho fatto con ben poca difficoltà) provate a mettere gli occhi anche su Todo Modo di Petri e su un altro film del 1982 di Giuseppe Ferrara, Il Caso Moro, sempre con Volonté protagonista. Sono pellicole di cui vi ho parlato anche nella recensione alla prima parte di questo film, ma vale la pena recuperarli non solo perché chi scrive per Volonté ha un amore viscerale, ma anche perché vedere cos’era il cinema di impegno civile prima e dopo l’omicidio Moro vi porterà non solo a seguire meglio quanto avete appena letto in questa recensione, ma anche a farvi una vostra idea ben precisa. L’omicidio Moro ha voluto dire tanto in primis perché, nelle nostre strane teste, se sei vittima non puoi essere anche carnefice. L’arte dovrebbe dimostrarci che la realtà è più complessa di così.





